Intellettuali e Primavere arabe: le nuove scuole del Medio Oriente

In questo tempo di Occidente attraversato da crisi economica, contrasti politici e dibattiti più o meno espliciti sul rapporto tra comunicazione e democrazia, Medio Oriente è sempre più, nell’immaginario collettivo, sinonimo di conflitto esasperato, endemico, eterno. Medio Oriente diventa una miscela esplosiva dal gran fragore e dalle poche sfumature, ma proprio da una scheggia di questo chiasso è originario Elias Khoury, scrittore ed intellettuale nato a Beirut nel 1948, ospite in Italia della rivista “Internazionale” e intervistato da Gad Lerner, nato anch’esso nella capitale libanese ma di tutt’altro destino.
Proprio dal Libano si parla, terra originaria dei Fenici nota per i suoi cedri secolari, Paese che accoglie un numero sempre crescente di profughi dagli stati vicini, siriani, ma soprattutto palestinesi: una condizione oramai cronicizzata e non per questo accettata.
Tra tutti i conflitti del calderone mediorientale, quello per antonomasia è la “questione palestinese” che incrocia il suo destino con quello della terra dei cedri: molti sono i palestinesi che abitano lì in una situazione di tensione costante perché sono molti a pensare che gli arabi degli stati attorno ad Israele non abbiano mai fatto abbastanza per risolvere la loro questione.
In Libano in particolare, il sistema istituzionale è stato condizionato dalla guerra civile che si è conclusa soltanto negli anni Novanta e che ha portato arabi di religioni diverse scontrarsi tra loro in virtù di una fede che fino a poco prima non era stata motivo di odio: dopo anni di scontri fratricidi ha prevalso la linea politica dettata dalla Siria che ha l’obiettivo di mantenere alta la tensione religiosa, compresa quella interna all’Islam tra sunniti e sciiti.
Tra gli sconfitti della guerra civile e della politica confessionale di Damasco ci sono anche gli intellettuali di sinistra come Khoury che hanno sposato la “causa palestinese” e proprio sui motivi che hanno portato a questa scelta pone l’attenzione Lerner. “Non mi piace il termine “causa palestinese, precisa lo scrittore, io sto con i “palestinian people”. Il mio dovere partigiano è in quanto essere umano, non in quanto intellettuale. Immedesimarsi nella popolazione palestinese è un dovere umano, non politico. L’umanità viene prima.”
Questo approccio è fondamentale, secondo Khoury, per contrastare la paura e la diffidenza instaurata da politiche confessionali come quella di Damasco. La paura convince, spaventa, fomenta l’odio del vicino, enfatizza differenze normalmente neutre: “la politica confessionale è una forma di razzismo”, del tutto impermeabile alla lezione della storia, in particolare quella della Shoah con la sua scia di vittime e carnefici sempre più mescolati tra loro.
Questa ideologia ufficiale ben radicata impone, inoltre, una visione positiva del martirio nonostante i martiri siano giovani, nonostante siano a loro volta vittime, Gad Lerner allora si chiede come sia possibile criticare in quanto intellettuali un approccio così diffuso e radicato. Elias Khoury non ha dubbi: “Il dovere degli intellettuali è di identificarsi e stare vicino alle vittime di un conflitto, ciascun conflitto. Tutti amano la rivoluzione sui libri, ma nessuno vuole o ama la rivoluzione dal vivo perché implica distruzione, avviene soltanto quanto le persone sono disperate. È un processo lungo, complicato, toccherà anche alla Siria. Il nostro compito è esserci, stargli vicino, supportarla.”
Tutto ciò non è possibile senza una forma di solidarietà umana che, tuttavia, è morta in molti paesi della zona come Israele che ha dimenticato la sua stessa memoria, eppure la solidarietà è, secondo Khoury, l’unica via praticabile per porre fine alle tragedie del nostro tempo che siano esse conflitti, occupazioni o colonizzazioni. Lo scrittore denuncia al proposito una forma di coma nell’opinione pubblica globale che va rotto, dibattuto, discusso affinché sia possibile ricostruire un movimento di solidarietà.
Tocca a Gad Lerner far notare che la generazione di intellettuali laici arabi come Khoury, pensiamo per esempio ad Edward Said, si va spegnendo. Quale futuro immaginano?
Pronta e spiritosa la risposta di Elias Khoury: “Ogni età ha i suoi doveri. Take it easy che se tu sei generoso con la vita, la vita è generosa con te. Democrazia, diritto di libera espressione, diritto di associazione,  liberazione, indipendenza: sono tutti termini che da soli non hanno significato. La scrittura è l’unico luogo dove si può parlare con i morti, dove poterci incontrare e confrontare con gli intellettuali del nostro tempo.
Le nuove generazioni saranno migliori della nostra: noi abbiamo fatto molti errori e in molte cose abbiamo fallito. Speriamo che siano più attenti politicamente, più aperti intellettualmente e in questo senso quando sono cominciate le prime rivoluzioni arabe è stato bello vedere che a dare avvio sono stati giovani e giovanissimi. È tempo per noi di tornare a scuola, la scuola della rivoluzione e imparare dai giovani un nuovo modo di vedere il futuro. E ancora penso che, nonostante le rivoluzioni portino instabilità e terrore, queste sono le nuove accademie del mondo arabo. Toccherà alle nuove generazioni il compito di trovare una strada per uscire dai dispotismi e creare un nuovo mondo arabo nel quale tutti possono vive con dignità.
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