Mood Indigo (Gondry, 2013)

ATTENZIONE: articolo ad alto contenuto di spoiler!
Mood Indigo – La schiuma dei giorni è uscito tre settimane fa, ve ne eravate accorti? Dico: Mood Indigo, l’ultima fatica di Gondry, il grandissimo regista visionario, autore di film come The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello, per capirci), Human Nature, L’arte del sogno, Be kind rewind… No, effettivamente è un po’ difficile accorgersi dell’uscita di un film al cinema quando la distribuzione non è esattamente definibile “capillare” e in tutte le sale troviamo invece I puffi 2.

Ma lasciamo un attimo da parte questa piccola critica, per passare invece a questo famigerato Mood Indigo. Dall’anno scorso aspettavamo con ansia di poter rimanere di nuovo a bocca aperta di fronte alle incredibili trovate di monsieur Gondry. Ci eravamo infatti lasciati con The We and the I, non esattamente un capolavoro. Volevamo di nuovo assaporare le atmosfere surreali e incantate di The Eternal Sunshine e perderci nei capricci stilistici che Gondry sa creare in modo quasi unico. E lui torna puntualissimo con questo nuovo lavoro ispirato all’omonimo romanzo di Boris Vian, pubblicato nel 1947 e arrivato in Italia solo nel ’65 (tra l’altro nell’edizione di Marcos y Marcos la prefazione è curata da Ivano Fossati). Il titolo del film deriva a sua volta dal titolo di una canzone del compositore jazz Duke Ellington, così come il nome della protagonista, Chloè, interpretata da Audrey Tatou.



La trama si sviluppa come quella di una classica storia d’amore, in questo caso tra Chloè e Colin, quest’ultimo interpretato da Romain Duris (i due erano già stati una coppia nel film L’appartamento spagnolo, ricordate?). Non vorrei banalizzare l’intreccio ma in breve: lui e lei si incontrano, lui e lei si innamorano, lui e lei si sposano, lui/lei si ammala, lui/lei muore. La verità è che non c’è molto altro da dire in merito. Ad aver curato la sceneggiatura è stato Luc Bossi, lontano anni luce da Charlie Kaufman, che aveva invece curato la sceneggiatura di Human Nature e The Eternal Sunshine. Tutto il film quindi si costruisce sullo sviluppo della storia d’amore tra Chloè e Colin, allegra e spensierata fino al momento in cui Chloè non si ammala di un male strano: ha una ninfea in un polmone. A questo proposito sarebbe interessante capire se Vian si sia minimamente ispirato al dramma di Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca, nel quale il fiore è metafora del cancro. 

Nel film di Gondry l’unico modo per guarire questo grave malanno è quello di mantenere il petto di Chloè in contatto continuo con degli altri fiori, che dovrebbero far appassire e uccidere la ninfea. Per comprare tutti questi mazzi di fiori Colin va in rovina ed è costretto ad iniziare a lavorare: ci troviamo infatti in una realtà nella quale non è necessario lavorare, ognuno ha a propria disposizione una quantità di denaro da gestire per vivere. La situazione peggiora sempre più, sino alla morte di lei, forse provocata anche dall’errata cura consigliata dal medico, che nel film è interpretato da Gondry stesso. Attorno ai due personaggi principali orbita una galleria di individui stravaganti, amici dei due: Nicolas, il coinquilino di Colin, che di mestiere fa il cuoco e si prende cura di lui preparandogli deliziosi manicaretti (interpretato da Omar Sy, protagonista di Quasi amici), Chick, un amico rovinato dalla passione per il grande filosofo Jean-Sol Partre(come state ben immaginando si tratta di una caricatura del filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre, al quale il romanzo piacque moltissimo), e le loro due compagne, Alise e Isis.

Michel Gondry, 1963.
Purtroppo l’unica cosa che davvero colpisce di questo film sono le trovate eccentriche e geniali del regista, realizzate senza l’uso del digitale, quindi in pieno stile meliesiano. Gli oggetti realizzati sono quindi tutti analogici e spaziano da: il campanello che suona camminando per la casa finché qualcuno non lo schiaccia, l’insegnante cuoco che spunta dal frigo e dal forno per spiegare a Nicolas come realizzare i suoi piatti, la nuvoletta che si noleggia e ti porta in giro per la città, il monocolo cercapersone, il sangue realizzato con un fazzoletto nero che si spiega, gli organi interni in panno, le pillole-filosofiche, il piano-cocktail. Peccato si tratti unicamente di geniali esercizi di stile autoreferenziali, che proprio per la loro assurdità impediscono allo spettatore di realizzare la cara vecchia immedesimazione nei personaggi. Anche The Eternal Sunshine era costellato di assurdità ma tutti noi siamo riusciti anche solo per un attimo a sentirci parte di quella meravigliosa storia d’amore. In questo caso l’unica cosa che possiamo fare è sperare un giorno di avere un cuoco nel frigo che ci aiuti a preparare da mangiare e che Gondry ricominci a collaborare con Kaufman.

Roberta Cristofori 
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...