Skagboys – Irvine Welsh (2014)

Una vita da tuonati, un inizio.

Cercare qualcosa non serve, perchè l’unica cosa è a portata.

A portata di vena.


Skagboys Irvine Welsch

La parabola degli skagboys viene crudemente dipinta dal solito ragazzaccio scozzese, che ci riporta per mano fra i marcioni del Leith, fra eccessi alcolici, banali risse da fùtbol, perdite di liquidi strani, parole incomprensibili, odio per gli Hearts e la Thatcher, la skag.


La skag.

L’altra donna a cui non si può resistere.


Giustificazione di un declino o impotenza davanti al delinearsi degli eventi?

Perchè è un po’ questo che si contesta a Welsh: l’aver semplificato troppo la faccenda.

Una faccenda in cui le mancanze di prospettive sociali portano verso un declino autodistruttivo, che desse ritmo alle scopate frenetiche con ragazze appena conosciute, o che fosse in quegli spiragli di tempo che non si passavano a menar le mani nei pressi di Easter Road.

Quegli attimi che diventano giorni, poi mesi, poi anni, in un tunnel nichilistico in cui la luce fatica ad entrare.


Welsh si esibisce in un esercizio storico notevole (e non per forza riuscito): infilare il Leith e la sua gente negli anni in cui Maggie agitava il bastone, quasi esigendo di voler trovare le radici di un malessere comune, che sarebbe diventato a breve una piaga sociale per mancanza di futuro.


E dire che in Skagboys tutti sono al loro posto: Renton studia ad Aberdeen, Sick Boy è sempre il solito playboy, Begbie si nutre di paura e piastrine, Spud è il solito gattone che trascina le giornate fra un lavoro precario e una delusione amorosa.

Ma quando la strada di giovani annoiati e disillusi da una società che li nega si incontra con quelli di sua maestà skag, tutto diventa uno scivolo tortuoso e pregno di vaselina: ti fermi solo se c’è qualcosa a cui aggrapparti.


Famiglia, sport, interessi: non conta più niente.

“E’ stato amore al primo buco”.


Skagboys ci riporta agli albori delle vicende meglio note nel pre/se-quel Trainspotting.

Ma l’ultima fatica di Welsh è una scala di grigio infinita.

Opprimente, delirante, senza uscita.

Una marea di personaggi che si incontrano, se ne vanno, poi ritornano.

Tutti senza scampo.


Perchè il solo modo per andare avanti è un pizzichino di skag, e alla fine ti ritrovi a imbarcarti in avventure assurde per guadagnare due soldi per lo sballo.

I cattivi ragazzi di Leith arrivano perfino a diventare corrieri per un certo Seeker, che li imbarca su traghetti improbabili che solcano i mari del Nord.


Ma in tutto c’è una fina, e la maggior parte delle volte è a metà strada.

Parenti, amici, fidanzate: si vacilla sotto il peso di un buco, si rimane avvinghiati a una dipendenza che rende schiavi, reietti, rifiuti della società scoto-inglesoide che non ha più spazio nemmeno per i propri figli più nobili.


Forse Welsh ha esagerato.

Forse voler trovare le radici di tutto nel thatcherismo estremo, anche se lo scrittore scozzese l’ha provato sulla sua pelle, pare semplicistico e avventato.

Sprazzi di poesia si alternano a momenti di cruda violenza verbale.

Momenti in cui non conta altro che trovare una cintura per legarsi il braccio e far saltare fuori la vena, lasciano spazi a momenti di vera amicizia, connessione esistenziale e lucidità sulla propria condizione.


Rents & Co. Prendono per mano in un viaggio psichedelico, in cui ci guidano attraverso posti già visti e altri ancora da scoprire, permettendo di toccare con mano la tragedia generazionale di giovani tossici di città.


Le 618 pagine di Skagboys sono forse troppe, anche se dentro gli ingredienti sono quelli giusti: si arriva alla fine con ancora un po’ di fame, ancora un po’ di spazio per ingurgitare i serrati dialoghi in scoto appena masticato.

Funziona come la skag, appunto: non puoi più staccartene.

Qualche ingrediente è di troppo: si arriva alla fine senza capirne il senso, senza comprendere se quel pizzico di Begbie fosse meglio di un’indigestione di Sick Boy.


Skagboys è un’altalena in cui continui a dondolarti troppo forte e malamente.

Quell’altalena che cigola, vibra, si muove, ma sembra essere solida.

Dietro all’altalena poi arriva qualcuno che ti spinge, prendi il volo.

E mentre voli ti chiedi: voglio sapere dove arriverò?


Skagboys è un libro intenso, provocatorio, al limite del censurabile, che può essere interpretato in migliaia di modi.

E’ impossibile uscirne indifferenti, uguali a prima, non scossi nell’interno.

Una tragedia moderna così farcita da sembrare banale, scontata, ma se ci si concentra sulle ferite aperte durante la lettura ci si accorge di sanguinare forte.


E troverete sempre uno stronzo che si mette a riportare tutte le belle frasi di Welsh, sbattendole in piazza così come sono: insipide, senza sugo, scricchiolanti.

E quello stronzo lo sono stato anche io.


Ma se c’è una cosa che ho imparato da Welsh è che le perle vanno cercate in profondità, scavando nella melma, chiudendole in un cassetto, ritirandole fuori dopo un po’ di tempo per vedere se luccicano ancora.


Welsh ne semina tante in Skagboys.

E avrei potuto riportare belle frasi ad effetto, che illuminano qualche secondo ma poi si perdono come un rutto nel derby Hibs-Hearts.


C’è una frase profonda, sul ciglio tra i due burroni che sono speranza di redenzione e disincanto per una condizione ormai segnata.

C’è una frase che mi rimarrà sempre incisa sulla pelle dell’anima e mi farà ricordare di questo lungo viaggio con Welsh.


Can a fellow be a villain all his life?



Lorenzo Gualandi 
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