Elezioni in Germania: un voto per l’Europa

Domani, domenica 22 settembre, il popolo tedesco è chiamato a votare per il rinnovo della camera bassa, il Bundestag, prendendo una decisione che influirà non solo sul futuro della Germania, ma su quello dell’intera eurozona. Un momento molto atteso dunque, che pone fine a una campagna elettorale combattuta, ma priva di grandi colpi di scena.
A due giorni dal voto i sondaggi confermano infatti un assetto che la Cancelliera Angela Merkel aveva pronosticato fin dalle fasi iniziali della campagna: “sarà un testa-a-testa”, diceva. Tale andamento prende in considerazione il bacino elettorale registrato per le due potenziali coalizioni, quella virtuale di centro-sinistra formata da Socialdemocratici (Spd), Verdi, e La Sinistra (Die Linke), e quella uscente di centro-destra composta dai Cristiano-democratici (Cdu-Csu) e dai Liberali (Fdp): entrambe sono date attorno al 45%.
 
In merito a questo scenario vanno fatte però alcune precisazioni, prima fra tutte che non vi è certezza circa un’alleanza progressista che comprenda anche la Linke. Quest’ultima, i cui consensi si registrano ad oggi attorno al 10%, si colloca all’estrema sinistra dello spettro politico tedesco e in linea di continuità col partito comunista dell’ex Germania Est; un’affinità che spinge diversi leader politici, anche socialdemocratici, a guardare ad essa con sospetto e disapprovazione. Tuttavia, senza i voti della Linke, l’alleanza di centro-sinistra difficilmente potrà raggiungere la quota necessaria per battere gli avversari conservatori. I Verdi, che secondo uno studio del DIW si vanno configurando come partito delle classi privilegiate, sono dati al 10% circa, in discesa rispetto al 2009. I socialdemocratici faticano a superare il 26-28% dei consensi.
Nonostante l’Spd sia leggermente in ripresa rispetto alle scorse consultazioni elettorali non riesce ancora a eguagliare il suo competitor Cdu, probabilmente anche a causa di una campagna elettorale non del tutto riuscita. A questo riguardo, al candidato socialdemocratico alla cancelleria, Peer Steinbrück, va dato atto di aver movimentato una campagna sostanzialmente noiosa e priva di slanci, a iniziare con le ormai note gaffe di cui si è reso autore dal momento in cui ha preso la guida del partito, fino ad arrivare alla copertina di SZ-Magazin che lo ritrae in bianco e nero e con un orgoglioso dito medio alzato. Ha deciso per un approccio aggressivo insomma, che forse non ha entusiasmato gli elettori ma che, a onor del vero, rappresentava l’unica possibilità di distinguersi dai modi presidenziali e pacati della Cancelliera uscente.
 
Ma non sono solo le strategie di campagna a sfavorire i socialdemocratici. Il contesto generale, che vede la Germania attraversare un periodo di prosperità economica -soprattutto se paragonato agli altri paesi europei- si traduce in un vantaggio per l’incumbent, la cui capacità di gestione della crisi internazionale è stata largamente riconosciuta. Ciononostante, se La Cdu si prospetta essere il primo partito raggiungendo quota 40% (successo che ha avuto conferma nelle elezioni bavaresi di domenica scorsa), la stessa fortuna non si può attribuire al suo alleato Fdp. Il partito liberale si trova oggi a lottare per superare la soglia di sbarramento del 5%, una situazione drammatica se si considera che alle consultazioni del 2009 aveva superato il 14% dei consensi. Un problema, quello della coalizione di centro-destra, che non verrebbe risolto nemmeno se l’Fdp riuscisse ad entrare al Bundestag, poiché sarebbe comunque in misura insufficiente per creare una maggioranza di governo assieme ai cristiano-democratici.
 
E’ sulla base di questo possibile scenario che si è cominciato a parlare di “governo di grande coalizione”. Soluzione per nulla estranea alla politica tedesca che prevede la creazione di una maxi alleanza tra le principali forze in competizione, Spd e Cdu-Csu. Per quanto incomprensibile agli occhi di un italiano, le “larghe intese”  in Germania sono spesso esistite in momenti di stallo elettorale (il governo Merkel I ne è un esempio), senza tradursi automaticamente in perdita di credibilità e legittimazione per le parti coinvolte.
Chi probabilmente non sarà incluso in nessuna coalizione è l’Adf (Alternativa per la Germania), l’outsider di questa tornata elettorale, impresentabile come alleato ma non per questo privo di sostegno da parte degli elettori: i sondaggi lo danno al 4%, ma in ascesa. Potrebbe dunque farcela a superare la soglia di sbarramento ed entrare anch’esso in parlamento. Restano invece al 2% i Pirati, nonostante le buone affermazioni a livello locale.
 
Discutendo dei principali protagonisti di queste elezioni non ci si può dimenticare dell’astensionismo. Le previsioni sull’affluenza alle urne sono l’unico aspetto in cui la Germania pare non essere in controtendenza rispetto agli altri paesi europei. A partire dagli anni ’70 -in cui si recava ai seggi più del 90% dei votanti- ogni tornata elettorale segna un calo di partecipazione. Nel 2009 l’astensione aveva sfiorato il 30%, questa volta si pensa che andrà oltre.
Detto ciò, dopo tutte le previsioni dei sondaggi e le aspettative degli attori politici non resta che attendere la scelta degli elettori tedeschi, anche perché, chi meglio di noi conosce il margine d’errore degli istituti demoscopici?

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Mascia Mazzanti
@masciamazzanti

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