I could live in Low – 11 maggio, Bologna

Ieri, al teatro dell’Antoniano (sì, quell’Antoniano-di-Bologna) ho sentito Oscar Giannino che con la sua esse blesa faceva cover di Jovanotti  un pezzo di storia della musica che pende molto di più dal lato della musica che della storia, se capite cosa intendo. (sì, parlo esattamente di tutte quelle minchia di reunion del cazzo di gruppi di >10 anni fa a causa delle quali postiamo degli status di facebook in maiuscolo) (ok, anche io ho comprato un biglietto per i My Bloody Valentine, ma ero in un periodo strano.)
Insomma, sto parlando dei Low. Come tutti sapete, sono di Duluth, Minnesota, città altrimenti nota per aver dato i natali all’Adriano Celentano d’America (ovviamente mi riferisco alla versione senile). Ho atteso questo concerto con intima trepidazione, perché i Low li ascolto dal 2008, a partire da quel dono-d’iddio che è Trust (2002), al quale forse un giorno dedicherò qualche riga perché se lo merita (almeno più di quanto io mi meriti di parlare di musica in pubblico). In ogni caso, le mie aspettative non sono state deluse praticamente in nulla.

Alan Sparhawk e Mimi Parker (che non può non farmi pensare al dottor Augello)sono sposati e sono mormoni e negli anni hanno cambiato diversi bassisti. E come per tutti gli americani fissati con la religione – qualsiasi essa sia* – ci avrebbero sinceramente anche rotto un po’ le palle, ma questo non è il caso, perché la questione è esplicita fino a un certo punto.

 

Mimi Parker è una signora molto composta, con un vestito blu scuro che non concede pietà ai suoi polpacci grossi e alla ciccia che cade dalle braccia. E’ una signora che senza dubbio potresti vedere al Conad mentresceglie i peperoni. E invece, con un filo di trucco sopra al naso all’insù, possiede delle corde vocali che farebbero grugnire i morti con ogni situazione atmosferica, per dirla con Nick Cave. La coppia più intonata d’America, l’avevo sentita definire da qualche parte. Banale, ma vero. Non ho sentito cannare una sola nota o una sola armonia, dal primo all’ultimo minuto, a lei o ad Alan Sparhawk: un omino non molto alto, asciutto e teso, come il suo volto da attore mancato fa intuire che sia anche il suo canto. L’unico vezzo sono i capelli ricci rossi un po’ allegrotti.
Mimi Parker avrebbe potuto finire a cantare in chiesa, e invece si ritrova a sorridere (come mai nei video o nei materiali ufficiali) quando ringrazia per gli applausi, spostandosi i capelli ricci all’indietro, come quando le vostre zdauredi riferimento si sentono complimentare per la nuova acconciatura da provinciale in occasione del matrimonio della figlia dell’amica del paese vicino. (oh poi magari Mimi Parker legge di metafisica e filosofia della mente tutto il tempo sul tourbus e io non ho capito un cazzo).

Il loro set è stato commisurato al loro ultimo album e alla sede, un teatro. Infatti The Invisible Way (2013), prodotto presso Jeff Tweedy dei Wilco, comprende come mai nella carriera ventennale dei Low la presenza del pianoforte.. Non per questo Sparhawk ha rinunziato a qualche momento psych fornito dalla sua Gibson giallognola, ma con tutta la buona volontà, i pochissimi pezzi presi dal passato suonavano senza la necessaria pacca (Monkeye Last Snowstorm of the Year), ad eccezione della megahit del gruppo, Words, che è stata invece da lacrimoni.
Il suono era senza dubbio eccellente e l’intonazione dei due era talmente buona che per un po’ è sembrato che stessero mandando il disco dal mixer (invece, prima e dopo il concerto, hanno mandato, all’improvviso, senza preavviso, del CAZZO DI REGGAE**, PERDIO). Un duro ritorno alla realtà, rispetto al clima di rispetto e attesa che per molta parte del concerto ha caratterizzato il pubblico.

I Low erano, anche a dire di chi ha organizzato l’evento, veramente a pezzi a causa del tour che, come ha ricordato Sparhawk (vero gentleman nonostante tutto) alla fine del concerto non senza humor, serve a “dar da mangiare ai nostri bebé”, li vedeva a Francoforte il giorno prima e a Barcellona due giorni dopo al Primavera Sound. Insomma ragazzi, i live report hanno poco senso, tantopiù se questa è l’unica data italiana e voialtri non avete in programma qualche giro per l’europa nei prossimi giorni o negli Stati Uniti nel prossimo mese. Nel caso, andateci, senza téma di delusione. Se avete paura che siano pallosi, beh, in questo caso devo aprire la polemica: i Low, specie quelli degli ultimi 4 album, non sono pallosi (prima, invece, qualche rischio c’è) (per l’album più scapricciatiello dei Low invece citofonate Dave Fridmann che nel 2005 ha prodotto il loro The Great Destroyer). Chiaro, se volete la busseria o del pop alternativo allegrotto, you’re in the wrong neiborhood, MA ci tengo a dire che bisogna avere talento anche nell’essere pallosi. James Blake, come ho argomentato in precedenza, è palloso, a volte, e lo è in modo piatto, da vero sonno. Invece i Low più diluiti, più meningitici (eh?), lo sono perché esagerano o col canto stiracchiato o con i pattern di chitarra slowcore. 
Sì, fa schifo come argomentazione, ma su questo ci sarà tempo di discutere più avanti, devo ancora riprendermi dall’aver visto Vasco Brondi e Blixa Bargeld nel raggio di 10 metri l’uno dall’altro (true story), senza che si scatenasse una reazione magnetica direttamente dalle viscere della terra. Un po’ come quando vedi Tim Duncan e Roberto Chiacig (non lasciatevi ingannare dal palmarès) sullo stesso campo di pallacanestro (o Bertinotti al matrimonio di Valeria Marini, ma quello già fa molto meno effetto anche senza avere lo stomaco forte).

Filippo Batisti

QUI LO STREAMING DELL’ALBUM.
*a parte forse gli Amish. Non so se esiste un gruppo alternative di Amish. Dovrebbe, è gente divertente.
** Fonti interne fanno sapere che la scelta fosse dovuta proprio al fonico dei Low. Non so, m
agari ha a che fare col fatto che sono mormoni, non riesco a darmi altre spiegazioni convincenti.

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