Ddl Zan e transfobia: quali sono le opinioni della comunità transgender?

Questo articolo fa parte di un percorso di dialogo che The Bottom Up sta intrattenendo con la comunità transgender italiana. Dopo l’approvazione alla Camera del Ddl Zan sull’omolesbobitransfobia, abbiamo raccolto le opinioni di MIT e Associazione Libellula a riguardo.

Lo scorso 4 novembre 2020 la Camera dei deputati ha approvato, con 265 voti a favore e 193 contrari, il testo del disegno di legge Zan (prende nome dal relatore, il deputato del Partito Democratico Alessandro Zan), che prevede misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Il testo di legge, che dovrà essere approvato anche dal Senato della Repubblica, è composto da 10 articoli e prevede, tra le varie novità, l’istituzione della Giornata nazionale contro l’omolesbobitransfobia, la necessità di indagini statistiche sulla discriminazione di genere e l’istituzione di centri anti-discriminazione per sostenere chi è stato colpito da violenza omotransfobica.

“Come ogni testo di legge, è un compromesso. Non è l’espressione di quello che vorrebbe il movimento trans o il movimento LGBTQIA+ nel suo complesso, ma è comunque un passo avanti rispetto al nulla o rispetto ai tentativi falliti delle scorse legislature”, ci racconta al telefono Valentina Coletta, portavoce politica del MIT – Movimento Identità Trans.

Foto di : Ink Drop/Shutterstock

Concetti e definizioni parziali

Nel primo articolo, il testo di legge si preoccupa di definire i concetti di sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere, ma Valentina Coletta spiega che sono definizioni parziali, e come movimento non sono pienamente soddisfatti. “Nell’interlocuzione con i partiti eravamo propensi ad accogliere le definizioni largamente accettate in ambito scientifico, ma non è stata fatta questa scelta per una mediazione con l’ala cattolica. Ad esempio, parlando di orientamento sessuale si escludono le persone asessuali, e si fa riferimento solo all’attrazione verso il sesso, quando in realtà l’orientamento sessuale è molto più complesso, perché è anche attrazione verso identità ed espressioni di genere. Inoltre, si poteva essere più espliciti nella definizione di fluidità di genere, e non ci è piaciuto molto neanche l’aver voluto definire l’identità di genere solo ed esclusivamente come parte di un percorso di transizione”.

Ne abbiamo parlato anche con l’associazione Libellula, che opera nel campo del volontariato su tematiche afferenti l’identità transgenere, l’immigrazione, la lotta per la tutela e la salvaguardia delle persone LGBTQIA+, e ci hanno confermato come, anche secondo loro, non sia una legge abbastanza inclusiva per le persone trans*. Secondo Samantha Trapanotto, vicepresidente di Libellula, “bisogna tener conto del fatto che dietro le parole di ogni testo di legge ci sono delle persone: le parole sono importanti e per quanto riguarda la parola “sesso”, preferiremmo venga sostituita con “genere”. È stato di rilevante importanza ottenere che si lasciasse all’interno del testo di legge il termine “identità di genere”, nonostante in alcune parti la legge sia ancora legata a un binarismo (maschile o femminile) imposto dalla società”.

La vera novità

Negli articoli 2, 3, 5 e 6 del DDL si parla di modifiche al codice penale e di inasprimento della pena; infatti, all’articolo 604-bis del codice penale, che riguarda “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa”, è stata aggiunta la dicitura “oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità”.
Ma ciò che MIT ha accolto con particolare favore del testo di legge, ci spiega Coletta, “non tanto è l’aspetto penale, bensì il primo tentativo di parlare di omolesbobitransfobia dal punto di vista sociale e educativo”. Infatti, come recita l’articolo 7 del ddl, viene stabilito “il giorno 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la tran­sfobia, al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contra­stare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità so­ciale sanciti dalla Costituzione”.

Secondo Trapanotto “questa giornata dovrebbe rappresentare un momento importante per tutte le persone e le associazioni che si battono ogni giorno contro chi discrimina, abusa o uccide le persone LGBTQIA+, per chi ha subito e subisce lo stigma di una società ancora discriminante. E’ fondamentale non solo che tutte le associazioni LGBTQIA+ si riuniscano in un’azione comune per far sentire la loro voce contro ogni forma di discriminazione, ma che la lotta continui ogni giorno dell’anno, facendo azioni di formazione e informazione, realizzando progetti con il supporto delle istituzioni”.
Coletta conferma e aggiunge che “dopotutto, l’omolesbobitransofia non si combatte solo con processi e punizioni penali, ma è piuttosto una questione culturale che riguarda tutti e tutte, non solo ed esclusivamente la comunità LGBTQIA+, poiché permette di avere una società più aperta, inclusiva, e meno discriminante. E’ fondamentale affrontare questi temi scuole, dove serve parlare dell’educazione alla differenza, così come di educazione sessuale e affettiva”.

Un’altra novità importante è l’istituzione dei centri contro tutti i reati previsti e introdotti con la modifica dell’articolo 604-bis del codice penale. In Italia esistono già centri antiviolenza, ma non sono finanziati a livello statale. Come conferma Valentina Coletta, “le piccole realtà che ci sono, sono dovute a piccoli progetti e finanziamenti privati, quando in realtà andrebbe rafforzata la rete dei centri antiviolenza, non solo LGBTQIA+ ma anche di genere, contro le donne. La legge permette poco, ma speriamo sia il primo passo per costruire questo modello”. Samantha Trapanotto conferma la necessità di realizzare una strategia istituzionale per raggiungere capillarmente il mondo della scuola, delle università e del lavoro formando il personale, sensibilizzandolo alle buone pratiche nei confronti delle persone LGBTQIA+. “E’ necessario realizzare centri di accoglienza regionali, ad esempio per tutte quelle persone che vengono cacciate fuori casa dalle loro famiglia dopo il coming out. Inoltre è importante che all’approvazione della legge faccia seguito l’istituzione di uno strumento di monitoraggio che ne verifichi la reale applicazione su tutto il territorio nazionale, e che ad ogni tavolo di lavoro vengano coinvolte tutte le realtà associative trans*”.

Foto di GayPost

Ora un passo verso la depatologizzazione

La comunità LGBTQIA+ non si ferma alla legge contro violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere, ma da anni sta combattendo per garantire la piena effettività del diritto all’identità di genere e all’espressione di genere, dunque la riforma della legge 164/82 sul diritto all’identità sessuale e alla rettificazione di attribuzione di sesso. Lo scorso febbraio MIT ha lanciato una piattaforma a favore dell’autodeterminazione delle persone trans nell’affermazione di genere; nei 10 punti del programma, oltre al diritto all’identità, è richiesto che il servizio sanitario garantisca su tutto il livello nazionale gli stessi livelli di assistenza sanitaria e che ci sia una moratoria sulle operazioni sui bambini intersex, persone nate con caratteri sessuali che non rientrano nelle tipiche nozioni binarie del corpo maschile o femminile, e sulle terapie riparative. Infatti, nonostante l’OMS abbia eliminato dalla classificazione mondiale delle malattie la disforia di genere, ancora oggi le persone trans si vedono costrette a dover seguire procedure lunghe e dispendiose tra perizie, avvocati e giudici per ottenere la rettifica anagrafica (ne abbiamo parlato qui), limitando di fatto l’autodeterminazione e i diritti umani della persona.

Come ci suggerisce Coletta, “dobbiamo iniziare a immaginare una legge che dia piena autodeterminazione alle persone trans e a vedere scollegati i percorsi legali di rettifica anagrafica da quelli medico-psicologici. Quello che vorremmo, come succede in altri stati quali Malta, Portogallo, Belgio è la possibilità di rettificare in modo amministrativo il proprio atto di nascita, ma non solo. Puntiamo infatti a una legge che abbia un impianto sia sulla piena autodeterminazione della persona che si autocertifica nel proprio genere espedito, sia che venga garantita la salute delle persone trans e intersex, vietando tutte quelle azioni mediche nocive per la salute della persone e che il Consiglio d’Europa riconosce come tortura”. Anche per Samantha Trapanotto, infatti, “la depatologizzazione non rappresenta solo la rimozione delle nostre soggettività dai manuali di statistica medica, ma comprende una serie di cambiamenti socioculturali e legali come ad esempio: diritto alla salute integrale, formazione e abilitazione professionale, quote di accesso al lavoro garantite, riparazione economica alle vittime delle sterilizzazioni forzate siano esse persone trans* o neonatu intersex”.

Il punto sulle terapie ormonali

Dal 1 ottobre 2020 l’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, ha dichiarato gratuite le terapie ormonali; ma dal momento che la sanità è di competenza concorrente tra lo Stato e le regioni, come sancito dall’art.5 della Costituzione italiana, le singole regioni dovranno adeguare i propri sistemi per garantire il servizio gratuito alle persone trans. Per chi intraprende un percorso di transizione, questi farmaci sono a tutti gli effetti indispensabili. Ad esempio, per chi si è sottoposto a vaginoplastica è un vero e proprio farmaco salvavita, perché diventa l’unica fonte di ormoni, e interrompendo la cura si rischia in breve tempo una grave forma di osteoporosi. Smettere di prendere le pillole vuol dire avere scompensi ormonali e fare dei passi indietro in questo percorso. Questi farmaci hanno anche un notevole costo economico che ricade completamente su una comunità che già vede negati ripetutamente l’accesso a diversi diritti essenziali per una vita dignitosa, come quello al lavoro. Anche in questo caso, per tutelare la salute delle persone trans, in particolare quando iniziano il percorso di terapia ormonale, Coletta ci ricorda l’importanza dello psicologo, che non ha (e non dovrebbe avere) un ruolo di controllore o gatekeeper, bensì di affiancamento alla persona trans. Infatti, “è sempre consigliato affrontare un percorso psicoterapeutico insieme alla terapia ormonale perché sono farmaci che stravolgono non solo il proprio corpo, ma anche la propria psiche. Ciò non significa che la persona trans è malata, ma essendo comunque un percorso duro e tosto dal punto di vista fisico, di transizione sociale, della propria identità, della propria famiglia, può necessitare di un sostegno”.

I farmaci per la terapia ormonale non sono costruiti e studiati per il percorso dell’affermazione di genere, ma sono farmaci che, nel caso delle donne trans sono studiati per la menopausa e, nel caso degli uomini trans, per uomini affetti da ipogonadismo. Non essendo farmaci costruiti per le persone trans, sono prescritti off label. Per tutelare la salute delle persone trans, l’AIFA, che si rifà agli standard di cura stabili dal WPATH, associazione mondiale dei professionisti della salute delle persone trans, stabilisce il bisogno di controllo da parte di un’equipe multidisciplinare. Sia Coletta sia Trapanotto ci confermano che “in Italia la maggior parte dei centri osserva nella pratica il protocollo ONIG, quindi nessun endocrinologico del pubblico che non faccia parte di un’equipe multidisciplinare prescriverebbe degli ormoni senza il nulla osta di uno psicologo. Questo non perché è la psicologia a dichiarare che una persona è trans o meno, poiché è la persona stessa a dichiararsi tale, quanto per accertare lo stato di salute mentale, che la persona non abbia disturbi psichiatrici che possano non permettere di avere una decisione autonoma”. Come suggerisce il protocollo ONIG, ogni relazione tra gli operatori e gli/le utenti dei Servizi deve essere caratterizzata da un clima di fiducia che consenta una corretta ed esauriente informazione reciproca, nel pieno rispetto dell’autodeterminazione della persona e della responsabilità professionale dell’operatore. Si ritiene, a tal fine, eticamente corretto utilizzare nella propria pratica clinica un’ottica depatologizzante, ovvero un’offerta di presa in carico rispettosa, consapevole e supportiva delle identità e delle esperienze di vita delle persone TGNC (persone Transgender e Gender Nonconforming). E laddove emergano e vengano diagnosticate concomitanti condizioni psicopatologiche la precedenza verrà accordata al trattamento di queste ultime, fermo restando la possibilità di accesso agli interventi medico-chirurgici affermativi del genere una volta che sia raggiunta una condizione di buon compenso psicologico.

Coletta conclude, “è più una battaglia culturale che riguarda il fatto di annullare il meccanismo di infantilizzazione della persona trans e farla diventare persona pienamente responsabile delle proprie azioni.”

Francesca Capoccia

Immagine di copertina: arco.lgbt

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