Capire il Ramadan tra digiuni, Iftar e Netflix

Nell’immaginario collettivo occidentale il mese di Ramadan è una sorta di lunga punizione, giorni e giorni di digiuni e privazioni autoimposte, perfettamente ascrivibili a quella che è spesso anche la visione più diffusa del mondo islamico: un monolitico agglomerato di fondamentalisti religiosi, magari anche un po’ retrogradi e preferibilmente indottrinati da qualcuno.
Perciò ho voluto scambiare due chiacchiere con quattro giovani musulmani e musulmane che si trovano a praticare la loro religione in Paesi in cui rappresenta una minoranza. E in cui, tendenzialmente, la gente ha capito assai poco lo spirito generale del Ramadan. C’è Marwa, nata e cresciuta a Bologna in una famiglia di origini libiche, Sana a Verona da genitori marocchini, mentre Wided è tunisina e studia all’Università di Bologna con una borsa di studio e infine Mustafa, egiziano e attualmente residente a Milwakee (USA) per completare un master.

Ma facciamo un passo indietro: cos’è il Ramadan?

“Ramadan è il nome di un mese lunare – mi racconta Wided – che segue il calendario musulmano. Durante questo mese i musulmani fanno un digiuno e si astengono anche dai rapporti sessuali, dall’aurora fino al tramonto. È un mese per la purificazione spirituale, per allontanarsi dai peccati e dedicare più tempo alla religione e meno ai piaceri della vita, ad esempio pregando, leggendo il Corano, aiutando le persone che hanno bisogno. Si tratta di un mese che porta anche con sé un’atmosfera molto speciale: per rompere il digiuno tutta la famiglia si riunisce. Si cucinano diverse cose, inclusi dei piatti tradizionali che si fanno solo in questo mese. Le tradizioni sono però anche diverse nei vari Paesi arabi”. Ma anche gli altri tre ragazzi con cui parlo mi dicono qualcosa di molto simile: se il Ramadan è sì uno degli obblighi di ogni musulmano, il vero significato di questo non è il digiuno di per sé: “Questo mese serve ad ogni musulmano per ritrovare la propria spiritualità e per prendere coscienza di Dio. Significa che il nostro focus è quello di diventare persone migliori”, dice Marwa. E Sana aggiunge che “è anche un mese di riflessione in cui ci allontaniamo da tutti i peccati: non bisogna nemmeno mentire, litigare e calunniare, mentre bisogna essere più generosi, soprattutto con i bisognosi”.

ramadan in città bologna
Le tavolate all’Iftar street di Bologna

 

Uscendo dai luoghi comuni sul Ramadan

“Non ho mai sentito particolari commenti spiacevoli sul Ramadan – racconta Marwa -, ma quando dico alle persone che non mangio e non bevo dall’alba al tramonto molto spesso rimangono sorprese e pensano che sia una pratica radicale. In realtà ho sempre vissuto il Ramadan come un mese nel quale riesco finalmente a riconsiderare le priorità nella mia vita. È un periodo particolare durante il quale sicuramente le persone si sentono più complete grazie alla spiritualità che lo caratterizza”.
“È solo una tradizione differente – commenta poi Mustafa – e la gente tende a capire solo ciò che le è familiare. Nemmeno io capisco alcune delle tradizioni legate alla religione cristiana a meno che non mi informi a riguardo… tendenzialmente però direi che l’atmosfera del Ramadan è simile a quella del Natale: un mese di festeggiamenti, tempo in famiglia, cibo e serate fuori casa. Ah, e tantissime serie tv…”

Già, le serie tv

Se ero al corrente del clima in fondo gioioso, di vicinanza ai propri cari, che in effetti un po’ ricorda il nostro Natale, c’era un aspetto del Ramadan che mi sfuggiva completamente, finché non vi sono incappata per caso grazie a Netflix: quando le prime serie tv in arabo sono state rese disponibili su questa piattaforma anche in Italia, ho cominciato a cercare informazioni e, guarda caso, almeno tre di queste serie tv sono uscite originariamente in occasione del Ramadan. Il che in fondo ha perfettamente senso: lunghe attese prima che il sole tramonti, tanto tempo passato in famiglia su un divano e un generale senso di festa e in un certo senso rinnovamento. Rinnovamento che, nel mondo d’oggi, non può che passare da una novità televisiva!

Mustafa spiega che per “ogni Ramadan escono almeno 50 diverse serie e programmi televisivi egiziani e ci sono persone che ne guardano più che possono. Di solito le serie durano 30 episodi, uno per ogni giorno di Ramadan. Anche le pubblicità giocano un ruolo molto importante e infatti solitamente i singoli episodi non durano più di 30/40 minuti, ma diventano anche di 90 contando le interruzioni pubblicitarie. Le serie tv più importanti e più attese, quelle magari con anche il migliore cast, vengono trasmesse all’ora dell’Iftar, ovvero quando si rompe il digiuno e si mangia guardando appunto la televisione”. Per questo, aggiunge Marwa, “durante tutto l’anno le case di produzioni televisive si preparano per l’uscita di nuove serie nel periodo di Ramadan. Se la serie ha avuto molto successo, la seconda stagione è trasmessa al Ramadan dell’anno successivo, ma capita raramente”. Per quanto riguarda le case di produzione, le più note si trovano nei Paesi arabi, come l’Egitto, “mentre – aggiunge Wided – altri Paesi con un budget più basso riescono a produrre serie e programmi televisivi solo in occasione del mese di Ramadan”. Al di fuori del contesto arabo, sono molto popolari anche le serie turche, tradotte e trasmesse in moltissimi altri Paesi islamici.

serie tv araba
Secret of the Nile

Al momento, le serie tv arabe targate Ramadan disponibili anche su Netflix con sottotitoli in italiano sono tre: Secret of the Nile, fortunata produzione egiziana uscita durante il Ramadan del 2016, che racconta di un omicidio in un lussuoso hotel sul Nilo e delle successive indagini attraverso 30 episodi brevi. Non la serie della vita, ma piacevole da seguire, sicuramente elegante nei costumi e nell’ambientazione, con un intreccio che tutto sommato regge. Menzione speciale all’investigatore in impermeabile per le vie della piovosissima Aswan: probabilmente si dovrebbe parlare di topos, in questo caso. E altrettanto probabilmente un Edward Said – o chi per lui – troverebbe modi più intelligenti per analizzare questo gioco di rappresentazioni tra mondo arabo e occidentale, mentre io ammetto di aver giusto sorriso davanti a questo palese e un po’ buffo cliché. Da segnalare infine che si tratta della versione in arabo di un format spagnolo dal titolo Grand Hotel, importato anche in Italia (ma con meno successo). Dunque, un format internazionale, adattato nel più tradizionale dei modi al mondo arabo e poi rivenduto alla piattaforma transnazionale per eccellenza qual è Netflix: a tratti è affascinante, a tratti quasi paradossale.

Seconda serie tv in ordine temporale è Al Hayba del 2017, libanese, ambientata in un villaggio al confine con la Siria, all’interno di una famiglia di trafficanti d’armi. Anche questa è una serie che si fa seguire, anche se dimenticatevi le love story e i toni tutto sommato garbati di Secreto of the Nile: non la guarderei sul divano in famiglia a Natale, onestamente. Ma durante il Ramadan a quanto pare si fa.

 

serie tv ramadan
Corvi neri

Ultima serie tv del Ramadan disponibile su Netflix in ordine temporale, oltre che sicuramente la più discussa e discutibile è Corvi Neri, una produzione degli Emirati Arabi che racconta della vita all’interno dello Stato Islamico. Molto criticata, sia per la grande spettacolarizzazione della violenza mostrata, sia perché, secondo molti, non sarebbe altro che una grande operazione di facciata. Sembrerebbe mancare infatti qualsiasi tipo di riflessione sulle ragioni che spingerebbero al fanatismo islamico e a fenomeni come quello dell’arruolamento volontario nello Stato Islamico. Eppure, le intenzioni dei produttori della serie erano proprio quelle di creare una “contro-narrazione”, in opposizione a quella degli estremisti di Daesh, attraverso l’utilizzo di alcune delle più grandi star provenienti da tutto il mondo arabo, in un certo senso arruolate per una serie tv anti-Isis. Un discorso su Corvi Neri potrebbe rientrare nel già menzionato e annoso problema di rappresentazioni e autorappresentazioni tra mondo arabo e occidentale. Ad ogni modo, il suo successo di pubblico stupisce e non poco: perché mai una famiglia musulmana dovrebbe aver voglia di vedere teste mozzate e orrori di ogni sorta, a maggior ragione durante un periodo invece di preghiere e riflessioni?

Ma è anche vero che, proprio parlando con musulmani, emerge abbastanza chiaramente come questo mese sacro sia vissuto in maniere in fondo assai differenti. Wided e Marwa mi raccontano comunque di come le serie tv arabe di questi giorni abbiano in realtà spesso una vocazione sociale: “Anni fa c’è stata una serie egiziana che si chiamava La squadra di Naji Atallah (Firqat Naji Atallah) che trattava in maniera molto leggera e interessante la questione dell’occupazione palestinese. Tra le serie tunisine invece quelle che mi piacciono di più sono quelle che trattano temi della post-rivoluzione: la mia preferita di quest’anno ad esempio è una che parla delle carceri minorili affrontando anche temi come la disoccupazione e l’immigrazione clandestina”, dice Wided. Una delle serie preferite di Marwa è invece “sempre stata Bab al Haara. Ha avuto così tanto successo da essere stata rinnovata per 10 stagioni ed è ambientata in un quartiere damasceno degli anni ’30, tra la fine dell’impero ottomano e l’inizio della colonizzazione europea. Segue la storia delle famiglie che abitano in questo quartiere e dell’organizzazione segreta che gli uomini damasceni avevano formato per combattere la colonizzazione francese. Ha causato così tanto scalpore da essere stata considerata da molti studiosi come un’ispirazione per il movimento della Primavera Araba”.

 

Una tradizione collettiva sì, ma soprattutto una scelta individuale

Il Ramadan è un periodo importante per almeno 1,8 miliardi di musulmani che vivono nel mondo, ma non si deve fare l’errore di credere che i diversi contesti, le diverse persone e le loro relative sensibilità si uniformino come per magia per un mese l’anno: per molti musulmani il Ramadan è veramente un momento di grande crescita e riflessione personale, per altri a prevalere è l’aspetto di festeggiamento e compagnia.
“Chi costringe qualcun altro a praticare dimostra una scarsa conoscenza: innanzitutto perché secondo l’Islam siamo gli unici responsabili delle nostre azioni innanzi a Dio. E sbaglia anche chi crede che si tratti di una punizione, perché l’Islam non prevede la penitenza come espiazione dei peccati. Si tratta invece di un periodo di aggregazione e in fondo di festa, durante il quale le persone danno il meglio di sé stesse”, secondo Sana.
“Ci sono persone che vedono solo il lato di privazione e di sofferenza ma non hanno mai avuto l’esperienza di vivere il Ramadan in un paese arabo con la sua bella atmosfera o non hanno mai provato a fare il digiuno”. Quando Wided digiuna dice di sentirsi “leggera a fine giornata, soddisfatta”. E poi c’è la “convinzione religiosa”, che rende contenti di praticare meglio e avvicinarsi di più a Dio. “Quello che molti non capiscono è che il Ramadan è sì un’abitudine, ma anche un’atmosfera e una convinzione”.

palazzo arabo
La facciata di un palazzo arabo

Mustafa, originario appunto dell’Egitto, confessa che lì “la società e le famiglie mettono molta più pressione di quanto non accada in Europa o Stati Uniti sulla religione. Ma attenzione al concetto di ‘costringere’: credo sia normale che le famiglie cerchino di far fare ai propri figli ciò che credono sia meglio; ad esempio, io sono stato ‘costretto’ ad andare a scuola. Come molti bambini sono cresciuto con l’idea che il Ramadan fosse una ‘cosa da adulti’ e quindi volevo digiunare. Ma negli ultimi 5/6 anni mi sono un po’ allontanato dalla religione e infatti non digiuno sempre. Comunque evito di farmi vedere dalla mia famiglia mentre mangio o bevo perché non voglio farli dispiacere o doverci discutere”, racconta, e conclude dicendomi che per lui, nonostante l’allontanamento dalla religione, “il Ramadan è tutt’ora il periodo più bello dell’anno”.

A chi critica tanto il Ramadan, Wided suggerisce di provare a “frequentare una famiglia musulmana durante questo periodo, oppure visitare un paese arabo o anche semplicemente informarsi di più sulle abitudini e tradizioni”. E forse che le serie tv possano servire anche a questo scopo: a conoscere, seppur solo attraverso uno schermo, qualcosa di altre tradizioni e culture? Intanto ricordiamoci tutti almeno di fare gli auguri ai nostri conoscenti e amici musulmani perché proprio in queste ore il mese sacro volge al termine e si prepara la grande festa dell’Eid al-Fitr. E, ça va sans dire, i finali delle principali serie tv arabe saranno trasmessi.

Mara Carella

Immagine di copertina pubblicata su Netflix

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