Fantozzi è uno stronzo

Paolo Villaggio, genovese, è stato uno dei personaggi più controversi del Novecento. Non ridete. Nel momento in cui mi è stato proposto di scrivere un pezzo sulla sua morte è stato questo il primo pensiero che la mia mente ha generato praticamente in automatico.

Controverso perché se uno pensa a Fantozzi ride ma in maniera troppo sguaiata o, viceversa, ricorda quella vaga sensazione di nausea generata dalla discutibile, eterna, coazione a ripetere dei film girati in serie fordiana da Neri Parenti, male incarnato del cinema italiano e direttore di sei Fantozzi su dieci più i due Fracchia. Nonostante la decadenza progressiva e inarrestabile (a onor del vero i primi film diretti da Villaggio/Parenti e poi Parenti stand alone hanno qualcosa di significativo, prima che Parenti attuasse l’imbarbarimento che spacciava per riduzione a maschera della commedia), Fantozzi e Il secondo tragico Fantozzi, diretti da Luciano Salce, sono due pietre miliari della comicità. Nel continuum letteratura/cinema, Paolo Villaggio crea un personaggio che è puro èpos della bassa borghesia italiana nell’epoca d’oro della DC (e ci dispiace per il compagno Folagra); è l’homme sans qualités, il sempiterno sconfitto che pure fa della sua inettitudine la forza che gli consente di sopravvivere a qualunque tipo di vessazione inflittagli dai superiori e dalla Sorte. Non è un caso se il Fantozzi-libro diventa in breve tempo un classico amato e tradotto anche all’estero, se Villaggio viene definito dal poeta Evtushenko come «l’unico scrittore italiano riconducibile a Gogol» e, infine, se il libro è inserito nella lista delle centocinquanta opere più importanti nella Storia dello Stato Italiano.

Controverso, perché se Fantozzi è stato senza dubbio un figlio straordinario del genio di Paolo Villaggio (al punto che ogni volta che devo scrivere Villaggio parte prima la F), la sua presenza è diventata un fardello; l’assimilazione totale tra personaggio e autore ha praticamente nullificato quello che è venuto prima e “durante” Fantozzi (perché da un personaggio così non se ne esce nemmeno da morti, a quanto pare), svanisce dalla memoria collettiva qualunque altra prova attoriale di Villaggio con registi fondamentali, e sono parecchi: c’è Monicelli, c’è Fellini, ci sono la Wertmuller, Ermanno Olmi e Giorgio Strehler, esperienze che gli sono valse due David di Donatello, un Leone d’Oro, un Nastro d’argento e un Pardo d’Onore. Eppure, per tutti Villaggio è l’inizio della decadenza del cinema italiano, è Fantozzi e Fracchia, è il padrino di Massimo Boldi, è Le Comiche e Pompieri.

Controverso, ancora, perché la sua comicità non è solo quello splendido concentrato di geniale servilismo per i superiori, iperboli e malapropismi verbali; nella sua vis comica c’era tutto quello humor duro e nero tipico dei genovesi (c’era un altro comico genovese famoso per la sua malvagità, prima di diventare una specie di Fantozzi politico). Quando la figura dell’impiegato-succube era in fase embrionale, i suoi sketch si basavano sull’accanirsi con il pubblico divertito, come nelle apparizioni del Professor Kranz e nel Villaggio Quiz. In una scenetta di Fracchia, ancora, il giovane impiegatuccio scende da uno scalone trionfale accolto da un coro ti gentildame che inneggiano a lui, un maggiordomo gli porta un vassoio di sigari, Fracchia ne prende uno e accende il fiammifero sul volto del servo: è il delirio di onnipotenza del sottoposto ed è un sogno smargiasso. Nella scena di Signore e Signori buonanotte che lo vede protagonista, infine, Villaggio, nei panni di uno scienziato tedesco, propone in diretta TV di cucinare i bambini per risolvere il problema del sovraffollamento di Napoli. Oggi una cosa del genere non la direbbe nemmeno Louis C.K.

Controverso, infine, perché nei Duemila’s Villaggio è diventato sempre più un rebus. Dismessi i panni del ragionier Ugo F., ha iniziato a indossare quelle tuniche di merda e a oscillare tra comparsate tv (nei miei peggiori incubi lo rivedo mentre recita in Carabinieri), battute malvagie come quella sul Sud Italia ancora profondamente borbonico e libri dai titoli ragguardevoli (per lui una costante) come: Siamo nella merda. Pillole di saggezza di una vecchia carogna. La vera storia di Carlo Martello. Sono incazzato come una belva. Gli fantasmi. Spesso in televisione è apparso stanco, stanchissimo, altre volte malvagio e ieratico, altre ancora ridicolo. Libero da ogni freno, perennemente in equilibrio fra il serio e il faceto, Villaggio è un mistero che resterà per sempre insoluto.

 Cosa resta di lui dopo la morte? Fantozzi è assurto a caposaldo della comicità italiana e, con la scomparsa del suo autore, viene definitivamente eternato. I posteri si ricorderanno di Villaggio attraverso il ragioniere, un po’ come di Chaplin ci si ricorda attraverso la figura di Charlot. Come accade sempre in questi casi, però, sembra che il pubblico pianga la morte di una maschera piuttosto che del suo creatore. Ma la maschera è immortale, è tutto ciò che il suo autore è stato al di fuori di esso a scomparire, e Villaggio era molto altro rispetto al ragionier Ugo, era un caustico istrione, simile in questo più che a Fantozzi ad uno dei suoi primi personaggi, il professor Kranz, e ci mancherà per questo, perché Fantozzi è eterno, Paolo Villaggio, purtroppo, no.

Matteo Cutrì
@Sbronzon

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Un presagio del presente articolo da Fantozzi contro tutti
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