Omofobia, di cosa abbiamo paura?

Odio la parola omofobia. Non è una fobia. Tu non sei spaventato. Sei stronzo

È questo il tweet attribuito (erroneamente) qualche anno fa all’attore Morgan Freeman e ben presto divenuto virale. Sebbene sia per l’appunto un fake, il motivo per cui ha collezionato tante condivisioni non può che essere l’interrogativo, del tutto legittimo, che avanza. Perché definiamo ‘fobia’ un atteggiamento di avversità, se non addirittura violenza, nei confronti dell’altro?
È necessario fare chiarezza, in primo luogo, per capire che utilizzando questo termine non si sta in alcun modo sottovalutando la pericolosità o sminuendo la gravità di questi atteggiamenti (giustificando come ‘impaurito’ chi li assume); ma soprattutto per ribadire (ancora una volta) come tutti, indifferentemente dall’orientamento sessuale cui ci si riferisce, ne siamo esposti.
Il sociologo Mark McCormack ha pubblicato in merito un interessante volume dal titolo “The declining significance of Homophobia” (ahinoi non ancora tradotto in italiano e pubblicato dalla Oxford Un. Press). Secondo l’autore è doveroso associare al concetto di Omofobia quello di ‘Omo-isteria‘, ovvero: “la pervadente paura di essere o essere percepiti come omosessuali”. Sarebbe questa la condizione psico-sociale all’origine dello sviluppo di atteggiamenti discriminanti o di atti violenti; l’omofobia come comunemente la definiamo appunto.
In quelle culture, o in quelle fasi storiche, in cui la suddivisione dei ‘ruoli basati sul genere’ si fa più marcata, in cui è più stringente sottolineare la propria mascolinità e/o eterosessualità, l’Omo-isteria e la conseguente Omofobia hanno il sopravvento.

Oltre agli svariati esempi storici che confermerebbero questa posizione, una ricerca condotta da Fabio Fasoli della Surrey Un. dimostrerebbe infatti come le persone tendano a ‘delegittimare’ ed esprimersi con violenza nei confronti di ‘personaggi omosessuali’ solamente quando questi venivano presentati loro con termini ed epiteti omofobi, o facendo leggere in precedenza ai partecipanti allo studio articoli ed editoriali circa ‘la comunità gay’, ‘il mondo etero’, eccetera.
Rendere saliente (con la lettura dei testi) o preferibile (con l’uso di parole denigranti) la propria appartenenza ad uno dei due gruppi, è carburante per una naturale propensione verso questo, ed una avversità (con conseguenze anche gravi ed evidenti) a scapito dell’altro gruppo.
La ‘fobia‘ si inserirebbe proprio in questo quadro di conflittualità e suddivisione sociale tra gruppi. La ‘paura‘ è quella di perdere lo status quo legato alla comunità etero, o il timore di essere ‘degradato’ a quella omosessuale. L’angoscia di ‘essere scoperti o scambiati per omosessuali’, quella che si manifesta molte volte nell’attenzione spasmodica verso i dettagli in grado di tradirne la segretezza (la camminata, la risata, attenti al mignolo levato quando si beve!..). Così come le troppe, davvero, volte in cui questa costante autocensura si esprime nel suo modo più corrosivo e nelle svolte più tragiche.
Già in età di scuole elementari, molti bambini sono oggetto di una ‘catena di montaggio’ della propria identità, che vede in un caricaturale ‘Maschio ruvido’ l’unico ruolo sociale loro concesso. Tutti dobbiamo fare i conti con il ‘piccolo omofobo’ cresciuto di pari passo con noi ed è quasi impossibile evitarlo, crescendo in una società come la nostra. Come scriveva Sebastiano Mauri: “siamo tutti omofobi, come siamo tutti vittime dell’omofobia. Solo che la maggior parte di noi non sa di essere né una né l’altra cosa”.

Proprio per queste ragioni, fare in primo luogo cultura, insegnamento sull’esposizione di tutti e tutte a questi pregiudizievoli atteggiamenti (e alle loro conseguenze) sembra essere la via maestra nella ridefinizione di una mascolinità ‘nuova’.
Offrire ai nostri figli una più ampia serie di modelli di sviluppo e prospettive di ruolo sociale, non può che motivarli alle proprie, intrinseche, personali aspirazioni. Liberarli, cioè, dal faticoso costringere ogni propensione individuale all’interno di pochi, scarni stereotipi di riferimento.

Le varie ‘leggi contro l’omofobia‘, di cui grazie ad alcune iniziative regionali si torna oggi a discutere anche in Italia, possono essere l’occasione per riaprire un dibattito da tempo sopito. L’opportunità per tutti di ragionare sulle conseguenze che una visione ‘tagliata con l’accetta’ del maschile ha avuto sui rapporti uomo-donna, col potere, con le minoranze sessuali.
C’è una serie di ‘spaventevoli’ catene in grado di obbligare e censurare ognuno di noi, infondate paure legate ad altri radicati (seppure immotivati) pregiudizi che, grazie anche alla ricerca in campo psico-sociale, possiamo finalmente superare.
Se è vero, come diceva il poeta Boileau, che “spesso la paura di un male ci conduce ad uno peggiore”, allora è compito di tutti noi farci ‘osservatori delle nostre paure’, capire da cosa nascano, a cosa ci possano spingere. La consapevolezza è il primo strumento posto nelle nostre mani utile a capire come funzioni e come possa migliorare la società, il mondo in cui viviamo. Facciamone buon uso.

 

Lorenzo De Preto

Puoi leggere l’articolo originale a questo link.

io sono minoranza

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