L’immigrazione, raccontata bene

[Dopo aver conosciuto meglio il primo ospite continuiamo con la serie di interviste che ci condurranno ad un appuntamento per noi molto importante. Giovedì 25 maggio, infatti, parteciperemo per il secondo anno consecutivo alla giornata dedicata alle migrazioni di IT.A.CÀ migranti e viaggiatori: festival del turismo responsabile. Alle ore 18.30 si svolgerà presso il Mercato Sonato di Bologna un tavola rotonda dal titolo “Migrazioni e (in)ospitalità: viaggio nell’Europa che accoglie tra limiti, frontiere e diritti” a cui prenderanno parte Pierluigi Musarò, Università di  Bologna, Tommaso Gandini, Campagna “Overthefortress”, Yasmine Accardo, portavoce di LasciateCIEntrare, Paola Tracogna, Ospiti in Arrivo ONLUS, Anna Meli, COSPE Onlus.]

Che ruolo hanno i mass media nel parlarci dei flussi migratori e dei migranti, e che consapevolezza del fenomeno esiste tra cittadini e opinione pubblica? Parlandone con Anna Meli, sono emersi interessanti punti di riflessione sia per chi gestisce l’informazione, i giornalisti, che per chi ne fa uso, ossia l’opinione pubblica.

Anna Meli, infatti, è coordinatrice dell’associazione Carta di Roma che ha il compito di garantire l’attuazione del protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, e direttrice del dipartimento di comunicazione del COSPE, onlus che si occupa di cooperazione internazionale e di tematiche legate all’immigrazione.

Ci spiega come il modo di trattare il tema si è evoluto, seguendo i cambiamenti dei flussi migratori stessi: “in un primo momento, precedente all’istituzione della carta di Roma, l’immigrazione era legata principalmente alla cronaca nera, si assisteva alla etnicizzazione della stessa e alla criminalizzazione di quelli che erano allora chiamati “clandestini”. A questo atteggiamento è seguita una presa di coscienza da parte dell’informazione italiana stessa, dettata dalla consapevolezza di dover restituire di più la verità che proveniva dai dati e la verità sostanziale dei fatti, che sono la guida di tutti i giornalisti.”

clandestino no one is illegal
Fonte: Alysder1/Flickr

In un secondo momento, abbiamo assistito ad un’evoluzione legata ai più recenti fenomeni come l’aumento degli arrivi  e la cosiddetta “emergenza profughi”. Contemporaneamente è mutata anche la narrazione. Questa, infatti, ha visto scomparire la precedente preoccupazione, legata alla presenza della popolazione immigrata stanziata ormai da anni nel nostro territorio, ed è stata ampiamente rimpiazzata da tutto ciò che consegue agli arrivi e all’accoglienza dei nuovi immigrati.

“Relativamente a questa tendenza, legata ai fenomeni più recenti, ci sono due aspetti che andrebbero osservati: da un lato c’è il ricorso eccessivo alla narrazione “emergenziale”, che avviene di continuo nei toni e nel racconto come se ci trovassimo in un’emergenza continua”, dice Anna Meli. La cosiddetta emergenza, però, dura ormai da dieci anni quindi definirla tale non risulta più così corretto. La seconda cosa che è interessante tenere a mente, come ci fa notare Anna Meli, è una riflessione sul fatto che l’opinione pubblica non ha gli elementi informativi necessari di base per comprendere adeguatamente il fenomeno migratorio. Conclusione che è stata raggiunta alla luce di alcune indagini, tra cui un sondaggio condotto dall’istituto Ipsos Mori, che hanno messo in evidenza come l’Italia sia il Paese “più ignorante d’Europa” in materia. Questo triste primato ce lo siamo guadagnato proprio perché l’opinione pubblica, rappresentata dal pubblico intervistato, non sapeva lontanamente dare una quantificazione della presenza immigrata in Italia o, quando lo sapeva, la sovrastimava abbondantemente, così come la presenza dei musulmani. Inoltre, dopo aver considerato i deficit dal punto di vista sia giornalistico che del pubblico, bisogna puntualizzare che a parlare di questo argomento è soprattutto la classe politica, cosa che influenza molto il racconto che viene fornito sui temi.

Sempre nell’ottica della presa di coscienza e della risoluzione della mala informazione sui temi delle migrazioni, oltre alle attività che l’Associazione carta di Roma svolge quotidianamente ormai dal 2008, Anna Meli racconta che COSPE ha pubblicato una ricerca sui discorsi di odio e ha intrapreso un percorso nelle scuole con i ragazzi, per fornire delle chiavi di lettura di quello che accade realmente e viene veicolato dai mass media. COSPE si impegna, quindi, anche a fornire la cosiddetta “educazione ai media”, ossia come ci si può formare un’opinione critica a partire da diverse fonti d’informazione, compito prioritario nei confronti dei ragazzi, anche in relazione al peso dei discorsi di odio che vengono generati soprattutto a partire dai social media. Proprio l’“hate speech” può, infatti, portare a dei danni gravissimi. Il riferimento, per fare anche solo un esempio, è a quanto è poco virtuoso generare un dibattito pubblico che si basa spesso su falsità, e tutto ciò che si genera produce moltissimi discorsi di odio che viaggiano sul web: “Pensiamo ai famosi 35/45 euro che vengono dati ogni giorno ai migranti”, richiama Anna Meli.

Oltre che nelle scuole, COSPE è intervenuta anche all’interno delle redazioni per analizzare come vengono trattate le questioni dei discorsi di odio legati agli articoli prodotti e il risultato sono state una pubblicazione, “L’odio non è un’opinione”, e un decalogo stilato con dei social media manager destinato alle redazioni e a chi si occupa di informazione, come guida per trattare la questione dei discorsi di odio online.

“Ritornare a essere più attenti nelle redazioni e nelle scelte editoriali nel riportare effettivamente la dimensione reale del fenomeno, i fatti realmente accaduti nelle loro diverse prospettive, dando spazio anche alla prospettiva dei migranti stessi che arrivano, porterebbe l’opinione pubblica a farsi un’idea più realistica di quello che sta accadendo”, sostiene Anna Meli.

In effetti, questo ritratto completo della situazione dovrebbe far riflettere sia chi diffonde le informazioni che chi le riceve e le usa di conseguenza. Che le conclusioni affrettate non portano mai a nulla di buono dovremmo saperlo ormai tutti, ma continuiamo ugualmente a inciampare su questa ovvietà. Facendo ciò, creiamo categorie che non esistono, condanniamo persone per crimini che non hanno commesso, distorciamo e rovesciamo situazioni, alimentando odio e paure infondate di cui, pensandoci bene, non abbiamo realmente bisogno.

Elena Baro

 

[La foto di copertina è tratta dalla library Wikimedia Commons]

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