Tomas Felipe Carlovich, El Trinche

C’è, nella vita di tutti noi, almeno un momento per passare di livello, per cambiare la propria vita, per diventare ciò che non si è, per migliorare. C’è chi, questo momento, questa palla la prende al volo, e decolla. C’è chi manca il momento, perché non è in grado di vederlo, perché è distratto o perché in quel momento non pensa sia la cosa giusta da fare, pentendosene poi tutta la vita. Ma c’è anche chi quel momento lo vede arrivare, lo soppesa e lo scarta, consapevolmente, rendendosi conto che non ne ha bisogno.

Quel momento è il 1974. La Nazionale Argentina, in preparazione al Mondiale di Germania Ovest, fa un’amichevole contro una formazione composta solamente da giocatori nati a Rosario. Una sgambata, giusto per mettere 90′ nelle gambe ai giocatori che magari giocano meno. A fine primo tempo, l’Argentina è sotto tre a zero. Il ct, El Polaco Vladislao Cap, bussa alla porta degli spogliatoi rosarini, chiede di parlare con il loro allenatore. “Si rende conto” gli dice “di quanto sia importante il morale per una nazionale? Non possiamo partire con un tre a zero contro una non squadra. Per favore, tolga dal campo quello lì, il volante, lo tenga in panchina”. La Nazionale è sacra e non si discute, e quello lì, quel volante, resta in panchina. Risultato finale comunque 3 a 1, ma una sconfitta è sempre meglio di un’umiliazione. Cap deciderà di portarsi in Nazionale due giocatori rosarini, Mario Kempes, di cui risentiremo parlare, ed Aldo Poy, bandiera del Rosario Central. Ma non il cinque, il volante. Al secolo, Tomas Felipe “El Trinche” Carlovich, il miglior giocatore mai esistito sulla faccia della Terra senza volerlo.

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Quando, nel 1993, Diego Armando Maradona atterrò a Rosario dopo aver firmato il contratto con il Newell’s Old Boys, un giornalista lo accolse, dicendosi onorato di intervistare il giocatore più forte del mondo. Lui lo interruppe subito, ricordandogli che “il giocatore più forte del mondo aveva già giocato a Rosario, e si chiamava Carlovich.”

Tomas è il settimo figlio di un immigrato croato, che ha trovato lavoro come idraulico a Rosario. La sua scuola è la strada, ed i suoi libri sono il pallone. I rosarini hanno un’attenzione speciale per il calcio, un’attitudine quasi naturale (basta vedere l’elenco dei calciatori argentini nati a Rosario). Ed El Trinche ne è il loro capo. E’ lento non per necessità ma per indolenza, e cerca la giocata, il dribbling, il tunnel. Il problema è che gli riesce sempre.

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Comincia a giocare, e viene notato dal Rosario Central, dove va a giocare solo una stagione. Troppi impegni. Il calcio deve essere divertimento, ci sono altre cose stressanti nella vita. Salto di categoria verso il basso. Dove ovviamente è il re incontrastato. Un Pirlo ante litteram, capace di lanci sul piede a cinquanta metri e di doppi tunnel.

Due le tappe fondamentali, a suo stesso dire, del suo viaggio. Indipendiente Rivadavia ed il Central Cordoba. Proprio qui, secondo le cronache, giocava quando ridicolizzò la Nazionale. Un giorno, durante una gara, lo sfidò a fare un doppio tunnel, avanti ed indietro. Lui, con spacconeria argentina, accettò la scommessa e la vinse. Il pubblico esplose, chiedendogli continuamente di ripetere la prodezza. E Carlovich mai si tirò indietro. “Il più bel regalo che il calcio mi ha dato sono il Central Córdoba e l’Independiente Rivadavia. Io li definirei i due amori della mia vita. Gli amministratori del club mi hanno pagato un bonus speciale per i tunnel e un doppio bonus con un doppio tunnel. I tifosi di solito mi incoraggiavano dalla tribuna gridando cose come: ‘Vai Trinche, fai un doppio tunnel’”. Se lo racconta lui stesso, c’è da credergli?

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Andrà poi a giocare al Deportivo Maipu, un migliaio di chilometri da Rosario. Ma casa è casa, e Tomas torna in città ogni settimana. Leggenda vuole che in una occasione, si fece espellere poco prima della fine del primo tempo. Ai compagni, basiti ed un po’ preoccupati del dover fare a meno di lui, spiegò che giocando fino al 90′ avrebbe perso il treno per tornare a casa.

Nel 1978, anno dei Mondiali d’Argentina, il CT Menotti lo chiama. Lo invita a Buenos Aires per fare una chiacchierata. Lo sta sondando per convocarlo ai Mondiali, o quantomeno fargli fare un provino. Lui accetta e parte, salvo fermarsi da qualche parte lungo la strada per pescare, la sua vera grande passione. Ma i pesci abbondano, ed alla chiacchierata, al provino, ai Mondiali, non ci arriverà mai.

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Non sarebbe stata certamente ovvia la sua convocazione, perchè è un giocatore molto lento, quasi indolente, che preferisce far correre il pallone piuttosto che le proprie gambe. Anni dopo però, Josè Pekerman, ct di Argentina e Colombia, racconterà che a suo parere si trattava del miglior centrocampista centrale mai esistito, anteponendolo a decine di miti della tradizione argentina.

“Carlovich fu uno di quei ragazzi di quartiere che, da quando sono nati, hanno come unico giocattolo la palla. Tra lui e la palla c’era un rapporto molto forte. La tecnica che aveva lo rendeva un giocatore completamente differente. Era impressionante vederlo accarezzare la palla, giocare, dribblare. Certamente durante la sua carriera non trovò riserve fisiche che si abbinassero a tutte le qualità tecniche che aveva. Inoltre, sfortunatamente, nemmeno ebbe qualcuno che lo guidasse o comprendesse . E’ un peccato, perché Carlovich era destinato ad essere uno dei giocatori più importanti del calcio argentino. Mi ricordo che lo vidi giocare un una selezione di Rosario contro la squadra argentina e fu il miglior uomo in campo. Vederlo era una delizia. Dopo non so cosa gli successe. Forse il calcio professionale lo annoiava. A lui piaceva divertirsi e non si sentiva a suo agio con nessun compromesso.” Queste sono parole dello stesso Menotti, che poi quell’anno vinse il Mondiale.

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La carriera di Carlovich dura sedici anni, tutti vissuti tra serie minori ed anonimato pressochè totale. Per lui parlavano i piedi, altro non serviva, se non la pesca, gli amici del bar e la possibilità di tornare a casa propria ogni sera.

Ora, a quarant’anni da quel Mondiale mancato, El Trinche segue ancora tutte le sue passioni. Allena una squadra dilettante, pesca, frequenta gli amici allo stesso bar e torna ogni sera a casa, guardando dal patio il tramonto e, probabilmente, ripensando a tutto, scoprendosi felice.

Marco Pasquariello

 

 

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