“Arrival”, spiegato bene

[Ciao, cerchi davvero una spiegazione della trama di Arrival? Il titolo di questo post è una citazione ironica degli articoli de Il Post! Ma se la vuoi davvero, puoi leggerla nei commenti qui].

Qualche giorno fa, un mio contatto di Facebook si chiedeva quando la sensibilità agli spoiler fosse diventata così alta da rendere virtualmente impossibile comunicare un qualunque dettaglio della trama di qualcosa senza che la gente (nel migliore dei casi) inizi a tapparsi le orecchie e gridare SPOILER ALERT. Peraltro una reazione buffa, visto che il meccanismo sociale del web ci vorrebbe sempre impegnati a dire la nostra in modo tempestivo, originale e tagliente, come dimostra (se mai ce ne fosse bisogno) la curiosa ondata di critiche dedicate al nuovo disco dei Baustelle da gente che deve essersi persa i loro ultimi dieci anni di carriera – poverini, chissà che shock svegliarsi dopo La moda del lento e trovarsi di fronte al Sussidiario illustrato della mezza età (questa l’ho rubata a un altro mio contatto) senza neanche una ventina d’anni per assorbire i cambiamenti.

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Like, srsly? – fonte: http://www.justpo.st

La settimana scorsa il Future Film Festival, benemerita kermesse bolognese dedicata al cinema di animazione, quest’anno maggiorenne (la prima edizione è del 1999), ha portato in dono (beh, a prezzo ridotto, ma in anteprima e in lingua originale con i sottotitoli) Arrival, il nuovo film di Denis Villeneuve. La pellicola, che esce nelle sale italiane oggi (giovedì 19 gennaio), è una meraviglia, ma il modo in cui è costruita rende impossibile imbastire un discorso coerente senza rivelare nessun dettaglio. Però gli spoiler spaventano – come confermato proprio durante la presentazione di Arrival, in cui l’introduzione di Gabriele Niola è stata coperta da numerosi sibili ostili di persone che non volevano sapere niente del film prima di vederlo. Come si intuirà, ciò potrebbe comportare degli ostacoli a una pacifica fruizione di questo post da parte vostra.

Pertanto, è con un certo orgoglio che Ze bottomap ha il piacere di introdurvi il primo post (a nostra memoria) interamente modulato in funzione degli spoiler ed ergonomicamente articolato sulla vostra ricezione, in modo da offrire il consueto servizio di qualità ma al contempo garantire una piena compatibilità col gentismo™.
Il post è così strutturato: una selezione di commenti negativi su Metacritic è articolata in sezioni, disposte secondo un grado crescente di riferimenti alla trama; detti commenti saranno la piattaforma per la disamina che ci pregeremo di condurre, e che in parte cercherà di confutarli. Ciò dovrebbe evitare spiacevoli sorprese e allo stesso tempo parlare alla pancia del paese (qui ci andrebbe il link a uno qualsiasi degli articoli sulla post-verità che sono fioriti negli ultimi due mesi – forse scritti dagli stessi sorpresi dal disco dei Baustelle, ehi, voglio dire, EHI, da quando la gente si fida della prima cazzata che legge/vede/sente, ehiehiehi, sarà il uèb).

Mettetevi dunque comodi e andate avanti (quanto lo valuterete a vostro rischio e pericolo) nella lettura.

LIVELLO ZERO
(pericolo quasi nullo, elementi deducibili dal trailer – ma magari voi al cinema ci andate senza preavviso, guidati da un amico che vi benda da casa fino a metà dei titoli di testa)

Arrival è un film di fantascienza diretto da Denis Villeneuve, regista canadese di un genere che definiremo convenzionalmente film d’azione d’autore (qui un ottimo profilo della sua produzione finora), con il grado di quirkiness/new weird che è lecito aspettarsi dalla nuova onda canadese – per dire, il suo secondo film, una storia di depressione, colpe e conseguenze, è raccontato da un pesce. La trama: dodici suppostone aliene atterrano in dodici punti random del pianeta e stanno lì senza fare niente, tranne far entrare qualcuno ogni tanto. Gli Stati Uniti mandano la loro migliore professoressa di linguistica a cercare di comunicare con loro e capire cos’è che vogliono da noi.

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A ben pensarci, sono più dodici lenti a contatto di pietra. Brr, chissà che male. – fonte: http://www.badtaste.it

LIVELLO UNO
(pericolo basso, dettagli minimi su come funziona il film): non è un film sugli alieni, è un film con gli alieni.

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“Watching paint dry has more action”.

Partiamo da un punto semplice: spesso i trailer, soprattutto per i film complessi, mentono (wooo) per cercare di portare al cinema quanta più gente possibile; e anche i trailer di Arrival (al plurale perché ne esistono altri due – uno qui e l’altro qui) mentono. Sappiate dunque che Arrival non è un canonico film d’azione, né un film per appassionati di fantascienza tecnologica (quella che gli inglesi chiamano hard science fiction). Che poi, ehi, una professoressa di linguistica, ehiehi, in quale, dico, in quale modo potreste aspettarvi un film d’azione, voglio dire, ce lo vedreste Noam Chomsky in un film d’az- oh, lasciate stare. Arrival invece è attraversato da una tensione costante, ma la suspense è diluita nei dialoghi rarefatti della sceneggiatura di Eric Heisserer (tratta dal racconto Story of Your Life di Ted Chiang), nei tempi e nei campi lunghi della bellissima fotografia di  Bradford Young e nella stupenda colonna sonora di Jóhann Jóhannsson.

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Beh, il character poster ce l’abbiamo. – fonte: http://www.hines.blogspot.it

LIVELLO DUE
(pericolo medio, si entra nel merito di alcune scelte di trama): è un film per nerd – ma non quel tipo di nerd.

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“Just learn their language the same way your children learn English. Duh!”

Wikipedia riassume i temi principali del racconto di Chiang da cui è tratto il film in “determinismo, linguaggio e ipotesi di Sapir-Whorf (che viene citata anche nel film per la gioia di tutti i linguisti in sala, che hanno salivato all’unisono). (Qui un approfondimento del tema) Il principale focus del film è il potere del linguaggio di interpretare la realtà, dare forma al mondo, modulare la nostra percezione, di parlarci (nel senso di parlare noi stessi); poi, la capacità dell’atto comunicativo di costruire un ponte tra due Weltanschauung divergenti, la necessità di mediare non solo tra lingua e lingua e tra noi e gli alieni, ma tra popoli della terra, tra singole istituzioni, singole scienze, singole persone e così via, cercando di fondere le diverse soggettività in un organismo comune.

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Questa era per i linguisti. Grazie, siete un pubblico meraviglioso. – fonte: http://www.it.pinterest.com

LIVELLO TRE
(pericolo alto, non potrete più guardare il film con l’innocenza di un pargoletto perché saprete già qual è il punto): la struttura del film è particolarmente significativa.

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“This is a love story and about time, with aliens”.

Il linguaggio in questione non è solo l’Eptapode B creato apposta per il film da Patrice Vermette, che come si deduce da quest’articolo è un (adorabile) pazzo; il linguaggio narrativo è pienamente protagonista della pellicola, che adotta una successione problematica in cui la cronologia segue il personaggio principale (magnificamente interpretato da Amy Adams) congiungendo le discipline scientifiche dei due esperti del film, linguistica e fisica. Quelli che all’inizio sembrano semplici flashback si rivelano inserti più complicati da situare, perché focalizzati sulla protagonista e raddoppiati dalle visioni esperite da lei durante il suo lavoro di decifrazione, collegando le vicende della figlia Hannah alla struttura circolare del linguaggio parlato dagli alieni.

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Se scoprite come si scrive “Giorgio” vado a farmelo tatuare domani. – fonte: http://www.wired.com

LIVELLO QUATTRO
(pericolo altissimo, viene discusso il finale e se mi gira vi rivelo il codice fiscale degli attori protagonisti): non sto dicendo che se non vi è piaciuto non l’avete capito, ma ci sono buone possibilità che sia così.

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“It was not believable that Amy could not recognize that the symbol the aliens were using was the same as symbol on the book she had written”.

In qualche momento degli ultimi anni mi pare si sia diffuso un tipo di fruizione, dovuto forse alle molte sollecitazioni della contemporaneità e al costante information overload che le accompagna, che incoraggia una ricezione di primo livello della trama, una postura che, lungi dall’essere messa in discussione da narratori inattendibili e successioni complesse di analessi e prolessi, sceglie di sospendere il giudizio a priori e leggere la storia sul puro livello della suggestione. È un atteggiamento facilmente verificabile, per esempio, parlando con qualcuno dei film basati su loop temporali: spesso esce fuori qualcosa che suona come “non ci ho capito niente, ma che figata”, oppure “non ci si capiva niente, che palle”. Ecco, un lavoro fatto bene non dovrebbe, mi vien da dire banalizzando moltissimo, non farci capire niente; dovrebbe essere strutturalmente decifrabile anche quando è costruito su un paradosso (ma questo è il motivo per cui malsopporto quasi tutto Lynch, anche se non ne parlerò in questa sede), grazie a un lavoro cognitivo di decodifica che dovrebbe spettare a noi (che i narratologi chiamano in vario modo e che qui chiamerò, seguendo Eco, “cooperazione interpretativa”, che si capisce subito). I time loops non sono impossibili da capire, come non lo è la bottiglia di Klein, anche se nessuno ne ha uno a ha casa (e se ce l’ha, spero ci sia dentro un vino molto buono); richiedono solo un lavoro di decodifica più articolato, che vada oltre il dato esperienziale.
Mi pare invece che ci sia una tendenza a una fruizione compressa, applicata soprattutto ai prodotti visivi, che si adatta a (o forse incoraggia il diffondersi di) strutture basate su quella che vorrei chiamare post-plot (penso a The OA, la serie che si ama e poi si odia e poi si apprezza, o all’inspiegabile quarta stagione di Sherlock), in cui l’ambiguità è costitutiva e certi passaggi di trama sono talmente irrelati causalmente con tutto quello che precede e segue che potrebbero essere sostituiti da qualunque altra cosa senza che la struttura complessiva ne risenta. Ecco, Arrival non è così: è una storia tutto sommato classica, con un colpo di scena, in cui quello che succede alla fine è chiaro (forse addirittura con troppo anticipo: l’ultima mezz’ora di film è una specie di corollario melodrammatico a quello che si è già capito succederà – e se non l’avete capito potete vedervi questa spiegazione), a patto di avere ricevuto da ragazzini appena una spolverata di fisica e/o di fenomenologia.
Non occorre sapere come funziona un gioco a somma zero o il principio di Fermat (il primo è citato nel film e il secondo nella storia originale), ma lo spettatore modello non è, penso, quello che si ferma alla suggestione della trama, ma che sceglie di interpretarla e torna a casa con mille domande possibili sul libero arbitrio, il cuore mosso e gli occhi felici. Grazie, calamaroni spaziali.

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E questa era per i fisici, per par condicio. – fonte: http://www.it.pinterest.com

Giorgio Busi Rizzi

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20 pensieri su ““Arrival”, spiegato bene

  1. non hai spiegato un bel nulla. Mi son letto un ora di articolo per niente. In ogni caso. (Attenzione ci spoilero l’atalanta) quello che ho capito è…. ok il dono è il semplice fatto che la tipa può predire il futuro, lei sa già che si sposerà avra una figlia e quella muore e nonostante questo ovviamente farà le stesse scelte…… ok…… quello che non ho capito è…….. che cazz son venuti a fare gli alieni sulla terra? cioè sono venuti per dare il dono alla scienziata e quindi? e dopo? qual è il senso di questa cosa? gli alieni dicono….hai un dono…usalo….. e lei l’ha usato per evitare che scoppiasse una guerra convincendo il presidente della cina e altri paesi a non attaccare…..ok ma a parte questo? tutto quello che avevano inviato gli alieni sul tempo, la tecnologia e tutte quelle cose alla fine non è stato tradotto…quindi? nel film si dice perchè sono venuti….? boooh perchè? non ha senso

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    1. Salve… avete mancato un passo… quando luise sale per l’ultima volta sulla navicella, ed ha un contatto diretto( cioè senza vetro) “Gerry” l’alieno gli dice: stiamo aiutando gli umani dando il dono dell’linguaggio epdonde perché tra 3.000 anni gli umani aiuteranno loro…

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  2. Salve, sono l’autore dell’articolo. Di fronte a queste composte rimostranze mi sento in dovere di aggiungere uno SPOILER DI LIVELLO 6, cioè ArrivaL, spiegato bene per davvero.
    Dunque: dei calamari alieni atterrano in dodici punti diversi della Terra. Il loro scopo è mettere in subbuglio lo scacchiere geopolitico mondiale, contattare la linguista Louise e fare in modo che apprenda (telepaticamente, sembra di capire) il loro linguaggio. Quel linguaggio permette una visione del tempo non lineare (come quella che esperiamo noi esseri umani), ma circolare, in cui passato, presente e futuro vengono vissuti (o ricordati) contemporaneamente. In questo modo si spiega il fatto che quelli che sembravano dei flashback sono invece flashforward, cioè anticipazioni mentali di Louise su quello che le succederà (farà una figlia insieme a Ian, il fisico con cui sta cercando di comunicare coi calamari; la figlia si ammalerà e morirà; il fisico la lascerà proprio quando scoprirà che lei sa già che la figlia è destinata a morire). Proprio grazie al fatto che sa già cosa accadrà in futuro, Louise è capace di impedire che i cinesi attacchino gli alieni dicendo al generale cinese la frase che sua moglie aveva pronunciato in punto di morte, che la stessa Louise sa perché gliel’ha detta in generale nel futuro (un classico paradosso temporale). Sempre grazie a quella conoscenza Louise riuscirà a pubblicare il suo manuale di lingua Eptapode e a unire i popoli della terra che tra tremila anni aiuteranno i calamaroni. Lo snodo filosofico della questione è legato al fatto di conoscere gli avvenimenti futuri ma lasciare comunque che essi avvengono normalmente (la morte di Costello/Pinotto, la separazione di Louise, la morte della figlia di Louise).

    O, come ha detto il mio amico Carlo su Facebook, Arrival ha finalmente fatto luce su uno dei più affascinanti enigmi di questo decennio: https://www.youtube.com/watch?v=3ESGpRUMj9E

    Siamo contenti?

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    1. Ciao Giorgio Busi Rizzi, mi hai fatto fondere il cervello con mezz’ora di articolo quando bastava il succo di poche righe qui nel tuo commento. Cavolo se all’inizio inserivi tipo “spiegazione per stupidi in fondo all’articolo” io sarei andato subito a leggere 🙂 Ad ogni modo qui una bellissima spiegazione in inglese [ http://screenrant.com/arrival-movie-2016-ending-time-explained/ ] Scherzi a parte, bell’articolo per un film di non facile interpretazione. Un saluto dall’Australia

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    2. Ciao Giorgio Busi Rizzi, mi hai fatto fondere il cervello con mezz’ora di articolo quando bastava il succo di poche righe qui nel tuo commento. Cavolo se all’inizio inserivi tipo “spiegazione per stupidi in fondo all’articolo” io sarei andato subito a leggere 🙂 Ad ogni modo qui una bellissima spiegazione in inglese [ http://screenrant.com/arrival-movie-2016-ending-time-explained/ ] Scherzi a parte, bell’articolo per un film di non facile interpretazione. Un saluto dall’Australia

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  3. Salve Giorgio Busi Rizzi, complimenti per le spiegazioni, anch’io sono rimasta perplessa da questo film (era da 3 mesi che aspettavo che uscisse nei cinema italiani). Devo dire che guardarlo nella lingua non originale è un errore madornale, come si spiega anche nel film una parola può avere diversi significati in un altra lingua e secondo me l’inglese è piu sintetico (l’italiano invece è piu articolata e sofisticata).
    Al inizio del film ci sono dei dettagli che li ho trascurati ma che verso la fine mi sono risultati utili per capire la “clue” del trama. Quando Louise partorisce la bambina, c’è un primo piano della sua fede al dito (anello) e poi in un momento quando lei e Ian stanno parlando lei dichiara di essere single (no separata, divorziata o vedova). Se uno sta attento ai dettagli, si puo gia capire che i primi 3 minuti del film sono un flash forward.
    Una cosa che non sono riuscita a capire: il loop in cui entra Louise dopo l’impostazione mentale di una percezione temporale circolare è un loop ripetibile all’infinito che diciamo si “riavvia” ognivolta (???) oppure nel “cerchio” del tempo Louise ha la capacità di “muoversi” forward e rewind ogni volta…
    L’altro mistero che non mi ha fatto dormire ieri sera è: perché c’era un uccellino in gabbia ogni volta che entravano nel “guscio”? (Spero ci sia una spiegazione piu interessante che solo una cavia per le radiazioni ignote)
    Chiudo dicendoti che anche il tuo nome (pur non essendo un palindromo) può essere scritto infinitamente in maniera circolare fino a creare un loop hahaha

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    1. secondo me era solo una cavia (non tanto per le radiazioni, quanto per l’aria, come si usava – si usa? mah – nelle miniere).

      secondo me una volta presa confidenza louise può muoversi come le pare (a livello di coscienza, intendiamo), però all’inizio non è in grado di controllarlo e le si incasinano passato e futuro perché è troppo diverso da com’era abituata prima.

      il mio nome, beh 😓

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  4. Il tuo Spoiler di livello 6 spiega cosa succede. Gli alieni sono venuti per farci imparare a comunicare tra di noi, evitando di estinguerci con le nostre stesse mani, aiutati anche dal linguaggio circolare che dona conoscenza temporale. Questo perché tra 3000 anni avranno bisogno di noi per non estinguersi (motivi ignoti e irrilevanti). Ci salvano oggi in modo tale da venire salvati da noi domani (la storia del gioco a somma zero). Ma mi sarebbe piaciuto un dibattito a livello umanistico. Per esempio: si può considerare egoistica la scelta di Louise di avere Hannah pur sapendo che ella morirà adolescente? È giusto o sbagliato averlo detto al marito? Sarebbe stato corretto dirlo prima? Perché se insegnerà il linguaggio circolare per conoscere il tempo non lo avverte prima? Il film parla dell’importanza di comunicare, ma mi pare proprio che la protagonista sia la prima a non farlo.

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    1. prospettiva interessante.

      a me pare che un altro dei punti del film sia l’accettazione dell’esistenza con una certa rassegnazione, e in questo senso non parlerei di egoismo. certo rimarrebbe da capire se imparando la lingua semplicemente (sul manuale scritto da louise) uno inizia a percepire la propria vita in maniera circolare oppure no. al fisico non succede nonostante abbiano decifrato varie parole, quindi propenderei per il no – e questo mi pare uno dei più esili passaggi della trama, in cui bisogna sospendere un po’ l’incredulità e accettarne la leggera incoerenza, perché se non è così tutta la storia dell’importanza della lingua e dei tremila anni cade un po’. ma se non è così, la spiegazione è semplicemente che non l’ha detto a lui perché non l’avrebbe capito, perché vedere l’esistenza come una progressione invece che circolarmente ti impedisce di gioire di ogni momento che accade e di accettarne gli snodi negativi come, in qualche modo, inevitabili.

      però è solo il mio parere, mi sembra ci sia ampio spazio per opinioni differenti 🙂

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  5. Caro Giorgio, complimenti davvero per l’originale e divertente articolo su un film che mi ha colpito molto, facendomi accarezzare l’idea del potenziale che il genere umano evidentemente ha. Un film che non è per tutti, a giudicare dagli sbadigli che ho sentito in sala… Grazie!

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  6. Smorzo i toni per definire quella che è la spiegazione al fatto che louise non comunica a suo marito prima di decidere di fare una figlia, infischiandosene dell importanza della comunicazione. È donna. Fine. 😛 scherzi a parte, bellissimo film che da un accenno leggermente più illuminato sulle nuove frontiere della fisica quantistica riguardanti il tempo. Un discorso simile potere trovarlo fatto dal protagonista della serie tv true detective.

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  7. Ciao a tutti, e grazie a Giorgio per lo splendido articolo. E’ la prima volta che capito qui e già mi trovo molto bene!
    Vorrei puntualizzare un punto che mi sembra sia stato ignorato dai più: sappiamo che Louise e Ian si lasceranno perché lei dirà a lui qualcosa di troppo, ma se non ricordo male ad un certo punto del film Louise chiede a Ian una cosa del tipo (non ricordo le parole esatte): “se potessi cambiare un errore della tua vita lo faresti?”. Questo mi induce a pensare che Louise, una volta compreso il suo potere decida di sfruttarlo al meglio per starsene zitta e così salvare la sua futura relazione con Ian.

    Percepire la circolarità del tempo dona il potere/diritto di modificarlo? Pare di sì, perché è ciò che fa Louise alla fine del film pescando dal proprio futuro per salvare presente e futuro, capra e cavoli, in un paradosso che neanche Biff in Ritorno al Futuro 2…

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  8. Davvero uno splendido articolo. Disanima impeccabile dell’ intreccio ma anche scritto bene, in un Italiano dinamico e potente. Forse c’è ancora speranza per la nostra lingua.

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  9. Si ed è per questo che lei dice che ha capito perché suo marito la lasciata! Forse nel futuro cercherà di fare qualcosa per non lasciarsi con ian!!!

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