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Da Lampedusa a Udine: come funziona l’accoglienza straordinaria?

I rubinetti perdono, nelle tende non c’è luce, l’acqua calda è una chimera. Biscotti (dal valore commerciale di 44 cent) al posto del pocket money (2,50 Euro), orari di accesso limitati ad un’ora al giorno, nessun servizio di lavanderia. Smartphone requisiti perché fare fotografie e video all’interno della struttura è vietato. In molti dei centri di primissima accoglienza (CAS, CARA, CPSA, HUB, Hotspot), sai quando entri, non quando esci, né come.

La campagna LasciateCIEntrare ha pubblicato il report completo della Giornata Nazionale di mobilitazione del 20 giugno scorso. In occasione della giornata mondiale del rifugiato era stato richiesto l’accesso in 65 strutture distribuite su tutto il territorio nazionale. È stato possibile accedere a 40 centri. Non tutte le Prefetture hanno autorizzato l’accesso e in alcuni casi è sono state effettuate delle visite grazie al supporto fornito da alcuni parlamentari ed europarlamentari. Per superare le barriere, alcuni attivisti hanno scelto di incontrare i richiedenti asilo fuori dalle strutture in cui è vietato l’accesso per raccogliere impressioni e testimonianze.

Quello che emerge dal rapporto è un quadro omogeneo e, salvo alcune eccezioni, piuttosto negativo: da Lampedusa a Udine, la primissima accoglienza nei centri temporanei mostra criticità e violazioni. In alcuni casi manca addirittura un inquadramento giuridico della struttura di accoglienza. La maggior parte dei profughi che arrivano in Italia vengono accolti in un CAS: sono più di 3.000 in tutta Italia e ospitano il 72% dei richiedenti asilo. Secondo i dati resi pubblici alla fine dello scorso anno, nei Centri di Accoglienza Straordinari erano accolte 76.683 persone. Naturale conseguenza dell’accoglienza realizzata in strutture straordinarie è il sovraffollamento e la difficoltà nel gestire gli spazi in maniera che rispettino tutti gli standard previsti dalla legge. “Lo spaccato è quello di un sistema nel quale fioriscono ghetti destinati ad alimentare soltanto la frustrazione e la rassegnazione, anticamera di pratiche di sfruttamento legale o meno, mentre le istituzioni continuano ad operare in un clima emergenziale e contemporaneamente cercano di rassicurare l’opinione pubblica affermando che l’accoglienza in Italia è sotto controllo.” Desta ulteriore preoccupazione la prassi per cui gli hotspot si stanno trasformando in strutture detentive, così come il ritardo nell’erogazione dei fondi agli enti gestori dei centri di accoglienza.

lasciatecientrare

Chi ha provato a promuovere una visione alternativa – a partire dalla stessa campagna LasciateCIEntrare e dalle realtà che hanno deciso di prendere parte alla mobilitazione – spesso non gode del supporto delle istituzioni. Al contrario, in Italia come nel resto d’Europa, le iniziative della società civile sono state marginalizzate e in alcuni casi criminalizzate. Si pensi ai continui sgomberi di cui è oggetto la Baobab Experience a Roma oppure la nota vicenda dell’associazione Ospiti in arrivo a Udine.

Eppure le alternative esistono. Un esempio è la città di Trieste: multiculturale per vocazione, nonostante le recenti svolte politico-amministrative, resta un modello poiché applica il principio dell’accoglienza diffusa anche al CAS. Intervistato da Arturo Cannarozzo su SocialNews, Gianfranco Schiavone (presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS) – Ufficio Rifugiati di Trieste e Vicepresidente dell’ASGI) spiega come sono andate le cose: “A Trieste, nel 2013, quando è iniziato, come nel resto d’Italia, il forte aumento degli arrivi dei rifugiati ci siamo subito resi conto del pericolo rappresentato dallo scivolare nella logica dell’emergenza e l’abbiamo evitato rendendo inesistente nella pratica le differenze tra lo SPRAR e il programma emergenziale, che noi volutamente chiamiamo extra-SPRAR; parimenti non usiamo l’acronimo CAS (centri di accoglienza straordinari). Abbiamo scelto di operare in questo modo perché eravamo e siamo consapevoli che è in corso un cambiamento strutturale.”

Queste esperienze positive rappresentano, tuttavia, solo una marginalità, un’eccezione virtuosa mentre la regola resta quella dell’instabilità, dell’emergenza e della fragilità della tutela dei diritti umani. L’accoglienza non dovrebbe essere una rete di “parcheggi umani a tempo determinato”, isolata rispetto al resto della società e nell’impossibilità di instaurare un percorso di integrazione efficace. Questa non è accoglienza.

Angela Caporale

@puntoevirgola_

La fotografia in evidenza è tratta dal reportage “Udine, la punta estrema dell’Italia che non sa accogliere”, pubblicato su Voci Globali.

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3 pensieri su “Da Lampedusa a Udine: come funziona l’accoglienza straordinaria?

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