Che cosa significa fare ricerca sociale?

In occasione della Notte Europea dei ricercatori, notte in cui in più di 250 città europee i ricercatori racconteranno i risultati dei loro lavori e l’importanza della ricerca, abbiamo cercato di rispondere a questa domanda.

L’immagine comune del ricercatore è molto confusa. Il ricercatore è spesso accostato alla ricerca nel settore delle scienze naturali dove, sotto le sembianze del cugino più sfortunato di Tony Stark, si muove all’interno di un laboratorio, costruendo macchinari fantascientifici o ricercando la cura per malattie inguaribili. In questo immaginario è ancora più trascurata la figura del ricercatore sociale, il cugino di secondo grado di Tony Stark ancora più sfortunato dell’altro.

Cosa fa di preciso? Come viene condotta una ricerca sociale?

Cerchiamo di sfatarne i miti. Immaginiamo che a questo eroe dimenticato venga commissionata una ricerca. Nel nostro caso la ricerca in questione aveva lo scopo di capire come i ragazzi delle scuole superiori di Forlì percepissero il tema della legalità. Come raggiungerlo? Tirando fuori dalla cassetta degli attrezzi dei ricercatori sociali uno strumento che tutti conoscono: il questionario, che si è deciso di somministrare alle classi terze, quarte e quinte delle scuole forlivesi.

È importante indentificare e programmare le diverse fasi della ricerca, soprattutto perché capiteranno sicuramente imprevisti e sfortune, essendo al centro della nostra indagine degli esseri umani. Avere definito una metodologia sarà utile nel gestirli.

Nel nostro caso, la prima cosa da fare era, appunto, costruire un questionario. Ma come lo costruisci un questionario? Che domande puoi fare a degli adolescenti per capire come loro “percepiscono la legalità” (un termine che, preso così, è chiaro come lo sarebbe un trattato di Antonio Cassano sulla fisica nucleare).
In questo caso si vede subito come l’interpretazione del ricercatore darà alla ricerca una direzione piuttosto che un’altra. Noi abbiamo voluto concentrarci non sulla legalità relativamente ai fenomeni di corruzione politica o criminalità organizzata, ma relativamente al “rispetto delle regole”, focalizzandoci soprattutto su quelle con cui i ragazzi si confrontano ogni giorno, come ad esempio non copiare i compiti in classe, piuttosto che fare tardi a cena o fare uso di droghe leggere e pesanti.

Costruire il questionario è stata la parte più semplice. Il lavoro si svolge prevalentemente in ufficio, tra giornate passate a guardare le migliori reti dell’ultima giornata di serie A e giornate in cui il lavoro è talmente concitato da non avere nemmeno il tempo per mangiare. Il problema vero è che per somministrare un questionario nelle classi non vai da nessuna parte senza il consenso delle scuole. In questo momento inizia una fase della ricerca dove non puoi più fare affidamento sulle competenze acquisite in anni di studio. Le tue preoccupazioni non sono più il valore scientifico o il rigore metodologico, ma semplicemente che le segreterie della scuola rispondano al telefono, abbiano pietà di te e decidano che il vicepreside o il responsabile delle attività extra-scolastiche abbiano due minuti per ascoltarti. In questa fase ci si muove su un piano dove sarà probabile rinunciare a certe pretese accademiche/metodologiche per poter portare a casa un risultato: ottenere la disponibilità da parte delle scuole per somministrare il questionario ai ragazzi.

Sfoderando una dialettica che ci avrebbe portato alla scalata del business delle vendite porta a porta, siamo riusciti ad ottenere la collaborazione di quattro istituti di Forlì: un liceo classico, un liceo scientifico, un istituto tecnico-economico e un istituto professionale. Tre di questi ci hanno permesso di somministrare il questionario nelle classi, mentre lo scientifico ha solo dato disponibilità a lasciare il questionario come compito per casa perché non aveva più ore da dedicare a progetti extra-scolastici. “Ma se noi non siamo lì come possiamo essere sicuri che capiranno bene le domande?” “e se ci fosse un problema di autoselezione per cui ci risponderà solo chi è già interessato all’argomento generando una distorsione del campione?”. Vi lasciamo immaginare l’imbarazzante fretta, condita da non poche imprecazioni, con cui questi dubbi sono stati archiviati davanti alla possibilità di poter disporre di un numero alto di questionari.

Nonostante le telefonate continue fatte ogni giorno alle scuole per parlare con chi di dovere, l’epidemia di peste nera e il Vietnam non eravamo preparati ad affrontare la parte traumatica: la somministrazione all’interno delle classi. Anche qui le nostre competenze “accademiche” non si sono rilevate indispensabili al completamento della nostra missione: farci ascoltare da tante classi, tra loro molto diverse, in un’età (la loro) che, si sa, non è la più facile da attraversare. Siamo entrati in istituti che ci hanno accolto in maniera solenne, mettendoci a disposizione le aule magne, e in altri che ci hanno accolti con trenini e feste di carnevale di De Sichiana memoria (Christian, non Vittorio). Abbiamo avuto classi con cui saremmo rimasti a parlare delle ore ed altre da cui saremmo usciti più veloci di Berlusconi da un’aula di tribunale, lasciandoci alle spalle sedicenni rissosi e sigarette elettroniche. Ma questo (e questo è fondamentale per il ricercatore sociale) non ha minimamente dovuto contaminare l’oggettività della nostra analisi.

Finita questa fase siamo tornati all’apparente tranquillità del nostro ufficio, con 658 questionari (numero totale con cui tuttora gonfiamo la nostra autostima nei momenti più bui) da imputare in una matrice dati. È facile immaginare la difficoltà di inserire in un file Excel con 33 variabili 658 risposte diverse, per non contare le domande, ahinoi, che prevedevano più di una modalità di risposte. Comunque ci siamo riusciti, non senza imprecisioni ed errori che hanno rischiato di compromettere la ricerca e la nostra sanità mentale, riuscendo a procedere all’analisi dati attraverso il software di analisi statistica STATA. Una volta superato quest’ultimo scoglio si procede ad elaborare e interpretare i risultati, osservando il tipo di risposte ottenute, su quali argomenti si sono raccolti i risultati più interessanti, quali differenze si possono riscontrare nelle risposte e si redige il report conclusivo della ricerca. Report del quale non abbiamo intenzione di parlarvi.

Vogliamo parlarvi, però, della Notte Europea della Ricerca alla quale siamo stati invitati per fare una presentazione. No, non una presentazione noiosa. “Deve essere accattivante”, “deve essere spiritosa”, “deve essere pop”, “deve interessare e non annoiare”. Insomma, deve essere quello che l’esposizione di dati, generalmente, non è.

paraciani

Abbiamo quindi deciso di girare un video (giudicato positivamente dal comitato scientifico, non fosse per la nostra recitazione degna del cast de “Gli Occhi del Cuore 2”), dove chiedevamo agli adulti che cosa, secondo loro, avessero risposto i ragazzi alle nostre domande.

Le discrepanze più interessanti tra il pensiero degli adulti (ne abbiamo intervistati 20) e i nostri risultati riguardano principalmente le infrazioni al codice della strada (guidare senza cintura o senza casco, guidare in stato di ebrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti, parcheggiare nei posti riservati ai disabili) e le azioni che abbiamo etichettato “ai danni dello stato” (lavorare in nero, non farsi fare uno scontrino fiscale, non pagare una multa). Per gli adulti, l’infrazione di regole come non guidare in stato di ebrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti non sono giudicate gravemente dai giovani. Tuttavia, la quasi totalità dei ragazzi ha espresso un giudizio di forte condanna per questi comportamenti, risultato che è probabilmente figlio delle numerose campagne di sensibilizzazione sul rispetto del codice della strada condotte all’interno delle scuole durante gli ultimi anni. Al contrario del caso precedente, gli adulti ritengono che i ragazzi siano molto consapevoli della gravità del secondo gruppo di comportamenti, mentre la maggioranza degli studenti li ha ritenuti poco gravi, o né tanto né poco gravi. Dato assai preoccupante e che farebbe pensare alla necessità di intervenire anche su questo argomento all’interno delle scuole.

A noi il risultato non ha stupito, vista la distanza tra il comportamento e il danno che ne consegue. Se X aggredisce fisicamente Y, Y sarà danneggiato immediatamente dal comportamento di Y. Al contrario, se X non rilascia uno scontrino fiscale, Y (che in questo caso è lo Stato, nonché l’intera società) non sarà immediatamente danneggiato da questo comportamento. La distanza tra autore e vittima rende queste situazioni difficilmente percepibili come gravi. Soprattutto in un contesto, quello scolastico, in cui questi argomenti vengono poco trattati. Altro dato interessante: molti degli adulti intervistati, pur esordendo con un “non sono razzista, ma…” hanno affermato che, secondo loro, tra i giovani forlivesi sarebbe prevalso uno spirito assistenzialistico nei confronti del fenomeno dell’immigrazione, una “comprensione necessaria”. Invece (e pure su questo, secondo noi, le scuole dovrebbero lavorare), oltre il 70% dei ragazzi che abbiamo intervistato ha giudicato il fenomeno molto grave.

Per concludere, fare ricerca sociale significa analizzare dei fenomeni sociali, ponendosi delle domande e cercare lo strumento più giusto per ottenere le risposte che più si avvicinano alla realtà. La discrezionalità del ricercatore va messa da parte, per quanto possibile. E poi con le risposte che ci facciamo? Cerchiamo di capirle. Di avere un quadro rappresentativo di una realtà che non sarà mai la realtà tutta, prendendo ad esempio il nostro caso, sarà il triennio di quattro istituti delle scuole superiori forlivesi. Dopo si cerca di migliorare, con queste risposte che sicuramente genereranno altre domande, la realtà oggetto dell’indagine.
Per riconcludere, ieri sera abbiamo parlato di fronte ad un’aula che potrebbe essere vuota visto il contemporaneo evento organizzato da scienziati veri, non sociali. E abbiamo cercato di spiegare cosa significa fare ricerca sociale, che spesso, ci siamo accorti, non sempre viene capita. Per dimostrarlo, a seguito una delle risposte aperte forniteci dai ragazzi. La domanda era: definisci il termine “legalità”.

Sin dai tempi degli egizi dei sumeri e anche nella preistoria, la società si è organizzata in modi diversi per la sopravvivenza comune e in questi sistemi la legalità è stato un fattore non solo politico, ma mentale …(altre 287 parole) … E ora, giunto alla conclusione, voglio ringraziare quel coglione che ha perso una buona parte della sua vita a leggere le boiate che ho scritto sulla legalità e sul dissidio interiore di Petrarca. Trovatevi un lavoro vero anziché romperci perché ci facciamo le canne”.

Rebecca Paraciani e Lorenzo Cattani

 

 

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