Il terrorismo islamista dopo l’11 settembre

Era un martedì di settembre. Il mondo intero aveva gli occhi incollati al televisore che mostrava immagini terrificanti: una delle torri gemelle del World Trade Center di New York era stata colpita in pieno da un aereo di grandi dimensioni. Probabilmente un errore umano o forse l’atto estremo di uno squilibrato. Dopo 16 minuti un secondo aereo, in diretta tv, si schiantava sull’altra torre. Non c’erano più dubbi. Nessun errore: era un atto di guerra. Quel giorno il mondo cambiò. Il terrorismo islamista si era fatto grande. Era in grado, ormai, di attaccare al cuore della più grande potenza mondiale causando migliaia di vittime.

Dopo 15 anni il timore di attacchi terroristici continua a condizionare la vita di milioni di uomini e donne in tutto il mondo. Eppure molto è cambiato da quel martedì di settembre del 2001. È cambiato il nome con cui identifichiamo il nemico. Sono cambiati i bersagli e le modalità dei terroristi. Oggi non dirottano aerei e sempre meno spesso piazzano bombe. Il nuovo terrorista attacca ovunque e chiunque. E in qualunque modo. Le strategie difensive messe in atto in occidente all’indomani del grande attacco del 2001 non sono più valide. Bisogna cambiare registro. Per farlo, però, bisogna conoscere il nemico. E quindi la sua storia.

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Le macerie di Ground Zero

La nascita di Al-Qaida

È difficile rintracciare un fatto storico da cui ha tratto origine il terrorismo islamista. Di sicuro, però, la decolonizzazione del Medio oriente ha avuto un ruolo predominante. Molti degli stati mediorientali costruiti artificialmente a partire dal dopo guerra, tentarono di riprodurre un sistema politico e sociale di tipo europeo. Tentarono, cioè, di occidentalizzarsi, marginalizzando la religione islamica. Per combattere questa deriva laica cominciarono a nascere nel mondo musulmano gruppi fondamentalisti con idee e progetti basati sul cosiddetto “islam politico” (secondo cui la religione dovrebbe guidare tanto la vita dei singoli individui quanto quella della politica e dell’intera società). Tra i tanti ad aderire a questa ideologia religiosa spiccò Osama Bin Laden che diventerà noto in tutto il mondo come lo sceicco del terrore. Fu lui a dare vita ad Al-Qaida.

Ufficialmente Al-Qaida nasce l’11 agosto del 1988 in Pakistan, ma per comprendere la sua natura è utile fare un passo indietro, fino almeno al 1979. 
Siamo in piena guerra fredda. La politica del containment impone agli Stati Uniti di intervenire contro l’invasione sovietica in Afghanistan senza, però, arrivare ad uno scontro diretto. Bisognava, cioè, trovare un alleato sul campo a cui fornire finanziamenti, formazione e armi per combattere il comune nemico comunista. Il presidente Carter trovò nei mujahidin (un gruppo fondamentalista islamico con il quale bin Landen aveva stretti contatti) i suoi alleati. I sovietici furono ricacciati nel 1989 lasciando, però, il paese nelle mani di piccoli e grandi gruppi tribali in lotta tra loro per il controllo del territorio.

Mentre l’Unione sovietica collassava, gli Usa persero interesse per ciò che avveniva in medio oriente e in Asia centrale dove cresceva la frustrazione per la disoccupazione dilagante e il peggioramento delle condizioni di vita; dove cresceva la rabbia contro i governi locali considerati “fantocci” agli ordini degli imperialisti occidentali. La rabbia, la frustrazione e gli aiuti militari ricevuti dai mujahidin negli anni precedenti sono gli ingredienti principali grazie ai quali la appena-nata Al-Qaida riuscì a diventare, pochi anni dopo, la più grande potenza terroristica mondiale. 
Attiva durante la prima guerra del golfo per combattere le truppe straniere (temendo un ritorno all’imperialismo occidentale), Al-Qaida continuò ad operare anche a guerra terminata, riuscendo a creare una rete capace di reclutare giovani uomini pronti al Jihad. Nel corso dei dieci anni successivi, il gruppo guidato da Osama bin Laden fu protagonista di una serie di attentati in tutto il mondo (tra cui quello al World Trade Center di New York nel 1993 che causò la morte di sei persone). Tanto quello di New York quanto quelli organizzati nel mondo arabo contro obiettivi americani, furono piccole azioni dinamitarde che provocarono poche centinaia di morti. Nel frattempo, però, al-Qaida si stava preparando al grande attacco che fu scagliato quel maledetto 11 settembre 2001.

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Osama Bin Laden in uno dei suoi molti video di minaccia all’occidente

La creazione del brand

Il giorno successivo il mondo intero cominciò a sentir parlare di Al-Qaida. L’allora presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, parlò subito di guerra al terrorismo. L’obiettivo era distruggere l’organizzazione terroristica guidata dallo sceicco Osama bin Laden che, sin da subito, fu accusato di essere il mandante degli attentanti. Sorgeva, però, un problema: per migliaia di anni le guerre si erano combattute tra stati. Di questi si conoscevano i governanti, il territorio e spesso anche la capacità offensiva. Ma la guerra al terrorismo – se di guerra si poteva parlare – non era una guerra convenzionale. Il nemico da combattere non era uno stato, bensì una rete transnazionale che potenzialmente poteva colpire in ogni luogo e in ogni momento. 
Un errore nella guerra al terrorismo – oggi generalmente riconosciuto – fu l’utilizzo di tecniche convenzionali in una guerra completamente nuova. Ciò portò all’invasione nell’ottobre del 2001 dell’Afghanistan (dove il regime dei talebani presumibilmente aveva garantito asilo e assistenza a bin Laden) e il rovesciamento di Saddam Hussein nel 2003.

Indebolita dall’accerchiamento da parte degli Stati Uniti e dai suoi alleati, l’organizzazione terroristica mutò. Grazie soprattutto al clamore legato agli attentati del 2001, molte organizzazioni terroristiche – con un’agenda e degli obiettivi propri, spesso anche diversi da quelli di Al-Qaida – iniziarono ad affiliarsi all’organizzazione di Osama bin Laden usandone il nome. Fu creato un vero e proprio brand. Tra le nuove formazioni aderenti spiccarono Al-Qaida nella Penisola Arabica, Al-Qaida nel Maghreb e Al-Qaida in Iraq. Fu quest’ultima a dare vita all’Isis.

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Statua di Saddam Hussein rovesciata

La nascita di ISIS

Nel 2004 il giordano Abu Musab al-Zarqawi decise di aderire ad Al-Qaida portando con sé l’organizzazione da lui creata nel 1999 e adottando il nuovo nome di Al-Qaida in Iraq (AQI). In un primo tempo le azioni di AQI erano coordinate con la l’organizzazione centrale. A partire dal 2006, però, AQI iniziò a farsi più indipendente associandosi con una serie di gruppi locali sunniti. In seguito a queste adesioni e probabilmente con la volontà di evidenziare la propria indipendenza nei confronti dell’organizzazione centrale, i leader di AQI decisero di cambiare nome, abbandonando il “brand” Al-Qaida e utilizzando per la prima volta l’espressione “Stato Islamico”.

Da quel momento in poi l’organizzazione si sarebbe chiamata Stato Islamico in Iraq (ISI).
 Sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi, nuovo leader di ISI, fu riformata la leadership del gruppo e si mise sempre più in discussione l’appartenenza ad Al-Qaida. 
Con l’inizio dell’insurrezione siriana nel marzo del 2011, al-Baghdadi decise di inviare in Siria propri uomini per combattere l’esercito di Bashar al-Assad e per reclutare ed addestrare combattenti con lo scopo di creare cellule del gruppo terrorista in Siria. Siriani ed Iracheni inviati in Siria da al-Baghdadi crearono un gruppo di guerriglieri islamisti e si diedero il nome di fronte Al-Nusra.


Da lì in poi la storia si fa più complicata: nel 2013 Al-Baghdadi, rivendicando la paternità di Al-Nusra, dichiara la creazione dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) al quale avrebbero dovuto aderire i combattenti siriani. I leader di al-Nusra, però, dichiararono di non essere stati informati di questa decisione. Non tutti erano disposti ad aderire alla nuova formazione. Seguirono dei tentativi da parte di Al-Zawairi (che con la morte di bin Laden divenne il leader di Al-Qaida) di ristabilire la propria leadership approfittando delle tensioni tra al-Baghdadi e il fronte Al-Nusra.

Dopo una lotta di potere durata otto mesi, nel febbraio del 2014 Al-Qaida decide di tagliare ogni rapporto con al-Baghdadi. Ciò darà vita, in Siria, ad una situazione mutevole nella quale alcuni membri di Al-Nusra decideranno di agire indipendentemente da ISIL pur mantenendo stretti rapporti con esso. 
Le sempre maggiori conquiste territoriali e l’adesione all’organizzazione da parte di gruppi jihadisti libici, resero il nuovo nome – ISIL – non più aderente alla realtà. Ormai lo Stato Islamico stava crescendo, controllava ampie aree di tre stati – Iraq, Siria e Libia – così al-Baghdadi decise per un ulteriore cambio di denominazione abbandonando ogni riferimento territoriale. Dal 2014 l’organizzazione iniziò a chiamarsi semplicemente Stato Islamico (ISIS o IS). 


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L’espansione dell’ISIS

Strategie del Terrore

Pur essendo nata da una sua costola, ISIS non ha riprodotto il tipo di organizzazione di Al-Qaida. Quest’ultima, come già detto, è nata come organizzazione a sé per poi espandersi con una serie di adesioni che sono state prima la sua forza, poi la causa del suo declino. Lo Stato Islamico invece opera come un’istituzione fortemente organizzata con una definita struttura di potere tipica proprio di uno stato. È questa la differenza sostanziale tra i due gruppi: a differenza di ISIS, Al-Qaida non ha mai messo al primo posto la formazione di uno Stato Islamico.

La sua istituzione, secondo quanto scritto dagli stessi leader di Al-Qaida, sarebbe stata l’atto finale di un lungo processo cadenzato da più fasi: prima la cacciata degli invasori crociati dai paesi da essi controllati (Afghanistan e Iraq), poi l’estensione del controllo sui paesi vicini, fino ad arrivare ad Israele (“messa lì”, secondo i leader di Al-Qaida, per permettere agli Stati Uniti di controllare da vicino una regione piena zeppa di petrolio). Soltanto dopo aver distrutto Israele si poteva pensare alla formazione di un’entità statale basata sulle leggi islamiche. L’approccio di ISIS, invece, è diametralmente opposto: essi volevano uno Stato islamico. E lo volevano subito. Così hanno agito in maniera diversa, andando a costruire sui territori da essi controllati un sistema organizzativo statale basato sulle leggi della sharia.

È chiaro, quindi, che se per Al-Qaida il nemico da combattere erano gli Stati Uniti e i loro alleati, i veri nemici di Isis si trovano proprio nel mondo islamico. Erano, cioè, quei regimi sciiti, definiti apostati, che impediscono la creazione di un vero e proprio stato. È in quest’ottica che dobbiamo leggere la decisione di al-Baghdadi di intervenire nel conflitto siriano. La cancellazione di un regime sciita, come quello di Bashar al-Assad, sarebbe stata una ghiotta occasione per eliminare uno dei più potenti nemici del progetto di Isis nella regione.

Eppure, come Al-Qaida, Isis si è reso protagonista di sanguinosi attentati terroristici in occidente. Come leggere questo fenomeno che sembra essere incoerente con i suoi obiettivi? 
Gli attacchi terroristici firmati Al-Qaida avevano una logica molto semplice, per quanto atroce. Per sconfiggere gli infedeli bisogna attaccarli lì dove si sentono più sicuri: a casa loro. L’obiettivo era quello di destabilizzare un intero sistema di potere che si voleva distruggere. 
La logica di Isis è molto più complessa. Per costruire uno Stato Islamico veramente universale bisogna senz’altro distruggere i nemici interni ma è necessario anche convincere i musulmani di tutto il mondo che quel progetto è realizzabile e che, anzi, esistono tutte le condizioni perché si realizzi al più presto. L’Europa e gli Stati Uniti sono pieni di potenziali aderenti: uomini e donne di fede islamica che soffrono la condizione di subalternità alla quale gli autoctoni occidentali li hanno relegati. È una sofferenza tipica di tutti i gruppi marginalizzati ma che, nel caso specifico, si basa non sullo status sociale ma sulla fede religiosa.

Per convincere quegli uomini e quelle donne ad aderire al progetto, i leader di Isis hanno agito su due fronti. Prima di tutto hanno organizzato una campagna mediatica utilizzando i social media grazie ai quali era possibile comunicare con i milioni di musulmani in tutto il mondo. La propaganda contro la società occidentale, però, non poteva bastare. Era necessario creare in occidente le condizioni affinché la naturale diffidenza per ciò che è diverso si tramutasse in vera e propria xenofobia.

Gli attacchi terroristici in Francia e in Belgio hanno creato nell’opinione pubblica occidentale un nemico universale: il musulmano. Si guarda con sospetto al ragazzo con la barba lunga e alla donna con il velo. Ci si tiene alla larga dai quartieri a maggioranza islamica e dai loro luoghi d’aggregazione nelle città occidentali. Si è creato un meccanismo inconscio con cui si associa ogni musulmano all’integralismo islamico. Le vittime di tale xenofobia, già marginalizzate in precedenza, si sentono ora addirittura disprezzate. 
Una forte propaganda antioccidentale e la creazione di un sistema di disprezzo reciproco tra occidentali e islamici – grazie agli attacchi terroristici in Europa – hanno permesso ai leader di Isis di reclutare i tanto famigerati foreign fighters che, nati e cresciuti in città europee, hanno deciso di abbandonare la propria casa e la propria famiglia per unirsi alla lotta per la creazione di uno stato islamico in cui sentirsi a casa propria e in cui imporre le proprie leggi e la propria cultura.

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Il ricordo delle vittime degli attacchi terroristici a Parigi dello scorso novembre

Scenari futuri

A 15 anni dai sanguinosi attentati al World Trade Center, L’Isis ha preso il posto, nell’immaginario collettivo, di Al-Qaida. Ma per quanto indebolita essa esiste ancora. L’Isis, a differenza di Al-Qaida, è un nemico più facile da combattere per gli eserciti occidentali. La creazione di uno stato, la presenza capillare su un territorio ben definito, permettono alle cancellerie occidentali di utilizzare le tecniche belliche convenzionali. Distruggendo il cuore dell’organizzazione verrebbe meno anche il network creato in Occidente. Senza una guida centrale, i potenziali jihadisti europei non potrebbero organizzarsi e abbandonerebbero ogni progetto terrorista. Ciò che resterebbe, però, è quel sistema di disprezzo, di odio, di paura che si è creato in occidente e che continuerà a rendere difficile ogni tentativo di integrazione dei vecchi e dei nuovi migranti islamici.

Una ipotetica sconfitta sul campo di Isis (per mano dei russi, degli americani, dei turchi o di chicchessia) potrebbe causare la resurrezione di Al-Qaida. L’Isis lascerebbe un vuoto territoriale in Medio Oriente e psicologico in Europa che Al-Qaida potrebbe facilmente colmare. È chiaro, quindi, che la distruzione di Isis sarebbe un primo fondamentale passo, ma non sufficiente per distruggere l’integralismo religioso. Ma per distruggerlo in maniera definitiva bisogna distruggerne le fondamenta. Bisogna abbandonare ogni tipo di nostalgia imperialista. Bisogna creare le basi per permettere una reale integrazione dello straniero che non sia semplice accettazione della nostra cultura, ma conoscenza reciproca. E rispetto. 
Ma questa è tutta un’altra storia.

Mario Messina

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