Sale ancora la tensione in Ucraina

Nello scorso mese di agosto l’attenzione dei media internazionali è tornata a concentrarsi sulla situazione in Ucraina orientale, dove è ormai chiaro come gli accordi di Minsk-2 siglati nel febbraio 2015 abbiano ormai assunto il valore della carta straccia, in quanto il cessate il fuoco è ormai violato ripetutamente ogni giorno, stando anche ai report della missione di monitoraggio dell’OSCE presente nel Donbass.

Ma è dalla Crimea che sono arrivate le notizie che hanno provocato una drammatica escalation di tensione tra la Russia e il governo di Kiev. L’11 agosto infatti Mosca ha accusato pubblicamente l’Ucraina di aver messo in atto due tentate azioni di sabotaggio all’interno della penisola annessa dalla Federazione attraverso il contestato referendum del 2014. Le due azioni armate sarebbero state organizzate direttamente dall’SBU, i servizi segreti ucraini, e sarebbero state sventate grazie all’intervento di reparti dell’esercito e dell’intelligence (FSB), registrando la perdita di due elementi durante i combattimenti. Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha negato tutte le accuse lanciate dal Cremlino, sostenendo anzi di come questa azione possa essere stata organizzata dalla Russia stessa per alzare il livello dello scontro e giustificare lo spostamento di truppe meccanizzate nella penisola e piazzarle lungo le zone di confine.

Ad un mese di distanza rimane ancora un mistero su cosa sia realmente accaduto in Crimea. L’unica cosa certa è che il sanguinoso conflitto nelle regioni orientali del Paese ha registrato un’ulteriore escalation di violenza, fatalità proprio nel mese in cui i governi europei avevano chiuso i battenti per ferie, tanto da costringere l’esercito ucraino a dichiarare il livello massimo di allerta nazionale. Mossa che mostra quanto sia gli alti comandi delle forze armate che dell’apparato governativo temano un’azione imminente su ampio raggio da parte della Russia. L’ipotesi maggiore è che il Cremlino voglia attuare un’azione militare per permettere di collegare la Crimea con l’autoproclamata repubblica di Donetsk, in mano alle forze separatiste.

Nonostante la superiorità schiacciante dal punto di vista militare rispetto al malconcio esercito ucraino in caso di conflitto aperto, l’idea di collegamento diretto metterebbe in luce le difficoltà sempre più crescenti del Cremlino nel provvedere al sostentamento economico della penisola, a causa delle sanzioni internazionali che stanno rendendo la recessione economica sempre più pesante, impedendo inoltre di trovare i fondi necessari per realizzare l’ambizioso progetto del ponte di Kerch, grande opera che nei sogni putiniani dovrebbe unire la penisola direttamente alla madrepatria scavalcando i 4,5 chilometri di mare che le separano.

Al vertice del G20 tenutosi nella città cinese di Hangzhou all’inizio della settimana, Putin ha incontrato sia il presidente francese Francois Hollande che la cancelliera tedesca Angela Merkel, ma non Poroshenko, con il quale il meeting era programmato ma è stato cancellato in seguito al riacutizzarsi dello scontro. La strategia del presidente russo è sempre improntata da un lato a non chiudere la porta al proseguimento dei negoziati con il cosiddetto “Quartetto Normandia”, dall’altro per continuare a pressare le potenze occidentali sull’abolizione delle sanzioni, sul quale molti Stati, tra cui l’Italia, hanno aperto a pareri favorevoli, e definire un futuro assetto in stile federalista dell’Ucraina che permetta sia alla Russia di mantenere alta la sua influenza sulle regioni orientale, sia di impedire qualsiasi prospettiva di ingresso di Kiev nell’Unione Europea e, soprattutto, nella NATO.

Intervistato dal settimanale Newsweek, l’analista per la difesa russo Alexander Kokcharov ha dichiarato come il problema fondamentale è che la Russia continua ancora a non considerarsi come parte attiva del conflitto in corso e, fino a quando Kiev e Mosca non torneranno a confrontarsi al tavolo dei negoziati, Parigi e Berlino non daranno il loro nulla osta per la riapertura di serie trattative. La cosa più interessante è che Putin sembra aver parzialmente fallito il suo obbiettivo di ottenere delle concessioni sull’ex repubblica sovietica giocandosi la carta siriana, dove svolge funzioni importanti nel determinare gli esiti correnti del conflitto. Questo potrebbe così esasperare i toni fortemente nazionalisti che il capo del Cremlino sta usando anche in vista delle elezioni per il rinnovo dell Duma, il parlamento russo, previste per il 18 ottobre.

Le difficoltà di Putin sono tuttavia bilanciate dalla grave situazione in cui versa l’Ucraina, non solo alle prese con la solita piaga della corruzione, di una classe politica inetta e di un’esercito quasi allo sbando, ma anche dai crescenti episodi di violenza che hanno visto colpire in special modo i giornalisti, tra cui l’assassinio del reporter del quotidiano “Ukrainska Pravda” Pavel Sheremet, l’accanimento contro siti di informazione accusati di danneggiare le attività militari nell’est e l’evacuazione della redazione del media filo-russo TV Inter, causata dal lancio di una bomba che ha provocato un incendio nel palazzo in cui aveva sede l’emittente.

Mattia Temporin

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