Brexit, Irlanda del Nord

La Brexit vista dall’Irlanda del Nord

Belfast, 24 giugno 2016.

Michael è, statisticamente, un uomo che ha votato “Remain” al referendum sul Brexit del giorno prima, come più del 55% della popolazione nord irlandese. Questa mattina Michael si alza dal letto come tutti gli europei, mai davvero così uniti come nell’attesa dei risultati, e impallidisce. Ha vinto il “Leave”, il Regno Unito esce dall’Unione Europea. Ci pensa su ancora qualche secondo, il Regno Unito esce dall’Unione Europea. Impossibile, riflette, cosa significa che il Regno Unito non fa più parte dell’Unione Europea? E di cosa dovrebbe far parte allora? Non se ne capacita e esce di casa, è venerdì e si lavora. Michael, statisticamente è un cattolico di 37 anni con due figli, entrambi minorenni, e con un salario lordo annuale di 24000 £. Specifico, avendo scelto statisticamente un nord-irlandese che ha votato al referendum sulla Brexit, Michael è un sostenitore del “Remain”, e dal momento che statisticamente è stato un cattolico l’elettore medio del “Remain” in Nord Irlanda, il nostro individuo rappresentativo è un cattolico. Le altre statistiche vengono a partire da questi dati.

Il nostro Michael, avendo 37 anni, si ricorda abbastanza bene di cosa ha passato l’Irlanda del Nord nel suo recente passato e, quindi, si fa delle domande su quello che succederà ora che il Regno Unito si separa dall’UE. Si fa queste domande perché conosce la strada fatta da quel 10 aprile 1998, dal Good Friday Agreement e sa che la stessa strada non sarebbe stata percorribile senza un interlocutore europeo come la giovane Unione Europea, ancora non Unione Monetaria, ma già in progetto di diventarla. Sa bene che i fondi stanziati da Bruxelles per il PEACE Programme dal 1995 hanno contribuito, e non poco, alla tenuta sociale di un paese lacerato dalla lotta interna ed economicamente arretrato rispetto alla media britannica. Con più di 3,5 miliardi di euro stanziati dall’Unione Europea per il turismo e lo sviluppo della società, l’Irlanda del Nord è diventata un paese moderno a tutti gli aspetti, sviluppando un settore terziario che rappresenta il 70% del Pil regionale e impiega il 78% della forza lavoro complessiva, tra cui, neanche a dirlo, il nostro Michael. Sa anche che parte di quei fondi dovrebbero arrivare nel periodo 2016-2020 con l’obiettivo di favorire la fascia giovane del paese, potenziando istruzione e cultura, migliorando le condizioni di vita dei suoi due figli. Ah dimenticavo, Michael è di nazionalità Irlandese (come tutti i nord irlandesi, avendo ottenuto la doppia cittadinanza proprio a causa di quel patto a Belfast il 10 aprile 1998).

Al lavoro Michael continua a riflettere e scambia opinioni con un paio di suoi colleghi, uno dei quali almeno è un protestante che ha votato “Leave”. Scambia opinioni, si inalbera, alza la voce e viene a sua volta incalzato, ma alla fine non ha ancora una risposta ai suoi dubbi. Ad un certo punto decide di partire dalla base e vedere dove arriva: prima di tutto i confini. Il primo argomento del “Leave” è stato il controllo dei confini, sicuramente qualcosa accadrà. Lampo, confini. Per gli abitanti di un’isola la parola confine ha una natura diversa, più immanente se vogliamo, il mare è il confine ed è piuttosto difficile da passare. Non pensano ad un luogo di confine, non vedono in Brighton una città di confine, e nemmeno in Liverpool, sono due città portuali al pari di Edimburgo, indipendentemente dal fatto che sono i due grandi centri più vicini all’Europa. Questo perché il mare è meno permeabile, è più difficile che un francese si stabilisca oltre manica e quindi è più difficile trovare comunità come la nostra alto atesina o il Canton Ticino. Per gli abitanti di un’isola il confine non è poi un problema, se non concettuale. Ma Michael non vive in uno stato isola, vive in Nord Irlanda dove un confine politico di 500 km separa l’Europa dal Regno Unito. E che confine, che problemi.

irlanda del nord turismo

Michael, che abbiamo visto lavorare nel terziario, con il turismo un po’ vive e l’Europa è l’area economica esterna da cui più dipende il turismo. Sa che il turismo è una fonte incredibile di ricchezza per la società e sa che è rischioso limitarlo, quindi non capisce perché votare per ripristinare i controlli alle frontiere. Del resto, va detto, il problema dell’immigrazione Michael non lo sente così pressante, da lui la situazione non è mai stata fuori controllo da questo punto di vista. Inoltre, pensa fra sé e sé, non ci vuole un laureato per capire che anche il commercio nord irlandese sarebbe messo a repentaglio, considerando che il 55% sia delle importazioni, sia delle esportazioni coinvolge i paesi dell’Unione Europea, rispettivamente il 25% e il 35% con la Repubblica d’Irlanda. Chi è che ha pensato sta cosa? Gli pare illogica.

È sera e Michael torna a casa, accende la tv e di sfuggita ascolta al notiziario che le borse sono crollate e la sterlina è ai minimi storici. Non sa molto di queste cose, in particolare di finanza, ma ragionando e facendo due conti a mente arriva alla conclusione che sì, la sterlina bassa li avvantaggia in quanto esportatori. Però su un giornale una volta aveva anche letto che import ed export erano molto simili in termini di valore e che i dazi che potrebbero sorgere penalizzerebbero entrambe le parti della bilancia commerciale, quindi non è sicuro. Si interessa alla tv allora e ascolta il presidente del partito “filo-irlandese” invocare un referendum per l’uscita del paese dal Regno Unito e sente anche parlare di un’unione tra le due “Irlande”. Sgrana gli occhi e avvicina la faccia alla televisione. Cosa? Cosa sta succedendo? Risponde confuso alle domande dei figli e scambia pareri con la moglie a tavola o davanti la tv, non ha assolutamente idea di cosa succederà, di che cosa sia meglio. Pensa a cambiare casa, ad andare in Irlanda, in fondo è un europeista di nazionalità irlandese, ma non è entusiasta. Sotto sotto l’idea della riunione con l’Eire lo stuzzica, ma non lo vuole far notare. Pensa solo che sarebbe bello e che forse anche il paese ne gioverebbe. I vicini, che pure hanno passato anni difficili, ora corrono come treni e la loro crescita annuale è tra le più alte d’Europa. I salari sono aumentati e molte multinazionali hanno fondato lì la loro sede europea. Sempre al telegiornale sente che il pericolo di de-localizzazione in Irlanda di imprese britanniche a seguito della Brexit è sempre più reale. L’ansia aggiunge argomenti al sogno che si fa sempre meno ragionato, ma sempre più dolce. Certo non riflette su ciò che comporterebbe, sul fatto che dovrebbero cambiare moneta passando ad una più debole, con tutti i rischi del caso. Sicuramente sarebbero un po’ più poveri, ma raggiungerebbero un livello coerente col costo della vita irlandese? Chi lo sa. A letto, prima di dormire, guarda il soffitto nascosto dal buio e, quasi senza accorgersene, ci pensa ancora un po’. Poi crolla, stanchissimo.

Domani è un altro giorno e, come insegna Braudel, i ritmi della civiltà materiale sono più lenti di quelli della politica; tornerà al lavoro e non morirà di fame né diventerà ricco, ma giorno dopo giorno qualcosa in più si capirà. Scopriremo chi ha sbagliato e chi ha avuto fortuna e vedremo quale futuro attende l’unica frontiera europea del Regno Unito. Mentre l’Inghilterra finanziaria rialzerà la testa, osserveremo come reagiscono le regioni rurali e industriali, se il Regno Unito diverrà un paradiso fiscale di 65 milioni di abitanti o se si chiuderà e si impoverirà, tutto fiero del suo isolamento.

Al mattino Michael si alza tardi, è sabato.

Luca Sandrini

 

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