David Cameron e i Panama Papers: tante versioni e poche verità

Domenica 3 aprile vengono pubblicati a livello internazionale le prime indiscrezioni sui Panama Papers, 11, 5 milioni di documenti confidenziali appartenenti allo studio legale Mossack Fonseca e contenenti dati e informazioni riguardo centinaia di migliaia di società offshore. Tra i tanti nomi facoltosi coinvolti emerge immediatamente quello di Ian Donald Cameron, ex ricchissimo broker della city londinese, morto nel 2010, padre di David, attuale primo ministro britannico. In particolare Cameron sr. avrebbe evaso per oltre trent’anni le tasse grazie ad un fondo chiamato Blairmore Holdings Limited con la collaborazione di alcuni residenti delle Bahamas. La rivelazione non sembra affatto una bello spot per il figlio che, quantomeno apparentemente, fin dall’inizio del suo mandato da premier aveva avviato una lotta senza quartiere all’evasione fiscale.

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David Cameron e il padre Ian

Lunedì 4, la stampa britannica comincia ad andare in fermento ed esige un chiarimento. I giornalisti presenti a Westminster chiedono insistentemente se Cameron e la sua famiglia beneficino ancora del fondo creato dal padre. La portavoce del primo ministro si trincera dietro un “È una faccenda privata”. Il problema è che quando scandali di questo tipo toccano personalità politiche di altro profilo il confine tra privato e pubblico si assottiglia drasticamente. Perché chi rappresenta l’elettorato ed è profumatamente mantenuto da esso non deve aver scheletri nell’armadio. La pensa così anche il leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn quando il giorno dopo si esprime sulla vicenda. Il 66enne Corbyn, oltre a sottolineare il suo stile di vita molto più modesto, reclama infatti un’inchiesta indipendente per valutare se si sia davvero configurato un reato di evasione e coglie al volo l’occasione per criticare il governo, colpevole di utilizzare due pesi e due misure a seconda della ricchezza dei cittadini.

Cameron è costretto ad esporsi di persona a questo punto. Nel pomeriggio di martedì infatti, parlando a Birmingham per un evento sull’imminente referendum in cui c’è in ballo la permanenza nell’Unione Europea, il primo ministro britannico conferma di “non possedere azioni, nessun trust offshore, nessun fondo offshore” e di trarre i propri guadagni esclusivamente dal proprio stipendio di primo ministro, dagli interessi sul proprio conto in banca e dall’affitto dell’abitazione in cui vivevano prima di trasferirsi nella residenza ufficiale. Per rafforzare il concetto viene rilasciato un’ulteriore comunicato in serata dal n.10 di Downing Street.

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Jeremy Corbyn

Peccato che queste risposte siano incomplete. Per esempio il fatto che la famiglia Cameron non benefici ora dei profitti derivanti dal fondo Blairmore non significa che non ne beneficerà in futuro. Così mercoledì si rende necessario da parte di un altro portavoce il quarto statement in quattro giorni in cui si nega ogni futuro profitto per David, la moglie Samantha e i loro figli. Caso chiuso? Manco per sogno!

Infatti le omissioni del comunicato del martedì non riguardano solo i guadagni futuri ma anche quelli passati. Il leader del partito conservatore sa che la verità verrà comunque presto a galla quindi decide di dirla direttamente lui. Giovedì, in un’intervista per l’emittente televisiva ITV Cameron rivela al giornalista Robert Peston e al popolo britannico di avere posseduto 5000 azioni del fondo Blairmore per un valore di 300mila sterline. Il primo ministro non nasconde il suo status di privilegiato (vale la pena ricordare la sua lontana parentela con i Windsor) e definisce “ingiuste” le critiche nei confronti del padre. D’altra parte evidenzia però di aver pagato interamente le tasse sui profitti ottenuti e di aver venduto le quote prima di diventare primo ministro. Per quanto riguarda l’eredità di 300mila sterline lasciatagli dal padre infine dichiara con una discreta dose di humour britannico: “mio padre non è a disposizione per chiedergli da dove venissero i suoi soldi”.

Si apre il vaso di pandora. Venerdì, rivolgendosi ai suoi colleghi di partito Cameron ammette con molto eufemismo che “avrebbe potuto gestirla meglio”. Sabato Londra trabocca di manifestanti che chiedono le sue dimissioni. Su Twitter spopola l’hashtag #Cameronresign. I sondaggi registrano un crollo della popolarità del primo ministro ai minimi storici con Corbyn ormai vicino in termini di gradimento. Lo stesso leader del Labour nel fine settimana continua ad incalzare. Cameron ha ricevuto 200 mila sterline dalla madre nel 2011, un anno dopo la morte del padre. “Anche su quella somma non sono state pagate le imposte?” si domanda. Il coinvolgimento indiretto del primo ministro nello scandalo Panama Papers monopolizza il tradizionale Question Time del mercoledì. L’integerrimo Corbyn si assurge a pubblico ministero dei sudditi di sua maestà, indignati dai trucchetti della famiglia Cameron per evadere le tasse e dalla scarsa coerenza di David. Emerge addirittura che i rappresentanti del partito conservatore al Parlamento Europeo hanno votato contro misure unitarie per combattere il problema dei paradisi fiscali. Cameron tenta di difendersi ma è una disfatta annunciata.

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Le proteste a Londra contro il primo ministro David Cameron

Anzi si scoprono nuovi dettagli sul doppio standard dell’esecutivo in materia fiscale. Nel 2013 infatti il primo ministro ha scritto una lettera a Bruxelles in cui intimava cautela nell’imposizione di maggiore trasparenza sui patrimoni finanziari. Inoltre si viene a sapere che il funzionario dell’agenzia delle entrate britannica che dovrebbe vigilare sull’evasione fiscale in passato è stato un socio di uno studio legale che fa consulenze per conti offshore.  Piove sul bagnato insomma.

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Fonte: YouGov

A prescindere da questi retroscena poco edificanti, sorge però spontaneo il quesito: “ma perché non ha detto tutta la verità fin dall’inizio?”. È fuor di dubbio infatti che lo scandalo Panama Papers sia stato gestito in maniera pessima da Cameron e dal suo staff. La strategia comunicativa si è rivelata un totale disastro: prima frettolosa evasione (notare il termine) del problema, poi difesa talmente decisa da destare sospetti, in seguito deprecabile imprecisione e, solo infine, una verità che non è nemmeno definitiva. Quando un capo di stato o di governo si trova sotto l’occhio del ciclone per uno scandalo di questa entità a volte la cosa migliore è vuotare il sacco fin da subito e subirne le eventuali conseguenze. Temporeggiare e fornire versioni incomplete o contraddittorie serve solo ad alimentare sospetti e sfiducia nell’opinione pubblica.

Sì, hai proprio ragione Dave: avresti potuto e dovuto gestirla molto meglio.

Valerio Vignoli

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