Tasse, bufale e caccia al consenso

Che caldo quest’estate! Vorrei proprio installare un condizionatore, ma con questa nuova tassa da duecento euro come si fa?
Si è rivelata una bufala la fantomatica tassa sui condizionatori, che ha arroventato i social esattamente nei giorni in cui il Paese pativa gli effetti di una prolungata ondata d’afa. 
Matteo Salvini ha prontamente denunciato lo scandalo con un tweet, ed anche Beppe Grillo, dal suo blog, si è scagliato contro l’ennesima ruberia. 
Nemmeno ventiquattrore dopo la verità a riguardo era ripristinata, la polemica sopita e l’attenzione dei social rivolta altrove.
Quando si parla di tasse, tuttavia, verità e percezione non sempre seguono binari paralleli, almeno fino alla verifica empirica del proprio portafoglio. E di tasse, di questi tempi, si è parlato eccome.
 

La pressione fiscale in Italia è storicamente alta: nel 2014 si assestava al 43,4% sul PIL, oltre tre punti percentuali al di sopra della media europea. Secondo uno studio della CGIA di Mestre, se la pressione fiscale nostrana fosse in linea con quella continentale, ogni italiano risparmierebbe circa 900 euro all’anno.
Le tasse finanziano la spesa pubblica dello Stato e degli Enti Locali e coprono i costi dei servizi pubblici di cui usufruiamo. Lo so, è una semplificazione, ma conviene puntualizzare perché, ricordate, qui si parla di percezioni.
E la percezione degli italiani è che spesa pubblica sia sinonimo di sprechi. Certo, frequentemente assistiamo a fiumi di risorse dissipate per mala gestione, inefficienza, corruzione. Ma ben pochi si assumono l’onere di operare dei distinguo; a chi conviene, d’altronde? Denunciando scandali si vendono più giornali, si giustificano scelte politiche approssimative (chi ha detto tagli lineari?), si alimenta il consenso.  
 
Ed eccoci al punto: il consenso. 
La polemica contro lo Stato vessatore e sprecone offre storicamente grandi dividendi in termini di consenso elettorale, sia che voi siate all’opposizione, sia che vi troviate – ebbene sì – al governo.
D’altronde, le tasse a chi piacciono?
Tommaso Padoa Schioppa a parte. Ve lo ricordate? Ministro dell’economia del secondo governo Prodi (2006-2008), curriculum di tutto rispetto e prestigio internazionale, il 7 ottobre 2007 dichiarò a “In mezz’ora”: “Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente”. Inutile ricordare la polemica suscitata da queste parole e l’affannosa retromarcia della maggioranza, benché quelle del Ministro fossero parole di buon senso e civiltà.
Agli italiani le tasse non piacciono, e l’evasione è usanza comune, giustificata da numerosi esponenti politici (ricordate gli scioperi fiscali proclamati dalla Lega Nord?), praticata da altri (chi ha detto Berlusconi?).
D’altronde, come rivela un recente sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato sul Corriere, un italiano su due preferirebbe “pagare meno tasse anche a costo di pagare di più i principali servizi pubblici”, mentre quattro su cinque sostengano che nell’ultimo anno la pressione fiscale sia aumentata, a fronte della stabilità registrata da Istat.
Fonte: linkiesta.it
Sulla retorica anti-tasse si giocano le campagne elettorali, a partire dal famoso manifesto “Un impegno concreto. Meno tasse per tutti”, forse il più noto della serie di manifesti giganti con cui Berlusconi tappezzò le città alla vigilia delle elezioni politiche del 2001, poi stravinte.
O vogliamo parlare del colpo da maestro col quale lo stesso Berlusconi quasi riuscì a ribaltare l’esito delle successive elezioni del 2006, nonostante i sondaggi della vigilia lo prevedessero perdente. 
Siamo al secondo dei dibattiti televisivi tra Prodi (candidato dell’allora Unione) e Berlusconi, il 3 aprile 2006, sei giorni prima del voto. Appello finale al voto, Berlusconi scandisce le seguenti parole: “Per noi la casa, la prima casa, è sacra. Come è sacra la famiglia. Per questo aboliremo l’ICI. Avete capito bene: a-boliremo l’ICI su tutte le prime case, e quindi anche sulla vostra”
E ancora: febbraio 2013, vigilia elettorale. Tutti gli italiani ricevono per posta una lettera, il cui mittente è il “Presidente Silvio Berlusconi”, avente ad oggetto il “Rimborso IMU 2012”
 
Veniamo a tempi più recenti. Caso particolare è il famigerato bonus degli 80 euro in busta paga voluto da Matteo Renzi in prossimità delle elezioni europee del 2014, stravinte. Un credito attribuito ai lavoratori dipendenti il cui reddito annuo non superi i 24 mila euro, effettivamente realizzato. I sostenitori di questo provvedimento hanno parlato di redistribuzione. I detrattori, invece, hanno subito gridato alla “mancia elettorale”. Ora, se anche non fosse così nella realtà, lo è certamente nella percezione degli elettori (che hanno ricambiato con voti nelle urne) e degli osservatori. Siamo ormai abituati a concepire come mera propaganda qualunque annuncio (realizzato o meno) in materia di fisco. 
 
La luna di miele tra Renzi e gli italiani, tuttavia, si è presto interrotta. Ecco allora che intervenendo alla direzione del Partito Democratico il 18 luglio il Premier e segretario ha promesso una “rivoluzione copernicana del fisco”, un taglio delle tasse pari a circa 35 miliardi di euro suddiviso in tre anni di interventi. E indovinate quale sarà la prima imposta su cui si interverrà? L’IMU, esattamente. Viene infine sdoganata la retorica anti-tasse anche a sinistra, o le intenzioni si riveleranno serie e lungimiranti?

Fermi un attimo, e le coperture? Da copione, questa è la reazione degli avversari politici di turno ad ogni annunciato taglio delle tasse. Peccato che generalmente il dibattito si interrompa al passaggio successivo: “ci sono” o “non ci sono”. Ma quando le coperture, almeno in termini finanziari, esistono, quale frazione di spesa pubblica vanno a colpire? Saranno intaccate le inefficienze, gli sprechi, oppure i servizi ai cittadini? 
Una questione complessa, che non fa breccia nel dibattito politico e sui social. E che, infatti, raramente viene posta. Almeno finché gli eventuali disservizi generati dai tagli non emergano, tangibili e irreparabili.
 
Per concludere, chi non si augura che una pressione fiscale alta possa calare per effetto di tagli mirati e caccia agli sprechi? Si tratterebbe, tuttavia, di un processo graduale, incrementale, i cui risultati potrebbero evidenziarsi con anni di ritardo.
Una strategia più responsabile e avveduta, forse, ma di minore impatto.
Esiste allora un trade-off tra responsabilità e consenso? Tra buone politiche fiscali e comunicazione vincente? Se non si annunciano tagli epocali, si diventa automaticamente “il partito delle tasse”? (Chi ha detto Vincenzo Visco?).
Questo rebus esiste, ed è di ardua soluzione. A meno ché, naturalmente, non si propugni apertamente la logica del “meno stato, meno servizi pubblici”, perché in quel caso diminuire tasse, tagliare risorse, chiudere servizi diventano politiche fin troppo (drammaticamente) facili.
Andrea Zoboli
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