Tra atolli e ponti di sabbia: come la Cina si sta espandendo di nascosto

Se c’è un argomento che sta particolarmente a cuore al governo cinese, è sicuramente salvaguardare la propria sovranità e integrità territoriale. Se c’è qualcosa che la mette in discussione, sono le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale. Il Mar Cinese Meridionale presenta un’infinità di scogli, atolli, isolotti, scogliere e barriere coralline. Soprattutto, però, ci sono gli arcipelaghi delle isole Paracel e Spratly. Queste ultime, in particolare, sono tornate recentemente al centro dell’attenzione dei media. La Cina le rivendica per ragioni storiche, sostenendo che sono sempre appartenute al territorio cinese e facendo riferimento a una mappa del periodo nazionalista e alla cosiddetta “linea dei nove punti”. La “linea” si estenderebbe per quasi mille e ottocento chilometri a Sud della Cina continentale. Questa teoria, di riflesso, è utilizzata anche da Taiwan. Se si considera che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) non riconosce le ragioni storiche come base per poter pretendere la sovranità su un territorio, questa argomentazione risulta piuttosto debole. Il Vietnam in riposta rigetta tale rivendicazione asserendo di aver governato sulle Spratly dal XVII secolo e vedendo come opportunistiche le rivendicazioni che la Cina ha iniziato a presentare a partire dagli anni ’40 del novecento. Quarto contendente sono le Filippine che si aggrappano alla prossimità territoriale. Infine, anche Malesia e Brunei rivendicano parte dell’area del Mar Cinese Meridionale facendo riferimento alle 200 miglia di Zone Economiche Esclusive stabilite dall’UNCLOS; in aggiunta la Malesia reclama anche alcune isolette facenti parte delle Spratly.
china islands map

 

Sebbene si tratti di isole quasi completamente inabitate la loro importanza è dovuta al mare che le circonda, ricco di risorse naturali. Inoltre, il Mar Cinese Meridionale è il secondo corridoio marittimo commerciale più importante al mondo che collega il Nordest dell’Asia all’Oceano Indiano e al Medio Oriente. La Cina ha un grande interesse ad avere una posizione dominante poiché l’80% dell’importo di petrolio passa attraverso lo stretto di Malacca. Inoltre, se si considerano gli accordi bilaterali che legano alcuni dei contendenti agli Stati Uniti (in primis le Filippine), questa disputa territoriale ha il pericoloso potenziale di poter sfociare in un conflitto di portata internazionale. 
Pur essendosi impegnata nel 2002 a rispettare il codice di condotta negoziato dall’Associazione delle nazioni del Sud East asiatico (ASEAN), la Cina ha sempre avuto un atteggiamento piuttosto aggressivo nei confronti degli altri Paesi. Nel 2012, per esempio, navi da pattugliamento cinesi hanno cacciato dei pescherecci filippini da Scarborough Shoal al largo delle coste delle Filippine, inducendo il governo filippino a portare il caso all’attenzione del Tribunale internazionale per il diritto del mare (Itlos), di cui la Cina però rifiuta la giurisdizione. Nel 2014, dopo che la Cina aveva installato una piattaforma petrolifera in acque reclamate dal Vietnam, navi dei due paesi si sono misurate in speronamenti e cannoneggiamenti in mare; in Vietnam l’accaduto ha generato un forte sentimento anti-Cina. 
L’ultima mossa cinese è stata iniziare una politica attiva di dragaggio di sabbia per riempire le barriere e costruire isole in almeno cinque posizioni. All’inizio di quest’anno, gli analisti hanno diffuso le immagini di quella che dovrebbe essere una pista di 3.000 metri su Fiery Cross Reef (si tratta di una barriera corallina). L’obiettivo del governo cinese è ottenere un vantaggio sugli altri Stati facenti parte della disputa. Secondo Andrew Scobell, senior political scientist presso la Rand Corporation (think tank americano) la bonifica delle isole «fa parte di un approccio strategico che va avanti da anni e mira a rinforzare le rivendicazioni della Cina in un modo graduale e misurato che sarà difficile da arginare per gli altri contendenti». La posizione ufficiale cinese è tuttavia decisamente più moderata e sembra voler ribadire la buona fede delle azioni compiute. La portavoce del Ministero degli esteri cinese, Hua Chunying, in aprile aveva dichiarato che la costruzione artificiale serve per facilitare le operazioni di “search and rescue” (ricerca e salvataggio) della marina cinese, potenziare l’osservazione meteorologica, aumentare la sicurezza per le navi in transito. Solo in ultima istanza e mettendola in secondo piano ha menzionato la possibilità che le azioni di dragaggio possano avere come ultimo fine un utilizzo in ambito militare. Le immagini da satellite della pista di atterraggio sul Fiery Cross Reef sembrano però smentire questa posizione e suggerire un uso prettamente militare.

 

 Immagine da satellite del Fiery Cross Reef | Fonte: Reuters

Secondo gli Stati Uniti l’UNCLOS garantisce a navi e aerei stranieri il libero accesso di là di un limite territoriale di 12 miglia, mentre la Cina sostiene che i voli militari non possono attraversare la Zona Economica Esclusiva di 200 miglia senza autorizzazione. Se la Cina rivendicasse questo limite per ogni area dei siti che occupa, impedirebbe quasi completamente l’accesso al Mar Cinese Meridionale. Sembra quindi che la Cina stia “creando uno stato di fatto” appropriandosi in modo artificioso di più territori possibili. La domanda cruciale ora è: continueranno gli Stati Uniti la loro politica del “rimanere fuori dalle dispute territoriale è molto più congeniale ai nostri interessi economici rispetto a prendere una posizione”? Sicuramente questo tentativo unilaterale di destabilizzare la zona non passerà inosservato. Proprio martedì Obama ha espresso le sue preoccupazioni in merito alla situazione nel Mar Cinese Meridionale al Segretario del Partito Comunista del Vietnam, Nguyen Phu Trong, auspicando che la situazione sia risolta a breve nel rispetto del diritto internazionale. Ciò che è certo è che un conflitto militare è visto come l’ultima spiaggia. 

 
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