The Tallest Man on Eart, "Dark Bird is Home" (2015)

Un paio d’estati fa me ne stavo seduta in terrazza con una pila di libri per la tesi, una bottiglia d’acqua ghiacciata e la pagina di Youtube aperta, tanto per farmi coraggio. Stavo scorrendo alcuni video di KEXP, una stazione radio no profit di Seattle che ospita singoli musicisti, band in voga, cantautori emergenti o affermati. Il live in uno studio di registrazione è il compromesso perfetto fra perché il suono risulta pieno, autentico, ricco e soddisfacente, pronto a fornirti un’emozione che, certo, non può competere col brivido di soddisfazione e piacere che ti accarezza braccia e schiena durante i concerti, ma che è decisamente più appagante del suono preconfezionato della solita esibizione televisiva. Nei video consigliati, tra gli Orgone, una trascinate e calorosa band funky di Los Angeles, e un’intervista ai Lumineers, ho scorto una puntata dedicata a un artista che non avevo mai sentito prima e che ben presto sarebbe diventato un’ossessione.

Kristian Matsson, conosciuto col nome d’arte The Tallest Man on Earth (Leksand, 30 aprile 1983), è un cantautore svedese in grado di padroneggiare perfettamente chitarra, banjo e pianoforte. Compone e canta le sue meravigliose canzoni in inglese. A partire dal 2006 ha pubblicato tre album (Shallow Grave nel 2008; The Wild Hunt nel 2010, There’s No Leaving Now nel 2012) e due EP: The Tallest Man on Earth (2006) e Sometimes the Blues Is Just a Passing Bird (2010). La sua voce calda, delicatamente nasale e vibrante ricorda quella di Bob Dylan– non a caso è stato anche definito “il Bob Dylan dei ghiacci”- o anche, perché no, quella di Tom Waits per la sua teatralità e pienezza quasi alcolica, per il suo stile folk talmente personale e coinvolgente da generare dei suoi propri standard cantautoriali.

La prima canzone eseguita nello studio di KEXP per un bel po’ è rimasta l’unica che io sia riuscita ad ascoltare per intero, perché, come la vedevo avviarsi verso la fine, ricaricavo immediatamente la pagina per ascoltarla di nuovo. Wind and Walls, vento e mura,

Li avevi sentiti dire “è tutto in ordine”, ma ti sbagliavi:
Sei partito per capire che cosa non avevi dentro.
La luce si sta muovendo lentamente, riuscirà a stendersi sulle pianure?
Non passerai più notti come quelle di cui scrivevi,
Non sentirai più il sollievo della pioggia mai caduta.
È la buonanotte del solitario, il mantra del malinconico, il manifesto in cinque versi di un pensiero controcorrente. In un momento di incertezza e paura del futuro, l’ultima cosa che vuoi è davvero che “tutto sia in ordine” perché l’ordine ti toglierebbe, in maniera spietata e asettica, anche l’ultima speranza di riuscire a cambiare tutti gli aspetti della tua vita che vorresti avere il coraggio di strapparti di dosso, ma di cui non riesci a liberarti per la meticolosità con cui li ha incastrati dentro di te. Ho continuato ad ascoltare Wind and Walls in maniera ostinata e maniacale, la stessa patologia di quelli che vanno al cinema quasi solo per comprarsi un sacchetto di caramelle gigantesco, l’incubo di un diabetico, per intenderci, e poi continuano a promettersi: “Sto mangiando l’ultima” o “Adesso basta, questa è l’ultima, davvero”, ma non riescono a smettere di ruminare nel buio e alla fine si attirano il rimprovero, l’odio e il malocchio da parte di tutto il resto della sala.

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A me nessuno ha chiesto di aspettare l’intervallo o ha borbottato “ssssh!” a intervalli regolari, in compenso per un lungo, interminabile periodo di disintossicazione, nessuno dei miei amici mi ha più lasciato finire la frase “Ti faccio ascoltare una canzone meravigliosa”. Anzi, molti di loro hanno cominciato a insospettirsi e a diventare poco simpatici e decisamente maldisposti ogni volta che mi capitava di nominare la Svezia. Per fortuna, col passare dei mesi, la mia ossessione si è affievolita, la passione folle ha lentamente lasciato il posto a una forma di piacere più delicata e meno irritante e monotona per le orecchie altrui. Continuo ad amare Wind and Walls, ma non me la infilo trionfante nell’orecchio più di una volta alla settimana e, nel frattempo, sono finalmente riuscita a completare l’ascolto non solo di There’s no Leaving Now, ma dell’intera discografia di Kristian Matsson.

Questo maggio è stata data alle stampe la sua quarta fatica: Dark Bird Is Home, che ha deluso fortemente le aspettative della critica, dimostrandosi, per alcuni, come l’anello più debole dell’intero catalogo di Matsson. Tra inedite chitarre elettriche, cori e una generale maggiore attenzione per la produzione, il songwriting si perde in una sequela di piccoli dettagli che mostra il tentativo di diversificare – almeno in apparenza – il mood generale del disco, fossilizzato sui canoni acustici delle prove precedenti ma al contempo arricchito da arrangiamenti più consistenti e “rockeggianti”. Appare evidente, inoltre, l’urgenza di adattarsi ai gusti del “grande pubblico”: la malinconia e l’appagante, esorcizzante, richiamo al senso di vuoto e solitudine hanno lasciato il posto a una matrice più indie e pop. Questo non significa che non siano presenti almeno una manciata di canzoni incredibilmente forti e intense, tanto musicalmente quanto per quanto riguarda il testo.

Ad esempio, la decima e ultima traccia, quella che dà il nome all’album, recita:

Valley was the future sea
And now sail’s the plan
And in this travel with no journey
I lose ‘til I’m light
Letting go of mind to have
What I’m keeping now
Chitarra acustica e la bella voce graffiante e nasale di Matsson, Dark Bird is Home descrive gli ultimi, strazianti, momenti di vita di un moribondo, mentre cerca di confortare la sua amante dicendole che andrà verso la luce, che quando il suo viaggio volgerà al termine sarà finalmente a casa. La vita è stata una tempesta ringhiante, alla quale è stato meno duro resistere con qualcuno da tenere stretto e portare con sé, perché la solitudine è una valle vuota, un deserto senza luce e senza promesse di rinascita.

 

Sofia Torre

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