A Wilder Mind, a not so wilder album (Mumford and sons, 2015)

A tre anni di distanza dal celebre e meraviglioso Babel, Marcus Mumford (voce, chitarra e batteria), Winston Marshall (voce, chitarra resofonica e banjo), Ben Lovett (voce, organo e tastiera) e Ted Dwane (voce e contrabbasso) della band inglese Mumford and Sons hanno deciso di sparpagliare nell’etere il precedente calore di I will wait, la struggente dolcezza di Hopeless Wanderer e l’aroma di sole e legno riciclato di Little Lion Man e introdurci al sound, completamente diverso, di Wilder Mind

I fili conduttori dei brani sono quelli della malinconia, del ricordo e, ovviamente, il tema amoroso.


With a silver crystal on 

How well you used to know how to shine

In the place that’s safe from harm 

I had been blessed with a wilder mind 


Con un cristallo argentato adosso, 

quanto eri brava a risplendere 

nei posti sicuri, lontani dai pericoli. 

Ma io sono stato benedetto da una mente più selvaggia.


La quarta traccia, dalla quale prende nome l’intero album evoca un malinconico passato dolce-amaro e lascia in bocca il tossico ed irresistibile pungolo del ricordo di una relazione fallita. L’atmosfera folk, più algida ed elegante di quella degli album precedenti, ma anche più Coldplayzzata e commerciale, sottolinea la malinconica dovizia con cui è stato necessario chiudere il sipario, perché ormai si sono prese strade diverse, non c’è più la voglia di addomesticarsi a vicenda.
Dolce sulla strofa, più ritmica nel ritornello, in Tompkins Square Park l’autore chiede all’amata di incontrarlo presso l’omonimo parco nell’East Side, a Manhattan, perché al crepuscolo partirà e desidera stringerla un’ultima volta. La (presumibilmente giovane) e irrimediabilmente innamorata interlocutrice, si scioglie in lacrime copiose e disperate, mentre la voce soave e irresistibilmente graffiante di continua a ribattere che non può accettare catene, che nulla dura per sempre, che, insomma, è necessario carpire il diem prima che ti carpisca lui. Cinque minuti e nove secondi per descrivere una piccola e inoffensiva tragedia quotidiana, quella della disparità dei sentimenti. Alcune passioni non superano nemmeno una notte, ed è terribile, ma perfavore I really wish you don’t cry– cinguetta Marcus Mumford. Non posso stringermi in catene. Non posso continuare ad affogare nei dubbi. Una pudica e melodica sorella del nostrano “non sei tu, sono io”. Ti ho detto una sola bugia, avrebbero potuto essere miliardi.


Il primo estratto dell’album si chiama Believe: per quanto sia stato accolto dal pubblico come la traccia più amata del nuovo disco e come un successo, le strofe risultano statiche, dalle atmosfere stagnanti e dolciastre, che hanno davvero poco delle danze polverose da pub britannico dei vecchi Mumford. Believe parla dell’ incontro amoroso con una piacente fanciulla della città, con motivi che ricordano i Lumineers ma, di certo, non più un’alternativa intellettual-campagnola ai Flogging Molly.

Il desiderio di cambiare ha decretato un capovolgimento delle aspettative dei fans, che, dopo aver accolto con entusiasmo e calore tanto Babel quanto Little Lion Man o Say No More si accostano con educato stupore all’ultimo album. Jon Dolan di Rolling Stone ha attribuito all’album 3.5 stelle su 5, scrivendo: “L’anima è Springsteen, le chitarre sono totalmente Strokes, e anche se la relazione di questa canzone non funzionerà, la musica stessa è piena di disinvoltura”
Nuove atmosfere ritmiche, nuovi strumenti musicali (niente più banjo!): uno sviluppo, non un distacco, sorride Marcus Mumford.

Sofia Torre
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