Qualcuno era post-keynesiano

“Reduced redistributive capacity of tax benefit system was
sometimes the main source of widening household income gaps” (OECD, 2011)
festival economia trento
Fosse uscito su Vice, questo articolo sarebbe stato intolato: “Siamo stati al Festival dell’economia, così non dovete andarci voi”. In realtà se non ci siete mai stati, recuperate il prossimo anno. Merita. Trento è carina. Morta ma carina. Il Festival poi regala spunti di riflessione davvero interessanti. Insomma, tre giorni di purificazione intellettuale dalle balle di Salvini. Poi, il Direttore Scientifico del festival è Tito Boeri, neopresidente dell’Inps, nonché fonte di ispirazione per la nascita di questa rubrica. Il tema era la “Mobilità sociale” e poi inevitabilmente si è finito per parlare di disuguaglianza. Tra gli ospiti, i premi nobel Stiglitz e Krugman, il professore del momento Piketty e il sempre ottimo Atkinson. Sì, poi c’erano anche ospiti più politici, tipo Renzi, Valls e Padoan, ma da queste parti ci piacciono di più i “professoroni” (comunque, se volete, ieri il direttore ha parlato degli aspetti politici del Festival).
 
 
Vabbè andiamo al dunque. “Qualcuno ha il pre, qualcuno è post senza essere mai stato niente” cantavano i CCCP. E Trento erano tutti post. Per la precisione, tutti post-keynesiani e volenterosi di cambiare il paradigma dominante. Vi risparmio le diatribe metodologiche tra neo-classici, neo-keynesiani e post-keynesiani, che ricordano molto i Monty Python, per parlarvi del vero problema, la disuguaglianza. Piketty, con il suo “Capitale nel XXI secolo”, ci fornisce un triste spaccato della situazione attuale che vede le varie economie mondiali fortemente afflitte dalla sperequazione. La concentrazione della richezza è generalmente misurata mediante l’Indice di Gini, il cui valore varia tra zero (pura equidistribuzione) e uno (massima concetrazione). Come mostra l’immagine, gli USA vincono questa triste classifica, seguiti da UK e Italia (e te pareva!). Inoltre, come ha sottolineato Atkinson nel suo talk, l’Indice di Gini è aumentato in modo considerevole a partire dagli anni ’80 (per la serie “dammi tre parole: neoliberismo, Thatcher, Reagan”). L’altro dato simpatico emerso a Trento durante la lezione tenuta da Steven Fazzari, della Washington University in St.Louis, è legato al consumo. Le teorie neo-classiche di Friedman e Modigliani prevedevano il così detto consumption smoothing, ovvero quel comportamento per il quale il consumatore tende a consumare meno nei periodi di crescita economica, risparmiando in vista dei periodi di crisi, in cui il consumo tende ad aumentare. In questo modo il consumatore si garantirebbe una certa stabilità nei consumi. Gli studi di Fazzari, tuttavia, mostrano come questa teoria valga solo per il 5% più ricco della popolazione, mentre il restante 95% ha aumentato i consumi nel periodo pre-crisi, per poi farli crollare a partire dal 2007. E qui entra in gioco l’altro problema legato alla crisi, l’indebitamento. Infatti, l’aumento dei consumi pre-crisi è stato finanziato da un indebitamento spropositato delle famiglie.
Insomma, neoliberismo (come omicidio del welfare state) ed eccessiva finanziarizzazione dell’economia come cause dell’attuale disuguaglia. Una disuguaglianza che, citando Atkinson, porta con sè problematiche sia intrinsiche che strumentali. Intrinsiche perchè un eccesso di disuguaglianza è moralmente ingiusto; strumentali perchè la disuguaglianza genera problemi per la società (aumento del crimine, obesità, etc). Il paradigma post-keynesiano vede come unica soluzione lo stimolo della domanda. Tutto molto bello. Però, si dirà, dov’è la pars construens? Premesso che quando si parla di proposte il problema è tutto di volontà politica, non si può dire che quest’anno a Trento non vi fosse una grande attenzione per la parte costruttiva del discorso. E le proposte sono giunte soprattutto da Stiglitz e Atkinson e fanno riferimento, da un lato, all’annosa dicotomia tra disuguaglianza di opportunità e disuguaglianza dei risultati e, dall’altro, al discorso investimenti pubblici e innovazione tecnologica. Per Atkinson, non si tratta di scegliere tra uguaglianza di opportunità ed uguaglianza sostanziale: per sradicare la disuguaglianza bisogna coltivarle entrambe. Come? Tassazione fortemente progressiva e, in particolare, forte concentrazione su quella successoria, reddito di partecipazione (diverso da quello di cittadinanza, che presenta troppe incognite attuative) strutturato sull’idea di progressività – in sostanza, chi partecipa all’attività economica ha diritto ad un basic income inversamente proporzionale al suo reddito – e reddito di base per i neonati strutturato a livello europeo. Stiglitz, poi, ammonisce che la mera tassazione non ha effetti se non è accompagnata da un utilizzo profittevole dei proventi fiscali. Quindi via libera allo Stato investitore e innovatore. Sì perchè, come sottolinea ancora Atkinson, lo Stato ha fornito fondi per la ricerca, ma il timone dell’innovazione tecnologica è stato in mano dei privati. L’interesse per l’innovazione è invece della società nel suo insieme, quindi è bene che lo Stato indirizzi la ricerca per evitare gli effetti distorsivi della stessa (vedi problema della minor necessità di capitale umano come effetto dell’innovazione tecnologica). Infine, il debito sovrano. Ok, noi abbiamo i nostri problemi, però forse bisognerebbe guardare non solo alla parte negativa del bilancio, ma anche a quella attiva, affossata da privatizzazioni e svendita (a prezzi ridicoli) del patrimonio pubblico. È ancora Atkinson che guarda alla ristrutturazione del bilancio statale e lo fa proponendo l’istituzione di fondi sovrani – come in Norvegia, per capirci – in modo che lo Stato non controlli le imprese, ma ne resti comunque azionista. Per di più, con un interesse attivo per lo Stato nell’economia si affronterebbe anche il problema di chi decide in merito all’innovazione.
Ecco a me tutto ciò è sembrato molto bello e molto di sinistra. Capito Renzi?

 

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