Youth, Paolo Sorrentino (2015)

Mettiamo subito le cose in chiaro: Youth non è un brutto film, mai si potrebbe definire tale un prodotto realizzato con un cast d’eccezione, addetti al mestiere della portata di Luca Bigazzi (fotografia) e David Lang (musiche), ma soprattutto con una produzione internazionale alle spalle. Il problema di Youth è l’aspettativa. Non ci sarebbe bisogno di ricordarlo, ma per aiutarvi ad unire i tasselli del percorso autoriale, è importante ricordare cosa ha preceduto quest’opera: Luomo in più (2001), Le conseguenze dellamore (2004), Il divo (2008), This must be the place (2011), La grande bellezza (2013). Mi sono permessa di lasciare fuori Lamico di famiglia, semplicemente perché — opinione personale — meno rilevante ai fini della costruzione della poetica personale del buon Sorrentino.
Poste queste briciole di pane, giusto per orientarci nuovamente se dovessimo retrocedere nella riflessione autoriale, risulta chiaro come il percorso filmico è stato in salita, fino a raggiungere il climax dell’Oscar con La grande bellezza. E ci tengo a sottolinearlo: meritatissimo. Come tutti i climax che si rispettino però, una volta consumati si inizia la discesa. Nel frattempo noi ci eravamo appassionati, ci eravamo affezionati ai protagonisti scontrosi e silenziosi, volevamo essere cullati dalle musiche e dalle immagini, desideravamo addormentarci dopo aver ascoltato un altro brano della fiaba. Insomma, ci eravamo creati delle aspettative.
A parte i titoli di testa che non convincono, qualcosa ci fa storcere il naso non appena iniziamo ad entrare dentro l’intreccio (difficile definirlo in questo modo, ma tant’è): un regista di mezza età, in una stazione di cure termali, sta cercando di risolvere la sceneggiatura del suo futuro film. Ha bisogno di riposarsi fisicamente e psicologicamente. I giorni trascorrono senza che si riesca a trovare una soluzione, e la sua ricerca di pace viene continuamente interrotta dai personaggi che animano la stazione termale, dalle visite che riceve e dai tecnici che stanno lavorando con lui al film e soggiornano nello stesso albergo. Il protagonista si chiama Guido Anselmi ed il film che vi ho appena raccontato è (1963) di Fellini. 
Ora vi racconto Youth: il vecchio regista Mick Boyle in una stazione di cure termali, sta cercando di risolvere la sceneggiatura del suo futuro film. Ha bisogno di riposarsi fisicamente e psicologicamente. Fred Ballinger, un anziano direttore d’orchestra e fedele amico di Mick, soggiorna in sua compagnia nell’albergo, e deve invece riflettere sulla proposta ricevuta da un emissario della regina Elisabetta, di dirigere un concerto a Buckingham Palace. I giorni trascorrono senza che si riesca a trovare una soluzione, e la loro ricerca di pace viene continuamente interrotta dai personaggi che animano la stazione termale, dalle visite che ricevono e dai tecnici che stanno lavorando con Mick al film e soggiornano nello stesso albergo. Bisogna quindi ammettere che, ad esclusione della figura di Fred Ballinger, nella sceneggiatura di Sorrentino non solo risuonano echi felliniani, ma per alcuni aspetti pare che egli abbia voluto realizzare un vero e proprio remake di
Spunti felliniani arrivano quindi dalla trama, dalla scelta dei tipi umani che animano la stazione termale e dai tanti occhiali da sole usati per completare i costumi. Oltre al capolavoro di Fellini, si passa al setaccio anche La Montagna incantata di Thomas Mann: lo Schatzalp Hotel di Davos viene infatti citato in questo romanzo. Andiamo però oltre.
I due protagonisti, Fred e Mick, sono interpretati rispettivamente dai sommi Michael Caine e Harvey Keitel, che ce la mettono tutta per contribuire a rendere l’opera sublime. E di sublime qui si parla in senso romantico, è «l’orrendo che affascina» di Burke. Eppure c’è una distanza tra gli attori e lo spettatore, qualcosa di freddo che non viene colmato nel modo in cui aveva fatto Gep Gambardella, o comunque più in generale dal Toni Servillo alter ego di Sorrentino. Si percepisce chiaramente la mancanza dell’alter puro. In questo modo l’autore è costretto a mettere un po’ di se stesso in tutti i personaggi, anche i quelli secondari, che intervengono per pronunciare una sola battuta, e l’effetto è, necessariamente, straniante. Inoltre, confrontandoci con un intreccio esile, ci si aspetterebbe che almeno venisse approfondita la psicologia dei personaggi, invece tutto rimane sospeso: il tempo è sospeso, lo spazio è sospeso, le scelte, i dialoghi. Quando ci si approssima alla conclusione, nella quale i due protagonisti dovranno tirare le fila di tutte le riflessioni compiute, non disponiamo degli strumenti necessari per comprendere a fondo le loro decisioni, e tutto si trasforma in un cliché. L’interpretazione del mondo che vorrebbe trasmetterci Sorrentino precede l’azione concreta e questo impedisce la comprensione di ciò che poi accade. Gli elementi di salienza (alcuni personaggi, musiche, inquadrature) offrono quel tipo di esperienza emotiva che stimola la ricerca di senso, e lo stile ben definito indubbiamente aiuta nella ricerca di un significato alto. Ma il significato, quando arriva, è talmente banale da risultare svilente per lo spettatore stesso esser arrivato fino alla fine per un «tutto qua?».
Sorrentino doveva dimostrare a se stesso di essersi meritato l’Oscar e così, preso dall’irrefrenabile terrore di non essere all’altezza, unitamente alla volontà di confermarsi nel suo stile, ha preso tutto ciò che fa parte della sua poetica (i tipi umani, i contrasti tra estrema bellezza/ripugnanza, la riflessione sulla morte, la memoria, pacificarsi con il passato, la fotografia nitida) e l’ha messo dentro, senza approfondire nulla. Oltre a ciò, ha aumentato la portata del cast scegliendo tra star straniere, sforzandosi di fare un film internazionale, ma troppo forte è il debito al cinema italiano per risultare una scelta sincera. Uniformarsi ai canoni nordamericani non è sinonimo di qualità. Rimane quindi un’opera manierista e fortemente retorica, con picchi di banalità sconfortanti. È tutto eccessivamente splendido o fortemente grottesco, la sana mediocrità manca completamente, forse proprio per questo suo bisogno di stupire il pubblico senza soluzione di continuità. Peccato. Ci piaceva così tanto il grigiore di Titta di Girolamo.
Note di merito: la fotografia che riempie lo sguardo, il cambiamento delle scelte di ripresa, meno movimenti di macchina e più campi e controcampi, scelte musicali sempre impeccabili e un Paul Dano che non ha nulla da invidiare ai mostri sacri con cui si confronta.
Roberta Cristofori
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