The Bottonomics – La #BuonaScuola che non si applica

Parlare di un argomento caldo a mente fredda non è di sicuro facile e proprio per questo la redazione del vostro amatissimo The Bottom Up  ha deciso di affidare un commento alla riforma della ‘Buona Scuola’ a Bottomeconomics: non tanto per qualità personali degli autori ma perché, essendo una rubrica di economia, non se la fila nessuno e la figura barbina rimarrà isolata a pochi e coraggiosi lettori.
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Al di là delle nostre subdole strategie di marketing, una pertinenza tra questa nuova Campagna Renziana e l’economia è presente, eccome.
Prima di tutto è interessante ricordare un dato molto importante e di decisa controtendenza rispetto alle precedenti riforme in materia accademica: questa riforma è a segno positivo.
Dopo manovre mirate molto più a ridurre i costi rispetto ad ipotetici e nobili obiettivi educativi (Moratti&Gelmini), ci si trova finalmente di fronte ad un nuovo investimento in istruzione. Si parla, considerando anche il piano edilizio per la costruzione e ristrutturazione degli edifici, di circa 4 miliardi di Euro, non poco tutto sommato (per intenderci il totale dell’IMU sulla prima casa, argomento tanto dibattuto, ammontava a 5 miliardi).
Quindi, immobili a parte, con questi fondi si finanzieranno principalmente due interventi: bonus annuale di 500 euro per gli insegnanti, spendibili in “materiale di aggiornamento” (le virgolette sono d’obbligo visto che tra i beni rendicontabili in questa categoria rientrano anche PC e Smartphone) sulla cui eticità lascio parola e giudizio al lettore, e assunzione di 150mila nuovi insegnanti a tempo indeterminato.
Che in realtà son tantini, ma di questo ne parlerò dopo.
Questi neo-docenti dovrebbero essere presi tra ALCUNI dei vincitori del concorso del 2012 indetto da Lord Monti e ALCUNI di quelli con i punteggi più alti nelle attuali graduatorie.
Il caps di grillina memoria ritorna in ALCUNI casi,decisamente utile.
Infatti non tutti gli idoenei del concorso 2012 verranno assorbiti (ribadendo, IDONEI ad un concorso indetto dallo Stato stesso) e la presa dalle graduatorie lascierà comunque molti scontenti, quelli che per intenderci saranno un decimo di punto sotto alla soglia minima.
Il vero problema, quello per cui in realtà stan facendo la voce grossa i sindacati, in un’ottica più di rivendicazione di classe che discussione di merito, è che la vita per coloro che non dovessero rientrare tra i fortunati delle prima assunzioni diventerebbe piuttosto difficile.
Andiamo con ordine: i neo docenti andrebbero a coprire, con un contratto regolare e a tempo indeterminato, quei compiti che fino ad oggi erano ricoperti dai precari delle liste; in sostanza supplenze.
E le liste? Chiuse fino ad esaurimento scorte. Nel senso che non si contemplerà più quella realtà e quelli all’interno di queste rimarranno col cerino in mano: niente possibilità di carriera e niente supplenze per arrivare a fine mese.
Le ragioni del governo non sono, a mio avviso, del tutto sbagliate, nel senso che comunque si ridurrà in futuro la precarietà nel mondo dell’insegnamento e si snellirà di molto il processo di selezione evitando di avere docenti non ancora incardinati nonostante 25 anni di servizio.
Si hanno comunque due problemi. 
Prima di tutto si potrebbe creare un nuovo caso simil-esodati tra i non assunti in prima istanza che si ritroveranno ancora iscritti ad inutili liste senza possibilità di sbocco alcuna.
Secondo, questo shock iniziale di nuovi ingaggi, spropositato a mio parere, bloccherà  le assunzioni di docenti per parecchi anni a venire precludendo di fatto l’accesso a questo lavoro alle nuove leve. Con buona pace del ricambio generazionale.
Altri due sono poi i punti fondamentali fortemente osteggiati dai sindacati:
La nuova figura dei presidi, un misto tra manager e sceriffi, che avranno moltissima autonomia su assunzioni e premi di produzione (!) da elargire a professori ed insegnanti. Questo passaggio potrebbe essere piuttosto delicato, particolarmente in una realtà come quella italiana dove due problemi di nepotismo e raccomandazioni ci sono. Sembra, tuttavia, che Renzi stia facendo marcia indietro su questa questione, più per questioni di convenienza elettorale che per ragionamenti di larghi orizzonti (lo zoccolo duro dei voti PD è costituito da docenti che sicuramente non gradiscono questa figura, e il 31 Maggio è vicino).
Infine l’immancabile questione del pubblico-privato: si apriranno nuove possibilità di detrazioni per chi iscriverà i figli ad istituti paritari, anche a livello di scuola superiore. Parere di chi scrive: capisco la necessita di detrazioni fiscali per asili nido e scuole materne perché comunque il pubblico non riesce oggettivamente ad offrire il servizio a tutta la cittadinanza, ma le scuole superiori paritarie? Servono sul serio? Visto e considerato anche che nella maggioranza dei casi sono veri e propri diplomifici piuttosto che istituti seri.
Su questa questione, al solito, si #cambiaverso per non cambiare niente.
Voto alla nuova scuola quindi? Diamo un 6 perchè la riforma è un po’ come gli studenti ‘intelligenti che non si applicano’: finalmente si parla più di riforma che di tagli lineari ma la progettualità di lungo periodo è ancora lontana.

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