Cinque osservazioni sull’Italicum

Innanzitutto, per dovere di cronaca, devo spiegare brevemente in cosa consiste la legge elettorale approvata ieri in via definitiva dal parlamento. L’Italicum, così ribattezzato dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sulla falsa riga di Porcellum e Mattarellum (il copyright va ad un suo concittadino, il padre della scienza politica Giovanni Sartori), è un sistema proporzionale, corretto con soglia di sbarramento al 3% e premio di maggioranza (340 seggi su 630) che viene attribuito alla lista che supera il 40% al primo turno o che vince un ipotetico secondo turno, al quale sono ammesse le due liste più votate. Le circoscrizioni saranno 20, corrispondenti alle regioni, a loro volta suddivise in 100 piccoli collegi che eleggeranno dai 3 ai 9 deputati. Nella scheda si possono esprimere delle preferenze ma i capilista sono decisi dai singoli partiti. I capilista (e solo loro) hanno la facoltà di presentarsi in più di un collegio, al massimo 10. In rispetto della parità di genere, la percentuale di candidati dello stesso sesso selezionati direttamente dalle singole segreterie in ogni collegio non deve superare il 60%. Il nuovo sistema elettorale, concepito per eleggere solo la Camera dei Deputati, entrerà in vigore a partire dal luglio 2016, in attesa che il senato venga riformato e, sostanzialmente, svuotato di quasi tutte le sue funzioni.
renzi italicum
Fonte: sussidiario.net
Bene, sbrigata questa faccenda informativa, spazio alle osservazioni politiche e politologiche. Perdonate gli anticonvenzionali “bulletpoints” ma concentrarsi solamente su un singolo aspetto dei seguenti mi sarebbe sembrato riduttivo e svilupparli tutti in maniera più dettagliata avrebbe reso l’elaborato caotico, oltre che tedioso per la maggior parte dei lettori, comprensibilmente poco affascinati da questioni così tecniche.
  • É stata una lunga battaglia quella sull’Italicum, dentro e fuori dal Parlamento. Alla fine la nuova legge elettorale è stata strumentalizzata sia da chi l’ha vigorosamente promossa, il premier Matteo Renzi, sia da chi l’ha strenuamente osteggiata, minoranza PD e opposizioni. Per Renzi è diventata l’ennesima occasione per mostrare i muscoli e ribadire che un’alternativa parlamentare al suo governo non esiste. Per la minoranza Dem invece l’ennesima occasione per far sentire la propria voce all’interno del partito e per mettere in difficoltà il segretario. Gli altri, ovvero Forza Italia, un tempo genitrice della riforma con il “Patto del Nazareno”, e il Movimento 5 Stelle sono usciti dall’aula per protesta. Ma in fondo anche perché in quella partita non avevano quasi nulla da giocarsi, se non un simbolico segnale di dissenso.
  • Per favore smettiamola di gridare al colpo di stato da parte di Renzi. Da che mondo è mondo le leggi elettorali sono disegnate da chi è in una posizione di forza per garantirsi un vantaggio e/o per ostacolare gli avversari. L’Italicum assolve questo compito in maniera ineccepibile. È innegabile però che l’ex sindaco di Firenze sia stato molto risoluto e abbia utilizzato toni decisamente sopra le righe. Ma non penso l’atteggiamento arrogante dipenda dallo specifico argomento in sé e sia più dovuto ad un clima generale di muro contro muro, tra l’esecutivo e i suoi oppositori, su qualunque tema.
  • Entriamo un po’ nel merito. “Non esistono leggi elettorali perfette” ha dichiarato Renzi. Verissimo. Teoricamente una “buona” legge elettorale dovrebbe inserirsi bene in una cultura politica nazionale (che all’occorrenza può essere anche plasmata) e trovare un ragionevole compromesso tra rappresentatività e governabilità. Insomma dovrebbe essere una fotografia realistica ma utile della volontà dell’elettorato. Poi però ci sono le naturali alterazioni negli equilibri partitici che sfuggono ad ogni possibile previsione. Definire una legge elettorale “buona” dunque è praticamente impossibile. Il “Porcellum”, la legge ideata da Roberto Calderoli, era sicuramente “cattiva” perché falliva in entrambi gli obiettivi già descritti. Questa boh, chissà, staremo a vedere.
  • Parliamo intanto dei due obiettivi. La rappresentatività nell’Italicum è limitata da una soglia di sbarramento e un premio di maggioranza. La soglia di sbarramento per i piccoli partiti è un meccanismo molto comune nei sistemi proporzionali come in Spagna (anche lì al 3%). Il premio di maggioranza è una roba che ci siamo inventati noi nel 1923 con la legge Acerbo e ci hanno copiato solo i greci. Lo stesso bonus alla lista che ottiene più voti sulla carta produrrebbe (forzatamente) la stabilità governativa. Sulla carta appunto perché come evidenzia l’eminente politologo Gianfranco Pasquino, la governabilità non è legata a nessun particolare sistema elettorale, bensì solitamente ad una competizione bipolare. Comunque, riprendendo ciò che ho già scritto in una precedente occasione, all’Italia servirebbero degli esecutivi che restano in carica per tutto il loro mandato, di modo da pensare ed attuare politiche a lungo termine senza l’assillo delle urne. Tuttavia un governo non ha bisogno di essere monocolore e nemmeno particolarmente omogeneo per essere solido. In Gran Bretagna lo strano binomio al potere tra conservatori e liberal-democratici è riuscito a sopravvivere fino alla fine del suo termine naturale. La Germania ha una lunga tradizione di duraturi esecutivi di coalizione. Mentre apprendere dai britannici il valore della continuità sarebbe uno sforzo infruttuoso e privo di senso, copiare il meccanismo della sfiducia costruttiva dai tedeschi, per disincentivare le piccole entità dal provocare una crisi di governo, non costerebbe niente.
  • Nominati o preferenze? Potere ai partiti o agli elettori? La presenza a Montecitorio e a Palazzo Madama di numerosi comprovati impresentabili e alcuni emeriti incompetenti, nominati dalle attuali formazioni politiche, farebbe propendere l’ago della bilancia per il popolo. Ma se le preferenze fossero foriere dell’incremento di fenomeni come il voto di scambio, al meridione come al settentrione? Insomma si rischia di passare dalla padella alla brace. Parafrasando la nota frase di Massimo d’Azeglio “Purtroppo si è fatta la legge elettorale, ma non si fa l’elettorato”
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