Non solo ISIS, l’altro lato della guerra al califfato

Se i mezzi a disposizione dell’ISIS ci hanno permesso, volenti o nolenti, di scoprire cosa loro hanno deciso di chiamare “giustizia”, non significa che siano i soli a fare della violenza il loro pane quotidiano.
Per un attore come il Califfato la comunicazione è linfa vitale; sulla scia di Al Qaida, tutti gli attori terroristici, ma anche le semplici organizzazioni non governative per potersi affermare sullo spazio della politica internazionale hanno bisogno di occupare lo spazio delle news sui mass media. Una necessità spiegabile con un semplice teorema: se non appari, non esisti.
Ecco spiegati trailer in stile hollywoodiano, video in HD, precise regole di comportamento per i giornalisti che si vogliono occupare della questione, gadgets (carine le spille, no?) in vendita anche nella “democratica” Turchia, manciate di pagine Facebook e Twitter in tutte le lingue create ad hoc per diffondere il verbo di Al Baghdadi e le sue gesta: eroe antico, stratega e conquistatore, ma se privo di uno smartphone a rischio di sopravvivenza.
Anche i video con le decapitazioni degli ostaggi occidentali (e non solo) fanno parte dello stesso orchestrato piano che vuole raccontare una stessa storia, dove europei ed americani hanno la parte degli antagonisti, gli orchi e gli stregoni che si oppongono con le loro bombe e la loro supposta superiorità culturale alla fioritura e affermazione dell’Islam, la grande religione del Profeta da troppo tempo relegata in una posizione subalterna. Nell’urgenza di affermare sé non c’è spazio per il rispetto per il nemico, che va quindi spaventato, terrorizzato e colpito nella sua emotività. L’ISIS, così, parla la nostra lingua, minaccia i nostri vicini e le nostre città, invade i nostri pensieri con la sua estrema e gratuita violenza.
È facile chiamare lo Stato Islamico malvagio, cattivo, crudele. È facile polarizzare anche questo conflitto costruito da Al Baghdadi stesso sulla frattura tra giusto e sbagliato, tra buoni e cattivi, tra bene e male: a parti invertite, viene spontaneo ricercare un alleato buono contro il condottiero cattivo e il suo esercito di bruti. La scelta è ricaduta, non senza un forte dibattito e qualche perplessità, sull’Iraq a guida sciita, sui curdi e, sebbene per ora solo ipoteticamente, su un fronte di opposizione pacifico siriano.
Fonte: bbc.co.uk
Tuttavia, Amnesty International in un rapporto pubblicato in questi giorni ha denunciato la condotta di guerra delle milizie Sciite, finanziate dal governo iracheno amico degli Stati Uniti, che stanno combattendo l’ISIS. Sapendo di godere del sostegno governativo, queste milizie hanno rapito e ucciso dozzine di civili musulmani sunniti negli ultimi mesi. Le indagini dell’organizzazione internazionale hanno portato alla luce una vera e propria “legge” della milizia che indica un preciso iter da seguire in caso di condanna: il soggetto viene incappucciato e poi ucciso con un solo colpo alla testa. I corpi, ormai senza vita, vengono poi lasciati nel luogo dell’esecuzione senza dar loro sepoltura né restituendoli alle famiglie. Per alcuni dei rapiti, era stato pagato anche un riscatto dai parenti che, in alcuni casi, ha raggiunto gli 80.000$, cifre che sono servite soltanto al finanziamento delle milizie stesse.
Fonte: huffingtonpost.co.uk
La diffusione di queste esecuzioni è difficile da definire perché le uniche testimonianze sono quelle di Amnesty. I rischi che corrono sul territorio giornalisti ed operatori umanitari sono altissimi. Basti pensare ai 17 giornalisti iracheni uccisi negli ultimi 10 mesi, mentre in Siria la guerra civile ha portato al rapimento di oltre 80 tra giornalisti, cameramen e fotoreporter internazionali e locali. Nonostante ciò. Donatella Rovera, AI’s senior crisis response advisor, non ha dubbi: “Quelli che le milizie sciite stanno portando avanti sono crimini di guerra, puniti dal diritto internazionale, ma che in questa situazione vengono silenziosamente tollerati dal governo di Baghdad e non solo.”
Quello che è lecito chiedersi di fronte ad una tale esclalation di violenza su più fronti e solo parzialmente nota è cosa sappiamo davvero di ciò che succede? Sotto la bandiera dei diritti umani e della libertà, quanta altra libertà è lecito sacrificare? I diritti di chi si possono violare?
Se oggi le relazioni internazionali non si basano soltanto su economia, difesa e diplomazia, ma anche sulla gestione del flusso di informazioni, è un dovere porre la giusta attenzione al fatto che in ogni comunicazione c’è un detto e un non detto. Infatti, se da un lato il “talento” dell’ISIS lo conduce direttamente sulle nostre televisioni e sugli schermi dei nostri computer come una terribile minaccia, dall’altro il silenzio su quanto compie il fronte opposto non può essere incoraggiato, né giustificato in nome di una causa che, sappiamo, può cambiare come cambia verso una banderuola al vento. Se di pace, giustizia e diritti umani si vuole parlare, che non siano quelli dell’amico di turno, ma di tutti.
Angela Caporale

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