Gaza – Effetti collaterali di un conflitto senza fine

Martedì 26 agosto 2014 è stata annunciata al Cairo la tregua conclusiva dell’operazione militare “Bordo protettivo” che ha posto nuovamente la parola fine al, ricorrente, conflitto mediorientale che vede come attori la Striscia di Gaza e le milizie di Hamas da una parte e lo Stato Israeliano con il suo esercito dall’altra. 
Il conflitto, che ha determinato la morte di 2131 palestinesi, di cui 500 bambini secondo le agenzie ONU e un centinaio di soldati israeliani, si è oramai concluso, o perlomeno così sembra. Le ostilità persistono e con esse le difficoltà per i gazawi di ricominciare a costruirsi una vita. Perché vivere tra le macerie è una lotta continua, crescere orfani di padre o di madre e con la rabbia e la consapevolezza che una bomba ti ha portato via la persona a te più cara è inaccettabile. La gioia di essere in vita e il desiderio di giocare non sono durati che qualche ora a seguito dell’annuncio della tregua. Poi la consapevolezza della distruzione ha ripreso il sopravvento. 
Ancora oggi la disperazione non ha fine, perché in quei pochi centri ospedalieri rimasti continuano a morire i feriti, e il conto dei sopravvissuti si fa, di giorno in giorno, meno ampio. I servizi igienici e i medicinali scarseggiano, mentre la mancanza di fonti d’approvvigionamento dell’acqua rende la situazione ancora più complessa e difficoltosa da ristabilire. I prigionieri, che hanno raggiunto oramai i 7000 uomini, muoiono nelle celle, fuori dal raggio di interesse dei grandi media, senza l’interesse generale di nessuno, come uomini soli, nati cittadini di serie B.
Parlando con un amico gazawo, Awni Fahrat, ho chiesto lui cosa rimane al palestinese oggi, quale sia il suo futuro. Lapidario, afferma: “per il momento non v’è futuro, le macerie non ci consentono di vedere al di là del cemento distrutto. Ringraziamo il supporto e gli aiuti dei molti volontari occidentali, ma noi vogliamo riprenderci le nostre vite, vogliamo tornare ad essere noi stessi i produttori delle risorse di cui abbiamo bisogno. Ma siamo forti, vogliamo vivere, vogliamo riprenderci la nostra libertà e non smetteremo mai di sognare che un giorno potremo farcela”. L’obiettivo del premier israeliano Nethanyau, ovvero distruggere i tunnel che collegano illegalmente Gaza con il resto del mondo, è stato raggiunto, tuttavia rifugiati e sfollati hanno raggiunto numeri esorbitanti tanto che molte scuole dell’Unrwa sono state adibite a centri d’accoglienza a tempo indeterminato. 
Nel frattempo, data l’inaccessibilità all’Egitto via terra, molti palestinesi hanno provato a prendere il largo, ad emigrare, per sfuggire alla disperazione della guerra e del post guerra, per cercare speranza dall’altra parte del Mediterraneo, un mare dove già moltissimi di loro hanno trovato la morte. Le imposizioni dettate dagli israeliani circa il limite del passaggio al mare non sono state ancora rimosse e i palestinesi continuano ad essere costretti a restare entro le tre miglia, troppo poco constatato il fatto che vi sono più di 3 milioni di bocche da sfamare nella striscia. A seguito della guerra, una porzione della Striscia di Gaza è diventata territorio israeliano e questo ha determinato la perdita di campi da coltivare e quindi di risorse alimentari. I gazawi non hanno di che lavarsi e bere e questo provoca un naturale incremento delle malattie. 
Vivere a Gaza oggi è come vivere in una prigione, una prigione a cielo aperto, una prigione dove ogni singolo diritto umano viene negato. Fortunatamente la giustizia di tanto in tanto ha l’opportunità di seguire il suo corso e infatti le violenze perpetrate da Israele hanno portato, il 25 settembre, all’apertura della sessione speciale del tribunale Russell sulla Palestina che ha esaminato gli attacchi israeliani contro i civili e le infrastrutture attraverso la raccolta di informazioni e dichiarazioni di esperti che erano sul posto al momento del conflitto quali il giornalista britannico Paul Mason, del Channel 4 News ‚il Direttore del Raji Sourani, i chirurghi Mads Gilbert e Mohammed Abou-Arab, il giornalista Martin LeJeune e Ashraf Mashharawi; ma anche  organizzazioni quali Human Right Watch oppure Amnesty International che hanno trovato prove di crimini contro l’umanità,  Anche organizzazioni internazionali come l’Unicef sono state coinvolte, considerato che durante l’offensiva più di 500 bambini ha trovato la morte, e ancora il ministero della saluta di Gaza che parla di  10.918 feriti, tra cui 3.312 bambini e 2.120 donne e, per finire, altre agenzie ONU attive sul territorio, le quali hanno dichiarato che 244 scuole sono state bombardate e che una è stata utilizzata come base militare. Il tribunale, tuttavia, non ha le capacità e i mezzi di punire lo Stato israeliano, ma potrà soltanto presentare dei report, avviare delle indagini, raccogliere testimonianze circa l’esistenza di crimini contro l’umanità perpetrati da Israele, con la speranza che gli Stati occidentali e non nelle future relazioni con esso ne terranno conto. 
Mi sembra opportuno sottolineare i recenti sviluppi circa le posizioni europee su Israele; Il 2 ottobre il governo di unità palestinese ha annunciato l’approvazione di un piano di finanziamento che prevede lo stanziamento di 4 miliardi di dollari per coprire i danni dell’attacco israeliano della scorsa estate, ma non vi è alcuna certezza e garanzia che questo denaro raggiunga le coste gazawe. Mentre il 3 ottobre 2014, la Svezia ha annunciato la volontà di riconoscere uno Stato Palestinese, e lo stesso giorno è stata emessa una dura condanna contro Israele per i nuovi insediamenti a Gerusalemme Est: “Il futuro delle relazioni tra l’Unione europea e Israele dipenderà dall’impegno di quest’ultimo per una pace duratura e la soluzione dei due Stati”. 
Saranno i primi passi verso una maggiore apertura nei confronti della Palestina? Forse da parte del vecchio continente sì, ma, come sostenuto da Noam Chomsky, “finché gli Stati Uniti forniranno il necessario appoggio militare, economico, diplomatico e ideologico, ci sono tutte le ragioni di aspettarsi che la politica sionista israeliana e la colonizzazione della Palestina, proceduta principalmente in base al principio pragmatico della tranquilla creazione dei fatti compiuti, perdurerà.” 

Silvia Lazzari

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