La lotta comune di Kobane

Kobane brucia. 
Ennesima nottata di scontri e fuoco su Kobane. L’ISIS oramai controlla oltre un terzo della città. I tank del califfato sono arrivati e la guerra, se non ce ne fossimo accorti, è già scoppiata, e da un pezzo. 
Kobane è sola di fronte al fascismo islamico.

In maniera alquanto ingenua, Mister Obama dichiara che i raid aerei non bastano per sradicare la “peste nere” e la Turchia, dal canto suo, non pensa minimamente ad intervenire unilateralmente. In questo marasma generale continuano i bombardamenti aerei della coalizione anti-ISIS, ma servono a ben poco. E gli USA lo sanno bene. Il pentagono lo sa bene, tant’è che con il suo portavoce Kirby avverte tutti sulla possibilità (non tanto remota) che altre città cadranno in mano dell’esercito di Al-Baghdadi.
La comunità internazionale è inerme. L’odio e la paura dilagano nelle nostre “democratiche” società configurando, attraverso le immagini veicolate dai media, quello “scontro di civiltà” tanto caro ad una corposa élite di accademici ed editorialisti di importanti testate giornalistiche. Le decapitazioni e le barbarie, se da una parte ci inquietano, dall’altra ci rasserenano e ci rassicurano di essere nati nella parte giusta del mondo, in quella parte del mondo civilizzato, e dunque guai a ricordare Guantanamo e Abu Grahib. Quelli sono stati solamente errori, errori “umani”.
A questo punto dovremmo intervenire quindi? Dovremmo forse ricorre a quel fantastico strumento democratico figlio dei valori democratici che prende il nome di ingerenza umanitaria? Ma soprattutto perché, mi chiedo, Kobane è rimasta sola a combattere un nemico che da più parti abbiamo definito “comune a tutti”?
Di fatto si è deciso di non decidere. Ha preso forma una coalizione internazionale anti-ISIS che fa piovere bombe sulle postazioni dell’IS. Questa è una non decisione. Quale strategia dietro questa azione militare? Quale visione futura? Si è deciso di non decidere perché la non decisione faceva comodo a tutti di fronte ad un puzzle geopolitico che non riesce a ricomporre i propri pezzi. Troppi interessi opposti e discordanti. Troppi. Neanche il più freddo dei realisti saprebbe uscire da questo impasse; loro, i realisti, che di solito hanno sempre la soluzione più semplici alle questioni più complesse. 
Ancora una volta il medio oriente risulta essere un pantano. Nessun orizzonte comune. Ancora settarismi, distruzione e morti. Tanti morti. Troppi morti. Eppure la morte, di fronte agli equilibri internazionali, è il duro prezzo da pagare ci raccontano. Cosa ci vogliamo fare?
Allora i punti di domanda proliferano. Armiamo i curdi? Si, no forse. E la Turchia “democratica” di Erdogan? Supportare militarmente i curdi significherebbe, un domani non troppo remoto, riconoscerli politicamente e legittimarne le rivendicazioni. Non sia mai. Non dimentichiamoci che la Turchia è un membro rispettato e democratico dell’alleanza atlantica. E poi, come se non bastasse, c’è il PKK di Ocalan, il partito dei lavoratori curdi messo fuori legge ed etichettato come organizzazione terroristica da Ankara e da Washington. Eppure sono state proprio le unità di combattimento del PKK a varcare i confini ed intervenire con una formidabile efficacia contro il fascismo islamico. Ma sono pur sempre comunisti. Dovremmo appoggiare i comunisti? Non sia mai. Queste questioni rimangono senza risposta. Si decide ancora di non decidere. Ma ancora una volta, come se la storia non insegnasse niente, alla non decisione fanno seguito delle morti. Tante morti. Troppo morti. 
Di fronte però alla spettacolarizzazione della morte, di fronte a quelle immagini brutali delle decapitazioni che hanno inondato i nostri media, l’umanesimo liberal-borghese non poteva rimanere inerme, non poteva accettare quelle barbarie, quelle gesta animalesche. Bisognava intervenire. Ma come interveniamo? Bombardiamo? Lanciamo due bombe. E poi? Poi vediamo, risponderebbe un fiero generale dell’esercito. Nessuna strategia. Nessuna soluzione politica per il futuro dello scacchiere medio-orientale.
E la Siria? Forse non è sufficiente colpire i fascisti incappucciati solamente in Iraq. Però la Siria è un’altra questione spinosa (anche per il più ferreo dei realisti). Armiamo i ribelli siriani per creare un avamposto contro l’IS, chiosa qualcuno. Ma stiamo parlando degli stessi ribelli che hanno preso le armi contro Bashar al-Assad? Ma veramente stiamo parlando di armare ed addestrare quegli stessi ribelli il cui grido di battaglia è rimasto per tre anni silente alle nostre orecchie “umane”? 
Oggi però è un’altra questione: di fronte alle decapitazioni di cittadini europei dobbiamo agire. E allora quelli che prima erano solamente contadini che si erano sollevati contro il regime dispotico di Assad, oggi verranno trasformati finalmente in ribelli. Ribelli veri, con fucile e uniforme, d’altronde un fucile non è una zappa. I ribelli vanno addestrati ad essere ribelli. L’Emiro Saudito si è detto pronto ad addestrare sul suo territorio ribelli siriani, ovviamente supervisionati da qualificatissimi ufficiali e strateghi americani, per trasformarli in veri ribelli moderati. Sarà dunque la “moderata” Arabia Saudita ad addestrare ribelli moderati. Ovviamente ancora equilibrismo, ancora ipocrisia. 
Di fronte al fallimento del presente e la miseria del futuro, c’è però Kobane. C’è la lotta di Kobane. Ci sono le donne e gli uomini di Kobane. Kobane è il cen tro di uno dei tre can toni che si sono costi tuiti in «regioni auto nome demo cra ti che» di una con fe de ra zione di «kurdi, arabi, assiri, cal dei, tur co manni, armeni e ceceni», come recita il pre am bolo della straor di na ria Carta della Rojava. È un testo che parla di libertà, giu sti zia, dignità e demo cra zia; di ugua glianza e di «ricerca di un equi li brio eco lo gico». Nella Rojava il fem mi ni smo è incar nato non sol tanto nei corpi delle guer ri gliere in armi, ma anche nel prin ci pio della par te ci pa zione pari ta ria a ogni isti tuto di auto go verno, che quo ti dia na mente mette in discus sione il patriar cato e le gerarchie costitutive del modello di stato-nazione di stampo liberal-democratico. E poi c’è l’autogoverno e le pratiche orizzontali che esprimono un radicale prin ci pio comune di coo pe ra zione, tra liberi e uguali.
Ecco perché Kobane non deve essere lasciata sola. L’esperimento politico di Kobane è imponente nella misura in cui la lotta e la resistenza non vengono declinate in chiave nazionalista. Non vi è quel neanche quel richiamo al nazionalismo come strumento per autodeterminarsi dall’oppressione, non vi è, citando l’immenso Frantz Fanon, “quel dolce canto che solleva le masse” contro l’oppressore coloniale; c’è altro. C’è un netto rifiuto di ogni assolutismo etnico e di ogni fondamentalismo religioso. Insomma un laboratorio politico-sociale straordinario soprattutto in un medio oriente dove per l’etnia e la religione si è pronti, con troppa facilità, a macchiarsi del sangue di tante morti. Troppe morti. 
Le armi sono state impugnate anche, e soprattutto, per affermare e difendere questo modo di vivere in comune e cooperare. Non me ne voglia Fukuyama ma la storia, come aveva erroneamente affermato nel ’92, non è finita e anzi è pronta ad essere agita e scritta dall’azione di migliaia di donne e uomini che ogni giorno sfidano il cancro del nostro presente. Ecco perché l’esperienza della Rojava assume caratteri esemplari. La resistenza di Kobane si fa mondo: attraversa i confini e viaggia per le strade di Istanbul dando forza alle manifestazioni, il suo eco diventa potente e cresce nelle lotte in Europa contro l’austerity, fino ad approdare nei ghetti neri newyorkesi. Ecco perché Kobane non può restare sola. 
Ecco perché Kobane rappresenta un altro importantissimo tassello nella costellazione poliforme delle lotte, nel tentativo sempre più deciso di “afferrare la scintilla che manderà a fuoco la prateria”.
Davide Cattarossi

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