Hong Kong: una vera rivoluzione?

Ad Hong Kong sembra regnare una situazione di tregua dopo le manifestazioni di protesta, e i conseguenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine dei giorni scorsi: gli studenti hanno annunciato che molte delle barricate erette nel centro cittadino sono state rimosse per permettere ai funzionari e alla gente comune di tornare nei luoghi di lavoro, mentre il governo autonomo della città ha dichiarato che verranno programmati incontri con gli autori della protesta. La parziale smobilitazione forse è dovuta anche dal fatto che dopo una settimana di alta tensione, e di blocco delle strade, i manifestanti non hanno visto verificarsi sviluppi significativi nell’accoglienza delle loro rivendicazioni. 
Fonte: foreignpolicy.com
La cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli” nasce dalla speciale condizione nella quale versa Hong Kong all’interno dello scacchiere politico cinese: ex colonia britannica fino al 1997, ed importante centro finanziario ed economico a livello mondiale, tornò sotto dominio cinese, grazie agli accordi stipulati nel 1984 tra il “piccolo timoniere” della Cina comunista Deng Xiaoping, e l’ex primo ministro inglese Margareth Thatcher. Il 1° luglio 1997 avvenne il trasferimento ufficiale di sovranità alla Repubblica Popolare Cinese, la quale si impegnò a trasformare Hong Kong in una regione ad amministrazione speciale: infatti l’autonomia interna della quale gode la città è elevatissima, continuando ad avere come legge fondamentale il common law di derivazione britannica, e mantenendo una libertà di pluralismo partitico e indipendenza della magistratura impensabili nella Cina continentale. Dal governo di Pechino dipendono solamente le decisioni riguardanti la politica estera e la difesa, anche se negli ultimi anni l’esecutivo centrale ha tentato di allargare la sua influenza nel processo decisionale della regione. L’ultimo colpo di mano è stata la forte limitazione al suffragio universale, previsto per il 2017, per l’elezione del Chief Executive of Hong Kong, il governatore generale. Pechino, dopo aver ridotto il numero dei possibili candidati a due o tre, ha decretato che i futuri candidati debbano passare per l’approvazione di un comitato elettorale di 1400 persone, ovviamente scelte dall’amministrazione della capitale. 
Fonte: repubblica.it
Stiamo assistendo quindi ad un braccio di ferro tra Leung Chun-ying, governatore della città, e il movimento di “Occupy Central”, il quale reclama le dimissioni di Leung, considerato un fantoccio asservito alla Repubblica Popolare, e la realizzazione totale di un sistema democratico come promesso da Pechino. Dopo le reazioni dure delle forze dell’ordine, e gli scontri con i manifestanti, definiti dagli organi ufficiali dello stato “come teppisti e provocatori”, ovviamente si sono sprecate le evocazioni circa lo spettro di un nuovo “massacro di Tienanmen”, anche se al momento la situazione sembra ben distante da una possibile escalation di violenza da parte delle forze filo-governative. Gli studenti che sono scesi in piazza sono si a favore della democrazia e di un implemento del ruolo della popolazione nel processo decisionale, ma allo stesso tempo non sembrano mettere in discussione l’egemonia del Partito comunista cinese e del governo centrale. Insomma, vogliono maggiori diritti e maggiore protezione dell’autonomia di Hong Kong, ma senza che la questione crei un effetto domino nella terraferma. 
Forse è anche questo uno dei motivi per i quali il governo cinese non sta usando un pugno eccessivamente duro contro i dimostranti. Il presidente della repubblica popolare, Xi Jinping, ha capito che mandare l’esercito nelle strade di Hong Kong a reprimere le proteste potrebbe avere conseguenze devastanti: nonostante negli anni il peso finanziario di Hong Kong sia stato bilanciato dall’esponenziale crescita economica cinese, in virtù dell’ampia rete di collegamenti globali formatasi negli anni, la regione speciale rimane comunque centrale nello scacchiere economico cinese, restando uno dei maggiori centri commerciali ed economici dell’Asia e del mondo intero. 
Fonte: ansa.it
Un blitz dei militari potrebbe compromettere in maniera irreparabile la realizzazione del progetto “one country, two systems” ideato da Deng Xiaoping. Soprattutto, Xi Jinping teme anche di ricevere un giudizio negativo dalla storia in caso dell’uso del pugno di ferro: il presidente cinese non vuole essere ricordato come il fautore di un massacro contro la popolazione e frange di dissidenti, come successe allo stesso Deng con la repressione delle dimostrazioni del 1989. Pechino per questo ha espressamente richiesto di non aprire il fuoco sugli studenti. Per stroncare la protesta può contare su un’efficace azione dei media di regime, attaccando e screditando i manifestanti e i leader della protesta, e anche sulla divisione in seno all’opinione pubblica riguardo alle dimostrazioni: molti abitanti di Hong Kong infatti vedono negli studenti e nelle loro azioni un intralcio al normale svolgimento della vita quotidiana, una sobillazione dell’ordine e un impedimento per il business. Inoltre durante le giornate di scontri, sono emerse notizie su interventi di gruppi filocinesi contro le contestazioni. Sembra anche che la protesta non abbia trovato un forte sostegno da parte della comunità internazionale, e delle grandi potenze: forse gli interessi economici in ballo sono troppo potenti per mettere il naso negli affari interni del gigante cinese. 

Mattia Temporin

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