Steven Wilson, Cover Version (2014)

Se non sapete chi è Steven Wilson, è ora che vi documentiate.
Mente geniale del nuovo progressive e stakanovista dell’arte musicale, ha creato i Porcupine Tree (dei quali è anche cantante, chitarrista e spesso tastierista), quartetto progressive, ha co-fondato i Blackfield, pop rock malinconico al limite del patetismo deprimente, No-Man e Storm Corrosion, rispettivamente art-pop con Tim Bowness e progressive ambient con Mikael Akerfeldt degli Opeth, ha creato l’Incredible Expanding Mindfuck e Bass Communion, entrambi progetti di musica elettronica, più acerbo il primo, più atmosferico e maturo il secondo, ha partecipato alla produzione di diversi dischi degli Opeth, formazione progressive death metal svedese, e sta remixando diversi dischi del progressive storico, tra cui Aqualung e Thick as a Brick dei Jethro Tull, diversi album dei King Crimson e alcuni degli Yes.
Attualmente si sta dedicando alla carriera solista (anche se, tecnicamente, i primi due dischi dei Porcupine Tree erano dischi solisti, essendo Wilson sugli stessi unico strumentista e compositore): dopo l’esordio Insurgentes e il capolavoro Grace for Drowning, l’ultimo suo disco in studio, The Raven that Refused to Sing(il cui ingegnere del suono è stato Alan Parsons, lo stesso di Dark Side of the Moon dei Pink Floyd), lo ha portato alla ribalta del mainstream come pochissimi altri musicisti prog al giorno d’oggi.
Attualmente è in studio, e sta lavorando sul suo prossimo disco, due tracce (un pezzo senza nome e una gioiosa ballata intitolata “Happy Returns”) del quale sono già state eseguite durante il tour 2013. La band che lo accompagna dovrebbe essere la stessa di Raven, tra cui il bassista e corista Nick Beggs (che, oltre a far parte della band di Steve Hackett, ex chitarrista dei Genesis, era bassista, suonatore di Chapman stick, cercate pure su wikipedia cos’è, e a volte cantante, dei Kajagoogoo. Ve li ricordate? Probabilmente no. Ma vi ricordate La Storia Infinita? Ecco, la canzone del titolo, “Neverending Story”, è loro), il batterista Marco Minnemann, tra i candidati per sostituire Mike Portnoy alla batteria nei Dream Theater, il fiatista Theo Travis, che ha lavorato tra gli altri con Robert Fripp dei King Crimson, il super chitarrista acrobatico Guthrie Govan e il tastierista Adam Holzmann, che ha lavorato con Miles Davis e Michel Petrucciani.
Dopo aver pubblicato Raven, però, Wilson ha pubblicato anche un EP (EP solo di nome e non di fatto, visto che dura un’ora ed è composto da CD e DVD o Blu-Ray) con materiale dal vivo e alcune tracce dalle sessioni di Raven, Drive Home, e quest’estate ha deliziato i suoi fan più recentemente acquisiti con una chicca.
A cavallo tra il 2002 e il 2010, Steven pubblicò una serie di sei singoli (quindi lato A e lato B), tutti senza indicazioni sui titoli delle tracce, solo con il titolo, Cover Version, e il numero romano corrispondente all’uscita in questione. Cover Version li raccoglie insieme in un’unica compilation, testimonianza del suo primo vero lavoro solista (uscito a suo nome).
La peculiarità è che si tratta (come forse avevate capito dal titolo) di una raccolta di sei cover (e sei pezzi originali sul lato B), il che di per sé non è una cosa così straordinaria. Solo che la scelta delle canzoni è quantomeno curiosa, visto il suo repertorio usuale. Infatti, si tratta di “Thank U” di Alanis Morrisette, “The Day Before You Came” degli ABBA, “A Forest” dei Cure, “The Guitar Lesson” di Momus (ok, questa non stupisce poi tanto. Momus è un artista piuttosto oscuro, che probabilmente solo Wilson conosce, e il tema del pezzo scelto da Wilson è una specie di episodio di pedofilia, una cosa davvero molto inquietante), “Sign ‘O’ the Times” di Prince e “Lord of the Reedy River” di Donovan. I pezzi sono quasi tutti in uno stile asciutto, plumbeo e spigoloso non estraneo a Wilson, ma estraneo forse a chi lo ha conosciuto con i suoi ultimi due lavori solisti, così ricchi di trame sonore ed eteree melodie: voce, chitarra acustica, poche tastiere e molte armonie vocali. Le cover sono piuttosto diverse dagli originali, specie “Thank U” e “The Day Before You Came” (invece “Sign ‘O’ the Times” è abbastanza fedele), mentre le composizioni wilsoniane sono tutte un po’ acerbe rispetto ai lavori pubblicati in quegli anni con i Porcupine Tree o rispetto al suo esordio solista Insurgentes.
Le cover, insomma, valgono da sole l’acquisto del disco, perché riflettono alla perfezione la personalità di Wilson come compositore ed esecutore.
Prima che proviate ad ascoltarlo, c’è una considerazione da fare, però. Tempo fa, in un’intervista (presente nel documentario sulla realizzazione di Insurgentes), Wilson disse (confido che se state leggendo qui abbiate una conoscenza dell’inglese sufficiente a comprendere quanto riportato):

Music that is sad, melancholic, depressing, is in a kind of perverse way more uplifting. I find happy music extremely depressing, mostly – mostly quite depressing. It’s particularly this happy music that has no spirituality behind it – if it’s just sort of mindless party music, it’d be quite depressing. But largely speaking, I was the kind of person that responds more to melancholia, and it makes me feel good. And I think the reason for this is, I think if you respond strongly to that kind of art, it’s because in a way it makes you feel like you’re not alone. So when we hear a very sad song, it makes us realise that we do share this kind of common human experience, and we’re all kind of bonded in sadness and melancholia and depression.


Morale della favola: Cover Version è un disco triste, e per apprezzarlo dovete approcciarvi alla musica triste esattamente come fa Wilson.
Buon ascolto.
Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

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P.S.: Sul mio blog, Kill Ugly Radio, ho pubblicato una classifica dei 5 lavori fondamentali di Wilson. La trovate qui
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3 pensieri su “Steven Wilson, Cover Version (2014)

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