Opportunità, Cultura e Diritti: l’Europa di Elly Schlein (PD)

Concludiamo, questa volta definitivamente, la nostra serie di interviste con i più giovani candidati alle prossime elezioni europee con gradito fuori programma: Elly Schlein, nata in Svizzera nel 1985, bolognese d’adozione ed europea per natura. Dopo aver “occupato il PD” con l’obiettivo di stimolare una reazione nell’entourage del partito in seguito alle ultime elezioni politiche e alle vicende che hanno portato alla ri-elezione di Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica, ha sostenuto Pippo Civati nella sua corsa per la segreteria del Partito Democratico. Oggi la Schlein è una delle voci “fresche” del centro sinistra italiano che ha ricevuto (meritatamente) attenzione, grazie anche alla peculiare campagna elettorale, denominata #slowfoot e composta da una serie di incontri “in marcia” attraverso l’Emilia-Romagna, ma anche il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino-Alto Adige. 
 Da candidata per il Partito Democratico, come hai deciso di spiegare l’Europa a chi non la percepisce come qualcosa di tangibile se non quando si parla di austerity?
Durante questa campagna, abbiamo avuto l’opportunità di stare tanto a contatto con i cittadini. Abbiamo scelto di farla a piedi per poter stare più possibile all’ascolto. Oltre all’Europa delle scelte disastrose di questi anni da cambiare radicalmente, c’è un’Europa che non dicono, un’Europa delle opportunità che troppo spesso siamo noi a non riuscire a cogliere. In Italia si parla spesso di fondi, solo per dire che torneranno indietro. Invece, l’Europa che non ci raccontano è quella di “Europa creativa”, un programma che sostiene chi in questo Paese vuole fare cultura. In un Paese in cui ci dicono che con la cultura non si mangia e che nel frattempo si è mangiato la sua cultura e vede le sue più grandi bellezze cadere a pezzi come Pompei. L’Europa che non dicono è anche “Garanzia Giovani”, un programma con cui l’Europa si raccomanda che gli stati si adoperino affinché chi esce da un percorso di studi abbia un’opportunità lavorativa entro quattro mesi. L’Europa ha stanziato 6 miliardi di Euro che a fronte di 5 milioni e 6 mila giovani disoccupati europei è ancora poco, ma è una prima risposta forte che dimostra la sensibilità dell’Europa sul tema. Incontrando persone che fanno progettazione europea durante questo lungo viaggio a piedi, si scopre che spesso siamo noi a non cogliere queste opportunità perché ci mancano le competenze per poter scrivere i progetti e leggere i bandi. Dobbiamo svilupparle e chi va in Europa deve essere capace di raccontare meglio questa opportunità europea affinché possa trasformarsi in benefici per le nostre comunità e i nostri territori. Così i cittadini potranno sentire l’Europa più vicina, capendo che l’Europa stessa è anche questo.
Oltre ai giovani che rappresentano il futuro dell’Europa, come spiegare l’Europa ai nonni?
Due settimane fa ho fatto 29 anni e un minuto prima ho pubblicato il mio umilissimo “Manifesto di Ventottenne” che vuole recuperare lo spirito iniziale. Questa non è l’Europa sociale e dei diritti e delle maggiori opportunità per le nuove generazioni. Il disegno iniziale è rimasto incagliato a metà per mancato coraggio degli stati di fare l’Europa davvero. A chi ci chiede un passo indietro, domani rispondere con coraggio con due passi in avanti e farla davvero l’integrazione politica ed economica che è mancata fino ad adesso. Credo che la nostra generazione che è cresciuta con l’Europa, dando per scontato le conquiste, ma interiorizzandole, ha ora doppia responsabilità nel portare a termine quel disegno che i nostri nonni hanno contribuito a far nascere e che, adesso, ha bisogno di tutti i nostri sforzi per essere portato a compimento.
Questa volontà esiste?
Sicuramente le forze che chiedono l’uscita dall’Euro viaggiano su percentuali allarmanti, dal punto di vista di chi crede invece che l’Europa debba semplicemente rispondere meglio ad una crisi a cui non è riuscita a dar risposte. Per farlo deve ritrovare quel coraggio, deve uscire dagli egoismi dei singoli stati e pensarsi finalmente comunità. I Paesi da cui questa crisi è partita sono usciti più in fretta di noi, perché il “compagno” Obama ha capito prima di noi che se non lotti contro le diseguaglianze, se tu non aiuti le fasce più deboli della società, tutta la società non può ripartire. Quindi bisogna fare delle politiche di investimenti pubblici per far ripartire l’Europa, investimenti verso un futuro sostenibile. Verso un nuovo modello che si basi sulla produzione di qualità e anche sulla produzione immateriale. Investendo in innovazione, ricerca, informazione, ambiente, cultura, nella valorizzazione dei nostri territori straordinari.
L’immigrazione è uno dei temi centrali per l’Europa nel presente e nel futuro. Con che approccio andrebbe affrontato, secondo Lei? Cosa pensa delle condizioni nei centri di accoglienza in Italia e all’estero? Cosa pensa di poter concretamente fare per affrontare il problema?
Io credo che sbagli chi dice: “Dov’è l’Europa davanti a Lampedusa?”.Sono stati gli stati nazionali ad essere troppo gelosi delle loro competenze in tema di gestione dei flussi migratori, che non sono state mai davvero cedute a livello europeo. Ci vuole una vera politica dell’asilo europea. Dobbiamo superare il tabù dei corridoi umanitari perché non possiamo accendere ad intermittenza i riflettori sulle tragedie di Lampedusa e dimenticarci che Lampedusa è lì anche quando non ci sono i riflettori. Il problema nasce dal fatto che viviamo in un mondo così diseguale che il 70% delle risorse è nelle mani del 30% delle persone, è evidente che noi non siamo esenti da responsabilità perché siamo parte di quel 30%.
Questo nome strano che ho, Schlein, deriva da mio nonno, partito da un piccolo paesino, che oggi sarebbe in Ucraina, per andare negli Stati Uniti a cercare più opportunità dove ce n’erano di più. Quelli che partono oggi aspirano alla stessa cosa, cercano di andare dove le opportunità sono concentrate. I Cie, come quello di Gradisca dal quale è partita una delle nostre campagne a piedi nei giorni scorsi, sono dei lager che accettiamo in casa nostra, i Cie sono un monumento alla nostra insufficienza, alla nostra incapacità di avere memoria di chi prima di noi, come i nostri nonni, ha passato questo quando emigravano. Non dovremmo, quindi, far sopportare ad altri tutto ciò, come quando i nostri nonni erano visti come capro espiratorio di ogni male sociale. 
Bisogna assolutamente affrontare la tematica a livello europeo, ma senza pensare che sia colpa dell’Europa. Questo paese, l’Italia, è terzultimo per numero di rifugiati accolti e ospitati ogni mille abitanti. Chi dice che li accogliamo tutti noi, sbaglia e dimostra di non aver mai guardato davvero le statistiche. Altri paesi ne ospitano molti di più e noi riceviamo molti più fondi dall’Europa per l’accoglienza, solo che evidentemente li spendiamo male. In Italia c’è da rivedere un’intera normativa, la Bossi-Fini, che è criminogena. Il punto è questo: bisogna accettare la sfida di essere già una società multiculturale. E siamo noi che siamo resistenti e dobbiamo affrontare la nostra incapacità di produrre legislazioni migratorie più lungimiranti che ci permettano di affrontare un processo che è del tutto naturale, lo stesso dei nostri nonni quando, appunto, partivano alla volta dell’Australia, dell’America, della Germania, della Svizzera.
Infine, se gli Europei del passato immaginavano un’Europa senza confini tra Paesi che per secoli si erano combattuti a vicenda, e poi un’Europa con una moneta unica, e poi un’Europa aperta ad Est. Come immagini l’Europa nel 2024? Che tipo di Europa sogni?
Noi abbiamo fatto il mercato unico e la moneta unica pensando che tutto il resto sarebbe venuto da sé, purtroppo non è andata così. Manca quella parte fondamentale. Abbiamo ancora 28 politiche economiche e fiscali troppo diverse tra loro. Siccome l’Europa non l’abbiamo fatto per questo, ma per costruire un’Europa dei diritti, anche dei diritti dei migranti, delle donne, della comunità LGBTI, dobbiamo fare quel passo ulteriore. Tra dieci anni, mi immagino un’Europa che abbia il coraggio di avere una sola voce, in politica estera, così come nell’ambito della difesa. Immagino un’Europa finalmente politica, un’Europa in cui si cominci a capire che o ci risolleviamo insieme da questa crisi e insieme gettiamo le basi per un futuro diverso e sostenibile, oppure non si salva nessuno. La mia speranza è che i prossimi cinque anni (la legislatura del Parlamento Europeo che sarà eletto domenica, ndr) siano decisivi per rendere l’Europa ciò che doveva essere sin dal suo principio. 
Angela Caporale (@puntoevirgola_) e Roberto Tubaldi (@RobertoTubaldi) 
Photo credits: ellyschlein.it 
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