La campagna elettorale al ribasso di Renzi

Lamentarsi dei picchi di squallore raggiunti da una campagna elettorale a tre giorni dal voto è un esercizio per ingenui. Sono rimasti liberi solo gli elettori più indecisi/disinformati/a rischio astensione e si sa che bisogna scendere molto in basso per accaparrarseli, tipo andare da Vespa o dalla D’Urso…ma non scandalizziamoci troppo, fa parte del gioco.

Poi c’è il fattore Grillo. La maggior parte di quel poco di credibilità rimasta alla politica italiana si è dissolta sotto i colpi di mouse dei pentastellati, che hanno avuto il merito di portare il luogo comune, l’insulto da bar e le fregnacce al centro del dibattito politico, accaparrandosi le simpatie di milioni e milioni di frustrati di ogni sorta e costringendo chi ha ambizioni maggioritarie a scendere al loro livello perché i frustrati sono tanti e il loro voto vale tanto quanto quello degli altri.

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Matteo Renzi ha imparato dagli errori dei suoi predecessori che hanno avuto il demerito di allontanare la sinistra dalla gente comune, dando da subito una linea più pop al Partito Democratico. Fin qui non ci sarebbe nulla di male,anzi. Renzi ha capito da subito che Berlusconi sta inesorabilmente avviandosi al declino e il grande avversario in ottica futura sarà il M5S. Ed è un avversario tosto perché trasversale, versatile ed eterogeneo, dichiaratamente populista e marcato da quel controtuttismo che in tempi di crisi è quanto mai efficace. Per contrastarlo, il nuovo Premier ha puntato anche lui alla pancia degli elettori con quella che è stata definita la “politica degli annunci”, come se negli ultimi settant’anni si fosse badato solo alla sostanza. La vera novità sta nel fatto che Renzi si è tolto la maschera e ha mostrato pubblicamente che nella politica sua e in quella attuale, piaccia o non piaccia, la comunicazione vale tanto quanto i contenuti. Il caso Genovese è l’esempio illuminante. Una sonora sconfitta del PD (un deputato accusato di associazione a delinquere, truffa e peculato), trasformato in una vittoria grazie all’annuncio via Twitter del segretario e premier che assicura che il partito voterà a favore del suo arresto e non contro come li accusava di fare il M5S, affamato come sempre di politici corrotti e partiti complici da mettere alla gogna.

Tuttavia, per quanto l’idea di andare a combattere Grillo nel suo campo di battaglia sia tanto giusta quanto inevitabile, questo non deve portare ad adottare i suoi modi e i suoi contenuti, altrimenti si rischia di innescare una gara al ribasso che può fare solo il gioco dei 5 Stelle. Più si avvicina il 25 maggio, più la linea dei rappresentanti di governo e del PD passa da propositiva a distruttiva. Si è passati dal mostrare con insistenza ma anche con efficacia e orgoglio i progetti e le idee di riforma ad una campagna mirata di delegittimazione del M5S. Anche qui non bisogna essere ingenui, anche se si vota per il Parlamento europeo si tratta comunque di elezioni e si tratta comunque (anche) di guadagnare consenso a livello nazionale per poi poter attuare il proprio programma con maggiore forza. Ma se si gioca solo per eliminare gli avversari non ci si potrà mai imporre completamente. Nelle ultime settimane la dialettica di Renzi e del suo team è stata un susseguirsi di gufi, rosiconi e quant’altro che sviliscono troppo il dibattito politico. Anche la strategia di semplificare la realtà in un “noi buoni” e “loro cattivi” (che esattamente uguale a quella del M5S) sarà pur efficace ma il rischio è quello di degenerare in un populismo che non dovrebbe essere nelle corde del PD. Nella (sacrosanta) ricerca del maggior consenso possibile non si devono perdere le linee guida della propria politica, altrimenti si perde credibilità, e c’è chi è capace di prendere il 25% puntando sulla mancanza di credibilità degli altri.

Credits: ilfattoquotidiano.it
A questo si collega il discorso europeo. L’assioma Unione Europea=Austerity-Spread-Merkel è radicato nella testa di troppi italiani, se non fosse che non c’è nulla di più lontano dal vero. Buona parte della classe politica non si è voluta assumere la responsabilità di decenni di malgoverno e mancate riforme e ha trovato nella lontana e complessa Bruxelles un comodo capro espiatorio. Sull’antieuropeismo in questi mesi i vari M5S, Lega Nord, Fratelli d’Italia e di fatto Forza Italia hanno impostato la loro campagna elettorale. In questo clima di isolazionismo e antieuropeismo è difficile portare avanti le idee europeiste del Partito Democratico, ma il primo partito italiano, membro del PSE e che inoltre si appresta a detenere il semestre di presidenza ha il dovere morale di portare l’Europa al centro del dibattito, a costo di perdere qualche voto ma con l’obiettivo di mostrare al paese che governa come funziona realmente l’UE e i vantaggi che ha portato e che porterà. Non saranno gli altri partiti a mostrarlo e dubito che l’italiano medio possa farlo da solo. C’è bisogno che il governo sia da esempio per il paese nel processo di integrazione europea, senza commettere l’errore di sacrificare l’interesse comune sull’altare di un momentaneo interesse elettorale.

Fabrizio Mezzanotte
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