Il sogno tedesco dei curdi italiani. Migranti due volte, non per scelta

L’area che storicamente viene chiamata Kurdistan si trova al confine tra Turchia, Siria, Iran e Iraq. Nello specifico, ogni area a maggioranza curda prende un nome differente: Bakur (Nord, Turchia), Başur (Sud, Iraq), Rojhelat (Est, Iran) e Rojava (Ovest, Siria).

La più grande nazione al mondo senza Stato vive un fenomeno di emigrazione continua e costante. Indipendentemente dal territorio in cui si trovano, i curdi vivono episodi di discriminazione e di mancato riconoscimento dell’identità e dei diritti che porta una parte di loro a fuggire da quella che chiamano “madre terra” e a cercare un nuovo luogo da chiamare “casa”, sia esso in Europa, in Asia, in Africa, in Oceania o nelle Americhe.

La diaspora curda: l’Italia è un recente transito

Il primo incontro tra italiani e curdi è relativamente recente. Risale alla seconda metà degli anni ’90, quando alcune navi con a bordo migranti di origine curda si sono arenate sulle coste calabresi.

[Anni ’90, palestra di una scuola in Calabria, provincia di Catanzaro. Italiani e curdi ballano il Dilan, una danza curda. Foto di proprietà di Medine Mehmetoglu/The Bottom Up]

Si trattava di persone provenienti dal Kurdistan settentrionale che, in quel periodo, era il teatro dello scontro tra esercito turco e PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan, considerato gruppo terrorista anche dall’Unione Europea, non senza importanti controversie). A pagare il prezzo della guerra furono migliaia di villaggi, incendiati e distrutti, e gli abitanti di queste terre: se non avevano perso già la vita, si ritrovarono da un giorno all’altro in una condizione indesiderata: quella di profughi.

La Germania è invece un paese che storicamente a partire dagli anni ‘60 vede la presenza curda sul proprio territorio, a causa degli accordi intergovernativi sul lavoro migrante. La comunità si trova anche in Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria, Svizzera e Francia.

Le persone migranti di provenienza curda, però, tendono a non rimanere in Italia: quali sono le ragioni per cui i curdi che riescono a ottenere la cittadinanza italiana decidono di non rimanere e spostarsi in Germania, Francia o nei paesi scandinavi?

Il sogno tedesco attracca in Italia 

La maggior parte dei curdi che lasciava la Turchia negli anni ‘90 non sapeva né leggere né scrivere. La scuola non era vista come qualcosa di obbligatorio per le famiglie curde degli anni ‘70-’80: i loro figli si dedicavano al lavoro fin da piccoli per sostenere la propria famiglia, passando la loro gioventù tra i pascoli e i raccolti. Questa condizione ha influito sulle loro scelte e ha avuto inaspettate conseguenze. La decisione di queste persone di andare via dalla propria terra, dopo che avevano perso tutto a causa di persecuzioni e guerra, si basava soprattutto sulle testimonianze di coloro che se n’erano già andati. Negli anni ‘90, infatti, i curdi residenti in Turchia non avevano la possibilità di usufruire di internet,  notiziari online, cellulari. Non avevano idea di come potesse essere la migrazione per mare, del fatto che mettevano a rischio la propria vita e che potessero essere ingannati da coloro che si dovevano occupare del loro trasferimento. 

Ciò che era stato promesso a queste persone era di raggiungere la Germania, un Paese in cui si sarebbero integrati maggiormente e sarebbero riusciti a ottenere un lavoro dignitoso senza troppe difficoltà. La Germania è vista dai curdi come il Paese delle grandi occasioni, in cui costruirsi un futuro lontano dalle persecuzioni e dalla mancanza di diritti, di libertà, di sicurezza in cui si trovano in Turchia. Il “sogno tedesco”, infatti, permette a queste persone opportunità lavorative, e permette di non perdere completamente il legame con la propria terra, grazie alla forte presenza della propria comunità.  

I migranti curdi venivano ingannati con false promesse e quello che veniva proposto come il “sogno tedesco” si era trasformato, di fatto, in un incubo, come racconta Mahmut a The Bottom Up. “È quello che propongono a tutti quello di raggiungere la Germania, anche oggi, anche se non è così. Queste persone hanno approfittato della nostra ignoranza sulla questione per proporci qualcosa che poi non ci hanno dato. Potevamo perdere la vita e a loro non importava”. Mahmut ricorda il  suo viaggio, avvenuto ormai venticinque anni fa, che gli ha permesso di raggiungere l’Europa. “Si tratta di un viaggio che forse non rifarei, per quello che ho vissuto in quella settimana. Sono stato caricato su una nave arrugginita, in cui il numero di persone a bordo superava di gran lunga il carico massimo e dà lì le mie certezze hanno cominciato a vacillare, non sapevo più dove stavamo andando, se la nave avrebbe retto. Dopo una settimana, la nave era stata fatta arenare e abbandonata da chi la stava maneggiando, rischiava di affondare e avremmo perso la vita quel giorno, se lo Stato italiano non avesse tratto in salvo i passeggeri”. 

Secondo le testimonianze che abbiamo raccolto, il prezzo per il viaggio in mare di allora, dalle coste della Turchia alla Germania, sarebbe di 5.000 euro a persona e 3 mila per i bambini piccoli. Oggi il costo di un viaggio per mare è di 10.000-15.000 euro e la promessa è sempre la stessa: raggiungere la Germania, con la differenza che oggi si hanno più strumenti e conoscenze a disposizione, anche se questo non ferma il flusso.

Chi resta in Italia, chi riparte

I curdi, dopo le aspettative deluse del loro viaggio per mare, hanno deciso di raggiungere comunque la Germania, una volta arrivate in Italia? Non tutti, non le persone che sono riuscite ad avere un lavoro che funziona. “La mia attività non è in perdita, riesco ad avere i soldi necessari per mantenere la mia famiglia, perché dovrei lasciare l’Italia se mi sono integrato così bene? Non avrebbe senso ricominciare la mia vita in un paese in cui dovrei ripartire da zero”, racconta Ibrahim, da oltre vent’anni in Italia, padre di tre figli ormai maggiorenni. 

Ma qual è la situazione attuale? “I curdi in Italia sono circa 10.000 e risiedono prevalentemente in Lombardia e Piemonte”, risponde Yilmaz Orkan, rappresentante dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI), aggiungendo che “una parte consistente abita nelle regioni dell’Emilia-Romagna, della Toscana e del Lazio. I curdi di solito si occupano della gestione dei kebab, mentre i bambini che crescono in Italia vanno a scuola e piano piano i giovani hanno iniziato ad andare all’università”.

Non a tutti, però, le cose sono andate bene. La crisi economica del 2008 ha, infatti, portato forti conseguenze negative anche ai curdi residenti in Italia. Se prima di questa data i curdi che raggiungevano il suolo italiano a volte decidevano di rimanere, da allora succede sempre più raramente. Lasciano l’Italia  a causa della perdita del lavoro dovuta alla chiusura delle fabbriche in cui lavoravano, delle perdite nella gestione dei luoghi in cui vendono kebab e dalla mancanza di nuove opportunità lavorative. “Perché ho deciso di lasciare l’Italia? Non è stata una scelta personale, ma dovuta alle condizioni in cui mi trovavo”, ci racconta Osman, “avevo perso il lavoro e non ho trovato delle reali opportunità, solo la possibilità di lavorare per qualche ora in nero e questo non basta per vivere bene, per avere una pensione quando invecchierò”.

Italia, il “Paese della salvezza”

Anche se Paese di transito, l’Italia rimane il primo luogo sicuro dopo la traversata in mare: “Dopo giorni in cui vedi solo mare e hai paura che da un momento all’altro la nave crolli, a causa di un eccesso di persone rispetto al suo carico massimo, vuoi solo scendere a terra. Non importano i soldi, non importano le aspirazioni per il futuro, non importa più essere stati ingannati, tutto passa in secondo piano quando ciò che vuoi è garantire alla tua famiglia di sopravvivere”, racconta Halise, che oggi dopo vent’anni in Italia si è trasferita in Germania con i figli, dopo che suo marito Alì è riuscito ad ottenere un lavoro. “Se io e mio marito fossimo riusciti a trovare un lavoro qualsiasi non ce ne saremmo mai andati dall’Italia. L’Italia rimarrà per sempre la mia seconda casa, il luogo dove sono nati e cresciuti i miei figli, il paese di cui ho la cittadinanza e di cui sento la mancanza”.

Nonostante tutto l’Italia viene vista dai curdi come il “Paese della salvezza” che ha dato una seconda vita a chi temeva di perderla per sempre.

Medine Mehmetoglu

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