Tanzania water scarcity

Tanzania: l’acqua c’è, manca l’acqua. Voci di giovani leader contro il cambiamento climatico

“Ikiwa sio wewe, ni nani? Ikiwa sio sasa, lini?”
[Se non noi, chi? Se non ora, quando?]

DAR ES SALAAM – Sono le parole usate da Humphrey Mrema per incitare i giovani tanzaniani a prendere parte al dibattito sul clima. La Tanzania deve affrontare il degrado del suolo, l’inquinamento ambientale e la perdita di habitat della fauna selvatica. Ma prima di questi c’è un problema “che per noi tanzaniani è senza precedenti, non-convenzionale, paradossale: l’acqua.”

All’indomani della chiusura dei lavori del COP26, ci si chiede se la Conferenza delle Parti sia stata un successo per l’Africa, continente in cui il cambiamento climatico sta avendo effetti devastanti. I Paesi qui sono sempre più esposti sia ad inondazioni che a siccità gravi e periodiche. Tra gli Stati che soffrono la siccità c’è Tanzania, in cui nonostante di acqua ce ne sia molta, le persone sono assetate. Per comprendere a fondo come il cambiamento climatico condizioni la vita dei tanzaniani, così come i problemi politici che vi sono alla base del problema e le possibili soluzioni, abbiamo intervistato i delegati della Tanzania al pre-COP26 Youth4Climate Summit delle Nazioni Unite: Humphrey Mrema e Careen Joel Mwakitalu.

Humphrey e Careen

Da quando ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1961, la Tanganika, unitasi alla Repubblica Popolare di Zanzibar nel ‘64 per formare la Repubblica Unita di Tanzania, ha dovuto lottare contro le sfide imposte dal cambiamento climatico. Tra queste, la mancanza di acqua è una delle più acute, sottolinea Humphrey, che è anche Presidente e co-fondatore della Youth Survival Organisation, nata con lo scopo di incentivare i giovani ad agire per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

L’Africa è il continente che, pur subendo le conseguenze più grandi del cambiamento climatico, contribuisce meno al suo incremento. Saranno i giovani di oggi a subire le conseguenze dei cambiamenti climatici causati perlopiù dalle generazioni che li hanno preceduti. Seguendo quest’onda di pensiero, quest’anno l’ONU ha scelto di far precedere al COP26 lo Youth4climate Summit, moderato da Jayathma Wickramanayake, l’inviato del Segretario generale delle Nazioni Unite per i Giovani, e nato con lo scopo di raccogliere le idee di giovani leader provenienti da 186 Paesi coinvolti nella lotta contro il cambiamento climatico, tra cui Humphrey e Careen in rappresentanza della Tanzania.

Espansione urbana e aumento delle temperature: a Dar Es Salaam manca l’acqua

I dati di WHO/UNICEF (programma JMP) mostrano grandi disparità geografiche: l’80% della popolazione urbana ha accesso ad acqua pulita, contro meno del 50% nelle aree rurali, con percentuali ancora più ridotte sul lato igienico-sanitario.

Per una visualizzazione interattiva e più dettagliata: https://washdata.org/data/household#!/dashboard/4242

I dati sono insufficienti per comprendere l’ampiezza del problema: anche a Dar Es Salaam, la città più grande del paese, con una popolazione in costante crescita che ad oggi sfiora i 6 milioni e mezzo di abitanti, l’acqua non è fornita in maniera continuativa. Manca spesso, a volte per settimane e senza nessun preavviso o apparente motivazione, e i cittadini sono costretti a svolgere le funzioni di vita quotidiane utilizzando l’acqua salata. “La fonte principale di acqua della città è il fiume Ruvu, in cui però a causa dell’aumento delle temperature c’è sempre meno acqua.”

L’espansione di Dar Es Salaam, vista dal satellite. Dati Earth Engine

L’acqua c’è, mancano volontà politica e tecnologia

Come sottolinea Humphrey, la mancanza di acqua è un paradosso: seppur alle persone manchi l’acqua, la Tanzania ha moltissime risorse idriche. Nonostante i cambiamenti climatici abbiano reso le condizioni geografiche meno favorevoli, il paese è bagnato dall’Oceano Indiano da Nord a Sud, da Tanga a Mtwara. Ma soprattutto, l’ex Tanganyika sorge nella regione dei Grandi Laghi: al confine tra Tanzania, Kenya e Uganda si trova il Lago Victoria, il più grande del continente e oltre a questo vi sono più di 12 laghi tra cui il Lago Tanganyika, il Lago Nyasa (disputato con il Malawi), il Lago Manyara e il Lago Rukwa, che insieme hanno una superficie di circa 70.000 km2. “Tutte queste risorse dovrebbero essere sfruttate, se ci si pensa si capisce che c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Se sviluppassimo conoscenze e impiegassimo tecnologie per la risoluzione di questo problema potremmo uscirne. Perché appunto l’acqua in Tanzania c’è, e che i cittadini non vi abbiano accesso è paradossale”.

Alla base, il problema è politico: secondo Humphrey, lo scarso impegno a livello internazionale nell’affrontare i problemi ambientali si riflette a livello nazionale. Insomma, molte chiacchiere, poca azione. Mancano le risorse e delle politiche flessibili per adattarsi ai cambiamenti che stanno coinvolgendo il pianeta. I Paesi industrializzati hanno promesso 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per l’azione per il clima nei Paesi in via di sviluppo, ma questi finanziamenti non sono arrivati. Durante il COP26 gli Stati africani hanno chiesto che gli Stati più ricchi rispettassero l’impegno preso, e che il finanziamento per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici venga portato a $1.3 trilioni l’anno entro il 2030. L’Africa ha veramente troppo in gioco perché la comunità internazionale possa permettersi passi falsi, e l’impegno preso appare come un dovere morale se consideriamo che, nonostante ne porti parte del peso sulle spalle, il continente africano emette il 3.8% delle emissioni mondiali di CO2 (tra le principali cause del cambiamento climatico).

Gli altri temi emersi, dice Careen, specialista di comunicazione UNOPS (supervisione progetti ONU) e giornalista professionista dedicata da anni a riportare gli sviluppi sulle tematiche ambientali, sono quelli della trasparenza rispetto ai finanziamenti e della mobilitazione delle tecnologie. “Anche avessimo i soldi, se non abbiamo gli strumenti non sappiamo come usarli. Abbiamo bisogno di sforzi congiunti per sviluppare tecnologie che ci permettano di proseguire in maniera sostenibile verso il superamento dei problemi legati ai cambiamenti climatici”.

Disuguaglianze: l’acqua solo per turismo e centri urbani. Donne e comunità rurali le più svantaggiate

Dal lato Africano non si può dire che non ci sia stato nessun cambiamento, ma gli sforzi fatti finora non sono sufficienti. Nonostante la Tanzania abbia dedicato un intero Ministero all’acqua e all’irrigazione, i provvedimenti sono stati presi quasi prevalentemente per le aree urbane, per i porti e le zone turistiche “questi sono i centri che più contribuiscono allo sviluppo economico, e il problema dell’acqua è così esteso che la maggior parte degli sforzi sono stati concentrati lì, a discapito delle aree rurali.”

Secondo Careen, che nonostante la giovane età ha anni di esperienza sul campo alle spalle, l’acqua ha un ruolo anche nell’amplificare e far perdurare le disuguaglianze. “Nelle comunità rurali, quando la fonte di acqua più vicina dista diversi chilometri sono i bambini a doversene occupare, perché hanno più energie. È un fatto culturale, ma ostacola l’educazione: devono togliere tempo alla scuola, e se la scuola e l’acqua sono in direzioni opposte devono scegliere la seconda. Sempre in merito alle disuguaglianze, inoltre, le ragazze sono le più svantaggiate, sia perché mentre i ragazzi portano più taniche alla volta loro sono costrette a fare più volte il percorso, sia perché è ancora più facile per loro sviluppare infezioni del tratto urinario a causa delle condizioni igieniche deplorevoli”.

Quali le soluzioni? Secondo Careen, bisogna rendere indipendenti le comunità: “lo Stato non ha le risorse per occuparsi di tutti, per questo trascura le comunità rurali. La soluzione migliore, la più sostenibile sarebbe che queste si finanziassero la loro stessa acqua. Se potessimo implementare dei prestiti a tassi bassissimi per dare la possibilità alle comunità rurali di emanciparsi, di costruirsi le proprie strutture igienico-sanitarie minimizzando i costi e coinvolgendo tutti i membri della comunità nel costruirla e svilupparla, avremmo fatto tanto”. La giustificata mancanza di fiducia nelle istituzioni porta a credere sia più realistico un approccio decentralizzato, che però è fortemente limitato dai mezzi della società civile.

Lucrezia Ducci

Immagine di copertina: water.org

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