“Negli anni di attesa ho sofferto molto per i diritti e le opportunità mancate”. La cittadinanza sospesa delle seconde generazioni in Italia

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A noi, “stranieri” nella nostra patria.

I flussi migratori intensificatisi dalla fine degli anni Novanta hanno causato un aumento del numero di persone di altre etnie presenti in Italia, e di conseguenza è divenuto rilevante anche il fenomeno delle seconde generazioni. Chi sono? Si tratta di persone figlie di cittadini stranieri nate nel Paese di immigrazione, e coloro che hanno lasciato il proprio Paese d’origine per trasferirsi in un altro prima del compimento dei 18 anni.

Molte delle persone immigrate in Italia nell’ultimo ventennio hanno acquisito la cittadinanza, diventando a pieno titolo cittadini italiani, mentre molte altre ne sono in fase di acquisizione.

Con il passare degli anni si è cercato, anche grazie alle seconde generazioni presenti nel nostro territorio, di riformare la legge sulla cittadinanza: procedure complicate e lunghi tempi d’attesa rendono difficoltoso l’ottenimento della cittadinanza. In assenza della quale i giovani si vedono negati molti diritti e si trovano ad affrontare una serie di problemi: tra gli altri, la mancanza del diritto di voto, la possibilità di frequentare concorsi pubblici, complicazioni e limitazioni nel fare tirocini all’estero. L’acquisizione della cittadinanza è anche una questione identitaria, : rappresenta per loro l’essere riconosciuti come cittadini italiani a pieno titolo.

Nel primo articolo di questo progetto sulle seconde generazioni abbiamo approfondito le sfumature nella definizione “seconda generazione”, abbiamo parlato con Vittorio Lannutti di identità sospesa, e con Gianpiero Dalla Zuanna di possibili riforme della legge sulla cittadinanza.

In questo secondo approfondimento del progetto, The Bottom Up ha raccolto le testimonianze di due giovani indo-italiane che hanno vissuto in prima persona le problematiche delle seconde generazioni.

“Non posso accedere a concorsi pubblici” – la testimonianza di Deepika

Deepika Salhan, studentessa magistrale in Politica, Amministrazione e Organizzazione presso l’Università di Bologna racconta la sua storia: “Mi sono trasferita in Italia con la mia famiglia all’età di nove anni, nella città di Verona. Mio padre ha ottenuto la cittadinanza quando ero già diventata maggiorenne e di conseguenza ho dovuto fare la domanda per la cittadinanza per conto mio.” La procedura è lenta fin dalla preparazione: “Fare domanda comporta tempi d’attesa alquanto lunghi – continua Deepika – Solo per preparare i documenti ho impiegato un anno e mezzo: devono essere richiesti dal paese d’origine, ovvero nel mio caso l’India, poi portati in Italia”. Superato il primo scoglio del paese d’origine, la documentazione si ferma in Italia, “perché in base alla legge ci sono 3 anni di attesa”.

Questi tempi di attesa hanno conseguenze identitarie: “Per quanto riguarda gli svantaggi per i cosiddetti italiani senza cittadinanza, la cittadinanza è diventata un privilegio. Un grande limite è la mancanza del diritto di voto, quindi avere una propria rappresentanza territoriale, nazionale ed europea. Questo privilegio ai ragazzi come me non è riconosciuto, e parliamo secondo me di un limite di diritto politico, di un diritto fondamentale”.

Deevpika è parte della Rete per la Riforma della Cittadinanza. La Rete ha lanciato la campagna Dalla parte giusta della storia, “per rivendicare il riconoscimento di oltre un milione di giovani nati e/o cresciuti in Italia”.

Le conseguenze sono anche pratiche: studenti e studentesse di seconda generazione devono lottare contro la burocrazia per avere le stesse opportunità dei loro coetanei: “Io a gennaio devo partire con il programma Erasmus per la Svezia e ho dovuto mandare all’ambasciata svedese un’email per sapere se le serviva il visto, che effettivamente era necessario. Chi ha la cittadinanza italiana non deve richiedere il visto per andare in Erasmus, invece per noi doverlo avere è un limite nella libertà di movimento”. Dall’università al mondo lavorativo, dove il pubblico permette ai privati lo sfruttamento di manodopera senza diritti, come abbiamo raccontato nei nostri approfondimenti sul caporalato. Lo stesso pubblico che nega il lavoro a seconde generazioni cresciute e formate in Italia: “Ad esempio, i concorsi pubblici, che come me un altro milione di ragazzi senza cittadinanza non possono fare”. Per le seconde generazioni, la velocizzazione delle procedure sarebbe di per sé un netto miglioramento: “Mi aspetto che nel futuro sia possibile avere dei cambiamenti per quanto riguarda l’ottenimento della cittadinanza, in particolare una riduzione delle tempistiche”, conclude Deepika.

“Negli anni di attesa ho sofferto molto per i diritti mancati” – la testimonianza di Navneet

Navneet Kaur, studentessa magistrale di Diplomazia e Relazioni Internazionali presso l’Università degli studi di Padova, racconta di aver passato un’infanzia ignara dei problemi futuri: “Sono nata in India nel 1997, mi sono trasferita con la mia famiglia in Italia all’età di 8 anni. Non ci ho messo molto ad imparare l’italiano e ad “integrarmi”, dal mio punto di vista i bambini non hanno bisogno di integrarsi, avviene automaticamente per esempio andando a scuola o giocando con gli altri bambini, frequentando il proprio quartiere, mangiando tutti insieme. Non ci sentiamo stranieri. È solo quando si cresce che si scopre, in seguito a diverse circostanze, di essere stranieri. Quando sei piccolo non fai caso alla burocrazia perché sono i tuoi genitori a gestirla.”.

In particolare, sostiene: “Ho scoperto di essere straniera all’età di 18/19 anni. Non sapevo che lo Stato italiano mi considerasse un’extracomunitaria.” Cos’è successo? Svariati eventi:  “È stato un percorso fatto di episodi talmente assurdi che fatico a realizzare e metabolizzare. Per citare alcuni esempi, ricordo quando ho “scoperto” di non avere il diritto di voto, non poter partecipare come scrutinatrice nel seggio del mio comune di residenza, dover pagare di più per entrare nei musei perché cittadina non italiana, non poter partecipare a progetti europei perché rivolti soltanto ai cittadini italiani, non poter fare viaggi in determinati paesi europei e molto altro.”

Riguardo al percorso per richiedere la cittadinanza, racconta: “È iniziato quando mio padre, dopo più di dieci anni di residenza in Italia, ha deciso di fare domanda, insieme a lui anche io e mio fratello perché minorenni.” Ma gli uffici hanno complicato tutto: “Purtroppo, a causa della lentezza burocratica italiana e dei minimi due anni previsti, non siamo riusciti ad ottenerla tutti insieme perché io e mio fratello eravamo diventati maggiorenni, perciò abbiamo dovuto farne richiesta singolarmente.” Tempo perso, perse delle opportunità importanti. Con ripercussioni materiali, così come emotive: “Negli anni di attesa ho sofferto molto per i diritti mancati, ho temuto di non poter svolgere concorsi pubblici dopo la mia laurea. Si può quindi dedurre che, dopo tre lunghi anni, quando finalmente ho ricevuto la lettera di concessione della cittadinanza italiana da parte della prefettura i miei timori si sono placati.”

Oggi Navneet può finalmente dire: “Sono italiana a tutti gli effetti. Nonostante ciò, non nascondo che purtroppo, pensando ancora ai tanti ragazzi che vengono considerati stranieri nel loro Paese, non sono mai riuscita a sentirmi completamente felice per questo “traguardo”, che dovrebbe spettarmi di diritto.”

“Le mie sono soltanto alcune delle diverse difficoltà che i ragazzi di seconda generazione devono affrontare. Nel contesto socioculturale in cui si trova oggi il nostro Paese, non si può accettare una legge tanto obsoleta sulla concessione della cittadinanza italiana. La modifica di tale regolamento è da considerarsi urgente!”. 

Conclude Navneet: “La cittadinanza non è solo un pezzo di carta. La cittadinanza è dignità, uguaglianza, ma soprattutto identità e diritti. La mia storia e quella di molti altri ragazzi di seconda generazione in Italia, lo dimostra bene.”

Aditideep Prakash

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