Del perché la resilienza è una non-parola

Piano di Resistenza

Una mattina siamo stati svegliati da un’ape che si era infilata sotto le coperte: trovandosi in quella situazione chissà per quanto tempo, aveva iniziato a colpire furiosamente la mia compagna spezzandosi anche il pungiglione. Libera, aveva annaspato sul letto prima di spegnersi pochi istanti dopo.

All’indomani del 25 aprile, anniversario della Liberazione quanto mai particolare data la sovrapposizione con il mutamento delle disposizioni governative per fronteggiare la pandemia, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha presentato, con un tempismo che fatico a immaginare casuale, il progetto per il recovery plan, il fatidico e senza anglicismi Piano nazionale di Ripresa e Resilienza.

Sebbene l’uso del termine “resilienza” fosse già stato oggetto di dibattito, trovando sia entusiastici sostenitori che cupi detrattori, la coincidenza temporale con la Liberazione riporta in auge la domanda su come mai non si sia impiegata un’altra parola con la erre, con l’attacco identico a quella usata. Mi riferisco al termine Resistenza.

Com’è che il presidente Draghi, economista dotto e di chiara fama, piuttosto che usare un termine dal significato universalmente noto ha scelto, per il progetto di spesa che porterà nelle casse dello Stato italiano un fiume inusitato di denaro, una parolina dal vago sentore di neolingua di 1984 e che googlata porta come risultati immagini di fiori sbocciati sul cretto e cocci di vasi giapponesi messi insieme da sottili strati d’oro?

Resistenza e resilienza sono parole per certi versi sovrapponibili. Il vocabolario Treccani indica la definizione tecnica di resilienza come “la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica”. Dal punto di vista della fisica dei materiali, la resilienza è una specifica forma di resistenza. La pandemia mondiale è, dunque, una specifica forma di sollecitazione dinamica che ci troviamo ad affrontare? Come il diavolo si nasconde nei dettagli, è chiaro che il nocciolo della questione sta altrove.

La Treccani, l’enciclopedia, riferisce una breve storia sul significato di resilienza in ambito piscologico. È stato lo psichiatra francese Boris Cyrulnik a definire come resilienza la “capacità di reagire a traumi e difficoltà, recuperando l’equilibrio psicologico attraverso la mobilitazione delle risorse interiori e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità”. Cyrulnik si muoveva nel segno della Teoria dell’attaccamento ideata dallo psicologo inglese John Bowlby. Bowlby spiegava che per lo sviluppo psicosociale del bambino è fondamentale che quest’ultimo abbia una relazione affettiva solida con almeno un caregiver (genitore o chi si occupa del bambino). L’accezione del termine coniata da Cyrulnik dà un nome ad una capacità dell’essere umano che si sviluppa, e questo è fondamentale, a partire da un sostrato di relazioni significative; con l’approdo sui social network sites, tuttavia, la base sociale di questa funzione si è persa, la parola è passata a descrivere la capacità di un individuo non più di reagire ma di sopportare un’infinita serie di vessazioni. Nel più o meno fittizio social-drama del perseguitato, la resilienza è diventato un distintivo da esporre in bacheca su Facebook e Instagram, da tatuarsi sul braccio, un cartello che ti proibisce di calpestare la salvia smorta in un orto sociale di quartiere, l’audience potenziale è pressoché trasversale.

Resistenza, invece, è una parola dai molteplici ambiti di applicazione, la impariamo da piccoli ma cresce insieme alla nostra esperienza del Mondo, accumula strati, si estende in altri settori ma nonostante la sua voracità semantica rimane asciutta, adamantina. Allora com’è che il presidente Draghi, l’efficientissimo professor Draghi, l’arguto difensore della lingua dagli anglismi Draghi, le ha chiuso la porta in faccia preferendo la sua versione social? Le ragioni possono essere tante: bisogna allargare la condivisione, miglirare la reach su Facebook, o forse è per lasciar fuori il significato più bello, maiuscolo e stranamente controverso della parola Resistenza.

Il suo senso maiuscolo, Resistenza lo acquisisce settantadue anni fa, nello scenario di guerra civile in cui l’Italia è gettata all’indomani dell’8 settembre. Il Paese è diviso in due dal punto di vista militare e politico, le “Decisioni irrevocabili” di Mussolini hanno condotto a un bivio: ogni italiano doveva scegliere se rimanere con il regime fascista od opporre resistenza, una scelta compiuta da ognuno nel proprio Io. Resistere è ciò che fa Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. Quando un mugnaio chiede a Johnny perché non si nasconde, perché continua a condurre una lotta solitaria e disperata contro i fascisti invece di abbandonare tutto, Johnny risponde: “Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo, e questa sarebbe una maniera di dir di sì”.

Anche se lavora da sola non è, l’ape, una creatura che ama la solitudine; è metodica e operosa ma solo se sente di fare la sua parte nel destino collettivo dell’alveare, senza di esso, senza legno nel quale scavare, è un insetto perso e senza scopo. Reciso il legame con l’alveare, la mente di quella piccola ape non si è adattata all’oscurità, ha fatto una scelta – anche se sarà stato più l’istinto a guidarla. Nel suo minuscolo dramma ha rinunciato ad adattarsi e venduto cara la pelle per rivedere la luce.

È risaputo che le api siano una specie a rischio di estinzione. Nell’ecosistema terrestre, in termini di benefici, la presenza umana è decisamente meno importante di quella delle api, eppure noi ci adattiamo a sopravvivere mentre le api continuano a r-esistere.

Come le api, anche noi esseri umani, per quanto resilienti, non dobbiamo dimenticare che la costruzione di un alveare di relazioni significative è essenziale alla sopravvivenza. Non possiamo dare per definitivo l’isolamento cui siamo costretti, non possiamo perché nessuno si salva da solo, da soli si può, come Johnny, resistere.

Lo diceva Nanni Moretti: “Le parole sono importanti”. Scegliere la resilienza significa adattarsi alla nuova condizione, stringersi tra le spalle e sperare che passi. Di parole come questa, giuste doverose e opportune ma prive di decisione, il PNRR è pieno. Forse sarebbe stato meglio schierare parole coraggiose che manifestassero l’intenzione di proiettarci fuori da questa e da tutte le emergenze che abbiamo accumulato come indvidui nazione specie. Scegliere di dire no fino in fondo, segliere di resistere, fare come Johnny e le api.

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