Il professionismo nel calcio femminile: a che punto siamo?

Prima parte di un approfondimento dedicato allo stato del calcio femminile in Italia. Potete leggere la seconda parte qui.

A giugno 2020 il Consiglio della Federcalcio ha condiviso all’unanimità la proposta del presidente Gabriele Gravina di avviare il progetto di professionalizzazione del calcio femminile. Secondo questa prospettiva, nella stagione 2022/2023 il calcio femminile passerà dunque da disciplina dilettantistica a disciplina professionistica.

Inoltre, il 16 febbraio scorso è stato presentato Il nostro domani, ora, il piano di sviluppo pluriennale basato su cinque obiettivi primari per lo sviluppo del calcio femminile; tra questi, figura anche l’introduzione del professionismo in Serie A e la sua sostenibilità. Secondo la legge 91 del 1981, che regola le norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti, il compito di decidere le discipline sportive definite e riconosciute come professionistiche è infatti di competenza del Coni e delle singole Federazioni.

Un problema legislativo

Luisa Rizzitelli, presidente dell’associazione Assist, che si occupa di tutelare e rappresentare i diritti collettivi delle atlete di tutte le discipline sportive, spiega a The Bottom Up che fino ad ora il calcio femminile non era stato riconosciuto come attività professionistica: “La scelta del Coni e della Federazione si basava sulle valutazione della forza economica e finanziaria di queste discipline, perché diventare professionisti significa avere carichi e oneri maggiori. Ma ciò, secondo noi di Assist, non può venire a danno di chi pratica la stessa disciplina sportiva ed è una donna. Il motivo economico non è e non può essere una giustificazione, per questo noi ci battiamo perché al di là delle ragioni economiche si facciano valere le ragioni dei diritti”. 

Il 18 marzo 2021 è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo 28/2/2021 n.36 attuativo della legge di riforma dell’ordinamento sportivo con riferimento alle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici, nonché di lavoro sportivo (anche se la maggior parte delle disposizioni relative al lavoro sportivo entreranno in vigore solo il primo luglio 2022). Il Testo Unico riconosce ancora che spetti alle singole federazioni decidere e far sì che una disciplina diventi professionistica, e che non dipenda dalla legge. Per Assist questo “non è un buon risultato, perché siamo ancora nelle mani del datore di lavoro; i diritti dovrebbero essere riconosciuti a prescindere, non solo se e quando il datore di lavoro li vuole riconoscere. La parità di genere deve arrivare innanzitutto creando le condizioni legislative”.

La riforma prevede un aiuto sia alle singole federazioni, sia alle associazioni sportive, includendo una serie di nuove forme e tipologie di lavoro: non più subordinato, ma anche continuativo, di collaborazione e autonomo. Inoltre, il professionismo femminile viene incentivato anche da un fondo specifico con uno stanziamento iniziale di 2,9 milioni di euro, risorse che saranno però destinate solo a quelle federazioni che, entro sessanta giorni dall’entrata in vigore del decreto, delibereranno il passaggio al professionismo sportivo dei campionati femminili.

Il campionato di serie A di calcio femminile attualmente è composto da 12 squadre, alcune delle quali sono molto più forti finanziariamente rispetto ad altre. Con l’avvento del professionismo, la situazione potrebbe risultare ancora più gravosa per i club minori. Rizzitelli commenta: “Io capisco i presidenti preoccupati che il professionismo possa cambiare la geografia e far andare avanti solo i club più importanti, ma, allo stesso tempo, non possiamo continuare così, non possiamo ritardare l’attuazione dei diritti delle persone. Per questo serve un grande sforzo: credo sia fondamentale che l’aiuto alle società sportive, per passare al professionismo, sia molto più consistente dal punto di vista economico e molto più lungo nel tempo”.

calcio femminile portiere

I vantaggi del professionismo

Secondo le Norme Organizzative Interne della Federcalcio, per tutti i “non professionisti” è esclusa ogni forma di lavoro, sia autonomo che subordinato.

Le calciatrici, essendo dilettanti, non possono dunque firmare veri e propri contratti, ma solamente delle scritture private, degli accordi economici con le società sportive, anch’essi però disciplinati sempre dalle norme di organizzazione interna della federcalcio. Questi, per legge, non possono superare i 30.658 euro lordi all’anno, ai quali si aggiungono le indennità di trasferta, rimborsi spesa per un massimo di 61 euro al giorno per 5 giorni alla settimana.

Questi accordi, però, non assicurano nessuna tutela. Rizzitelli ci spiega che “un dilettante agonistico fa la stessa vita di un professionista; nelle pratiche dell’allenamento le differenze quasi non ci sono, o sono pochissime, mentre nei diritti le differenze sono enormi. Per esempio, nel professionismo vi è un contratto tipo, previdenza sociale, tutela infortunistica, contributi pensionistici, maternità e tutele contro le molestie, tredicesima e quattordicesima. Insomma, sei tutelato da ogni punto di vista. Un atleta sportivo ha delle regole, degli orari impegnativi, e uno stipendio: svolge un lavoro, e a un lavoratore dovrebbero essere garantite delle tutele”.

Una nota positiva per quanto riguarda i diritti delle sportive e la cultura dello sport femminile è arrivata a fine gennaio, quando la città di Bologna è stata il primo comune ad adottare la Carta etica dei valori per lo sport femminile promossa da Assist. Questa “è importantissima perché fa sì che i comuni si impegnino a praticare una vera parità tutte le volte che si parla di sport, quindi anche in fatto sport femminile”.

Nel resto del mondo

Per quanto riguarda gli altri Paesi, la situazione è abbastanza variegata, seppur una vera parità non è ancora stata raggiunta. Silvio Bogliari, specialista del diritto sportivo internazionale, in un’intervista rilasciata a The Bottom Up spiega che in Francia, ad esempio, il Code du Sport prevede un iter lungo e complicato per attribuire la qualifica di professionismo a uno sport, provocando ulteriori ritardi per il calcio femminile. “Ma le società di Division 1 Féminine, la massima serie del campionato francese di calcio femminile, al contrario dell’Italia possono stipulare contratti di natura professionistica con certe giocatrici, ma anche stipulare contratti di natura dilettantistica, chiamati contratti federativi che prevedono solo una remunerazione tra i 750 e 1500 euro al mese. Molte di queste calciatrici sono dunque costrette a svolgere un’altra attività lavorativa per sostenersi, non potendosi così dedicare pienamente all’attività sportiva. In questo modo si va a creare un forte divario non solo dal punto di vista giuridico ma anche dal punto di vista sportivo e delle prestazioni calcistiche, perché i club con più risorse economiche possono offrire contratti di natura sportiva e acquistare calciatrici più forti, calcisticamente parlando”.

In Inghilterra, invece, la gestione sportiva si basa sul modello astensionista: sono gli enti e le associazioni private a occuparsene. “Qui, la Football Association ha definito la Women’s Super League un campionato professionistico nel suo complesso, stabilendo che tutte le squadre dovranno sottoscrivere contratti di natura professionistica con le giocatrici, garantendo così una serie di diritti fondamentali e un elevato livello di competizione e competitività sportiva, ed evitando il fenomeno che si ritrova invece in Francia.”

finale mondiali USA
Fonte: USWNT

“Anche negli Stati Uniti la National Women’s Soccer League è considerata una competizione professionistica, prevedendo disposizioni particolari come un limite salariale di circa 350mila euro per le giocatrici della massima seria, ma anche la sostituzione temporanea di una giocatrice causa infortunio. Il problema principale e molto sentito è la disparità salariale; nel 2018 vi è stata una battuta di arresto quando un giudice ha stabilito che i giocatori della nazionale maschile percepiscono giustamente di più in quanto lo show business è maggiore”. Ma l’anno successivo tutte le calciatrici della nazionale statunitense hanno presentato una causa per discriminazione di genere nei confronti della loro federazione per il diverso trattamento ricevuto nel corso degli anni rispetto ai giocatori della nazionale maschile, denunciando compensi e premi esageratamente inferiori, scarsità di strutture e risorse per allenamenti e cure mediche, oltre a una minor promozione su base nazionale.

Infine, Bogliari ricorda il lavoro della FIFA svolta negli ultimi anni. “Non capisco perché dal 2017 ha eliminato la training compensation, l’indennità di formazione per i trasferimenti internazionali nel calcio femminile, tuttora previste per i trasferimenti nel calcio maschile”. La training compensation è una commissione che viene pagata alle squadre per la formazione di un giocatore quando questo firma il primo contratto da professionista e ogni volta che viene ceduto in un’altra squadra fino al suo 23esimo anno di età. “Per la FIFA questa formula sarebbe un’azione dissuasiva per le giocatrici e ostacolerebbe lo sviluppo del calcio femminile, ma non è ben chiaro quali siano questi ostacoli”. Tuttavia, a gennaio 2021 sono entrate in vigore importanti modifiche al “Regulation on the Status and Transfer of Players” prevedendo nuove norme specifiche in materia di lavoro per le calciatrici professioniste, relative alle condizioni di protezione durante la gravidanza e durante il congedo di maternità. “Ma per la FIFA non è facile muoversi, in quanto associazione privata e non ente pubblico: dunque le direttive che emana non sono vincolanti per le singole federazioni”.

Francesca Capoccia

Fonte foto di copertina: FIGC

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