Nagorno Karabakh, reportage di una guerra. Intervista alla giornalista Arzu Geybullayeva

Il 10 novembre, la tregua mediata dalla Russia ha fermato la guerra in Nagorno-Karabakh, combattuta coi missili e le tastiere, sul fronte e attraverso propaganda massiccia, sia dall’Armenia che dall’Azerbaijan. Una violenta retorica ha caratterizzato l’intero conflitto, basata sulla demonizzazione del nemico e sulla riconquista militare dei territori, teatro di trent’anni di morte e ostilità. La giornalista azera indipendente, Arzu Geybullayeva, ha scritto sul conflitto attraverso gli occhi critici di chi, da 11 anni, fa ricerca sulle ingiustizie, sulle discriminazioni di genere e sulla corruzione all’interno del Paese. Collabora con il think-tank italiano OBC Transeuropa da nove anni, con CNN International e ha scritto per Al Jazeera, Global Voices e il giornale armeno indipendente Agos.

Rifiuta il modo in cui la guerra è stata combattuta anche a livello politico e mediatico. Insieme ad altri giornalisti, sia armeni che azeri, crede che il dialogo sia l’unica e concreta soluzione pacifica a questa guerra e che si debba porre fine a una retorica così violenta. Facendo questo, è stata fortemente criticata, minacciata ed è stata vittima di molestie online. L’abbiamo intervistata, chiedendole del suo lavoro di giornalista indipendente nel riportare le notizie sul conflitto e su quali siano le sue opinioni sulla possibilità che un vero accordo di pace potesse essere raggiunto se solo i due Paesi avessero considerato la via del dialogo pacifico.

Cosa ha considerato importante nella copertura del conflitto in Nagorno-Karabakh?

Sono stata assunta dalla CNN International, per fare ricerca e scrivere della guerra. Ho lavorato con l’ufficio statunitense ed europeo, e ho collaborato soprattutto con il giornalista armeno Aren Melikyan. Lo scopo fondamentale era quello di raggiungere una prospettiva che fosse il più interna possibile, cooperando anche con altri media internazionali. Si è trattato di un lavoro davvero differente dalla copertura fatta dalla maggior parte dei giornali armeni e azeri. Entrambi hanno adottato una retorica profondamente violenta, e a mio parere questo non può considerarsi giornalismo. Così, ho iniziato a scrivere riflessioni personali, e successivamente mi è stato chiesto dal mio referente di OBC Transeuropa di scrivere su cosa significasse per me questo conflitto. Noi, una generazione di guerra, guardavamo alle nostre spalle – il passato -, cercando di spiegare il background della nostra generazione e la nostra interpretazione di questa guerra, la nostra visione del Karabakh.

In che modo i media nazionali hanno riportato il conflitto e qual è stata la reazione della società?

Tutta l’euforia sul conflitto… mi chiedo ancora, come si possa combattere una guerra nel ventunesimo secolo, quando c’è la diplomazia, e si potrebbe arrivare a una soluzione pacifica. Qualcosa di ancora più frustrante è stato il modo in cui la società civile in Azerbaijan ha reagito. Sono molto delusa da come si siano precipitati ad usare un linguaggio violento, sostenendo la guerra. Scrivere e fare interviste con altri media internazionali, soprattutto per un pubblico internazionale, mi ha aiutata nel restare obiettiva nel mio lavoro. Al contrario, non credo che sarei sopravvissuta mentalmente, se avessi continuato a guardare come i media nazionali stavano seguendo il conflitto.

È già successo in passato, ma questa volta è stato più difficile perché sono stata bersaglio anche di persone che considero amiche, e molti dei miei colleghi hanno seguito la linea ufficiale – del Governo. Ci sono state molte critiche sulla mia reputazione di giornalista. Non riuscivo a gestirle e per questo ho dovuto disattivare tutti i miei social media. Ho ricontrollato il mio account dopo due settimane, per fare screenshot e usare quei messaggi come documentazione per una più ampia ricerca sulle molestie online in Azerbaijan, ma è stato comunque difficile sopportarlo. Purtroppo, non è successo solo a me, c’è un intero gruppo di persone in Azerbaijan e Armenia che hanno firmato una dichiarazione contro la guerra, stessa cosa hanno fatto gli attivisti di sinistra, e anche i membri della piattaforma Caucasus Talks sono stati presi di mira per la loro prospettiva diversa sulla guerra.

Ci può fare un esempio?

Quando ho riportato delle notizie in merito alla presenza di guerriglieri siriani in Nagorno-Karabakh, nonostante fossero notizie verificate e ci fosse anche un report dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, sono comunque stata accusata di mentire, di condividere fake news. Mi è stato anche chiesto come potessi considerarmi una giornalista… quando stavo semplicemente facendo il mio lavoro.

Nelle mie argomentazioni, cerco sempre di mettere da parte le differenze, la rabbia che proviamo verso l’altro, ma mi si chiedeva comunque come potessi parlare di “andare avanti”, quando gli armeni uccidevano la nostra gente, sebbene io non abbia negato tutte quelle morti, anzi, il contrario. Io credo che non possiamo continuare a vivere con tutta questa rabbia, relegati al passato. Abbiamo bisogno di andare avanti ossia costruire un futuro migliore per le prossime generazioni, per far sì che non debbano vivere anche loro tutto questo. Ma ho fallito. Non sono riuscita a far capire questo concetto quando ho detto di essere felice per gli sfollati dell’Azerbaijan, che ora possono tornare a casa, ma di non poter celebrare il ritorno dei territori prima occupati, perché sono consapevole che a causa di questa guerra sono state sacrificate troppe vite. Sono stata criticata soprattutto per questa ragione.

Cosa ci dice della sua proposta di dialogo?

In questo momento è davvero difficile parlare di dialogo, sono stati fatti troppi danni. È stato molto doloroso per le persone che lavorano nei programmi di trasformazione – nonviolenta – dei conflitti, in questi anni. Pensavano davvero di contribuire a qualcosa che alla fine avrebbe portato ad una coesistenza pacifica. Ho passato 4 o 5 anni a lavorare in programmi di dialogo e abbiamo ancora dei programmi attivi, che mettono insieme azeri e armeni. Crediamo che vivere fianco a fianco sia la risposta, rivolgendo l’attenzione su ciò che si ha in comune, concentrandoci sulla storia della regione e sullo sviluppo delle relazioni tra le due popolazioni.

Nessuna delle due parti osa parlarne e, in entrambe, le interpretazioni sul Nagorno-Karabakh sono profondamente diverse e divisive. Ci affidiamo unicamente ai libri di storia scritti da altri, senza conoscere davvero la nostra storia. Abbiamo avuto l’idea di creare due gruppi, suggerendo di pensare a 10 date significative per ognuno. In una fase successiva è stato strutturato un dialogo tra i due team, portando l’argomentazione sul perché e sul come considerino queste date importanti, con l’obiettivo di spiegare all’altro gruppo la propria prospettiva. Lo scopo non era quello di accettare l’altra parte, ma si trattava di comprendere il contesto, la mentalità di persone cresciute sotto la macchina propagandistica, in entrambi i Paesi.

Cosa dovrebbe cambiare per raggiungere un vero dialogo di pace?

Perché queste iniziative siano efficaci, lo sforzo deve essere unanime, incluso il supporto diplomatico, perché l’intera struttura del dialogo tra le due popolazioni cambi e porti alla vera pace. In questo momento, francamente, io credo che sia davvero difficile riuscirci. L’intero contesto geografico è cambiato durante la guerra e per questo, il programma di dialogo dovrebbe essere organizzato all’interno del Nagorno-Karabakh, non in altri luoghi. Allo stesso tempo, l’intera retorica deve cambiare, insieme alla percezione reciproca delle due popolazioni, iniziando dall’educazione e dai programmi sociali. Anche i discorsi dei due Presidenti, Pashinyan e Aliyev, hanno seguito solo la linea dell’ostilità verso il nemico. Comunque, ci sono molte persone interessate in questo processo, ma ci vuole tempo e soprattutto l’intenzione di portarlo avanti.

Quanto erano forti gli interessi politici nazionali azeri a partecipare in un conflitto?

La mia risposta sugli interessi in guerra sta nel fatto che l’economia dell’Azerbaijan è in crisi da circa due anni e il Governo non è stato in grado di gestire il benessere sociale ed economico dei suoi cittadini. Non è stato in grado di affrontare adeguatamente la crisi causata dal covid-19, mantenendo il lockdown per quasi tutta l’estate. La crisi economica è peggiorata a causa della pandemia, le elezioni truccate di gennaio e l’escalation di violenza di luglio hanno semplicemente fatto esplodere l’esasperazione della popolazione.

La morte del generale Polad Hashimov è stata la prima “importante” dopo il conflitto del 1994, veniva descritto come un uomo onesto. Il Governo ha sfruttato l’episodio per scatenare una guerra che sapeva di vincere fin dall’inizio, per la quale si era già preparato militarmente. Era un modo per consolidare la sua popolarità, e ci è riuscito. Se tornassimo al voto oggi, Aliyev vincerebbe, senza neanche truccare le elezioni.

Chi è il vero vincitore di questa guerra alla fine?

Si parla molto di chi sia il vincitore o lo sconfitto di questa guerra. Ma penso che sia chiaro che il Governo azero abbia chiaramente vinto il conflitto. Allo stesso tempo però la Russia è riuscita a portare le proprie forze armate sul territorio, quando non era mai riuscita ad assicurarsi la presenza militare nel Caucaso. Anche la Turchia se l’è cavata piuttosto bene, sostenendo l’Azerbaijan durante la guerra, e Israele sorride al risultato.

Tuttavia non credo che si sia risolto nulla in Nagorno-Karabakh. Quello che è stato firmato il 10 novembre è solo un altro cessate il fuoco, non un accordo di pace, e ancora non sappiamo nemmeno quali saranno i prossimi passi del Governo, se gli azeri potranno effettivamente tornare in Nagorno-Karabakh e se gli armeni resteranno nella regione o meno. Cosa accadrà agli armeni che hanno lasciato il territorio? Come se ne andranno gli altri?

Quali sono le sue opinioni sulla soluzione trovata a questo conflitto?

Da una parte, c’è la questione dello Stato. Aliyev ha dichiarato che non ci sarà alcuno Stato indipendente nel Nagorno-Karabakh finché sarà in vita, sebbene prima del cessate il fuoco parlava di autonomia della regione. Senza un vero accordo di pace, abbiamo semplicemente smesso di combattere. Ma a quale costo abbiamo combattuto? Sono morti almeno cinquemila uomini al fronte.

Dall’altra, si, l’Azerbaijan si è ripreso i territori occupati, compresa la città di Shusha, ma a lungo termine il conflitto non è ancora risolto. Io affronterei la questione con cautela perché, in assenza di un piano ben strutturato, non la vedo come una vittoria per nessuna delle due parti. È una vittoria temporanea per alcuni degli attori in gioco, e sembra una vittoria agli occhi del popolo azero. Il ritorno dei territori è particolarmente importante per gli sfollati internazionali, ma a causa della complessità del conflitto e dei fattori umani e politici in gioco, mi chiedo come sarà gestita la situazione nei prossimi cinque anni, quando le forze di peacekeeping saranno andate via.

I media armeni hanno seguito la stessa retorica violenta usata da quelli azeri durante il conflitto?

La parte armena ha usato una retorica molto simile a quella azera nel riportare le notizie del conflitto, e la maggior parte dei giornali ha seguito la linea nazionale ufficiale. Tuttavia sono stata intervistata da un giornalista armeno, ex collega di Agos, giornale indipendente per cui ho lavorato, e abbiamo condiviso una prospettiva simile sul conflitto. In entrambi i Paesi i giornalisti indipendenti continuano a scrivere, ma anche la propaganda lo fa. Io ho scelto di essere professionale, così come altri colleghi, anche in Armenia.

Quanto difficile è per un giornalista indipendente riportare le notizie in Azerbaijan?

Da un lato, molte piattaforme indipendenti che hanno fatto copertura mediatica sul conflitto sono state criticate per aver dato una prospettiva critica sulla guerra. Poi, col controllo dell’informazione da parte del Governo e con la sorveglianza sui canali di informazione indipendenti e d’opposizione, è molto difficile lavorare per un giornalista indipendente. Internet è stato bloccato durante il conflitto e il controllo dell’informazione del Governo è stato massiccio.

Ma d’altra parte, è anche rilevante dire che alcune di quelle piattaforme indipendenti sono diventate pro-governative durante la guerra, usando lo stesso tipo di linguaggio e copertura mediatica. L’unica agenzia di stampa indipendente del Paese che inizia a usare lo stesso linguaggio del ministero… c’è poco da dire. I giornalisti indipendenti così non sono motivati a continuare ad aggiornare i propri siti web e questa è un’altra vittoria del Governo. Ma a causa di questa situazione, credo che sia ancora più importante per i giornalisti indipendenti continuare a fare il proprio lavoro, anche se questo ha un costo, e riuscire a far sentire la propria voce.

Cristina Piga

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Per approfondimenti:

3 pensieri su “Nagorno Karabakh, reportage di una guerra. Intervista alla giornalista Arzu Geybullayeva

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