Objector: quando il rifiuto viene dall’interno

Opporsi è difficile, ma non tanto difficile quanto essere palestinesi.

Objector è un lungometraggio diretto da Molly Stuart, che sarà proiettato l’8 ottobre alle 22.30 al Cinema Tivoli di Bologna, in occasione della quattordicesima edizione del Terra di Tutti Film Festival, in una serata che proporrà lo sguardo internazionale di tre registi per parlare di vita e di morte, di guerra ed amore, di scelte e conseguenze.

È proprio una storia di scelte e conseguenze quella di Atalya, ragazza israeliana di 19 anni che mette in discussione le pratiche militari violente del suo Paese nei confronti del popolo palestinese e rifiuta la leva obbligatoria, pagandone le conseguenze sulla propria pelle.

La necessità di prendere coscienza

In Israele, tutti e tutte a diciotto anni devono prestare servizio militare: gli uomini per 30 mesi, le donne per 24. Se questo ha sempre (o quasi) rappresentato un rito di passaggio per i e le giovani, Objector racconta una storia di rifiuto dall’interno, in cui Atalya Ben-Abba mette a repentaglio tutte le sue certezze e la sua libertà, per gridare il suo “NO” alla continuazione delle violenze perpetrate dall’esercito israeliano nei confronti dei palestinesi.

La prima parte del film ci porta nei mesi precedenti al giorno dell’arruolamento nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF) della protagonista, mesi in cui lei stessa, spinta dalla curiosità di capire quali azioni il suo Paese stesse portando avanti nei confronti dei palestinesi, si unisce ad un gruppo chiamato “Visit Palestine” che la porta nei territori della West Bank per vedere con i suoi occhi i soprusi perpetrati dall’esercito israeliano. È in questo percorso che viene a conoscenza della violenza dell’occupazione israeliana, toccandola con mano in esperienze come quella che vive a Gerico, dove i soldati israeliani hanno demolito la casa di alcune famiglie arabe intimando loro di trasferirsi in un altro luogo, o all’insediamento Carmel, dove la qualità della vita di alcuni colonizzatori israeliani è stata “disturbata” dagli odori provenienti dalle cucine del villaggio palestinese contingente ed essi hanno reagito con l’abbattimento dello stesso.

In questo viaggio nei territori palestinesi occupati viene espressa l’immoralità di tali azioni dall’interno, da parte di una giovane israeliana che rifiuta di riconoscersi in tanta violenza. Atalya visita per settimane la West Bank, per testimoniare e per protestare in modo non violento insieme al gruppo di attivisti e attiviste di cui fa parte, fino ad arrivare alla consapevolezza di dover fare qualcosa. “Rifiutarmi era l’unica cosa da fare”, afferma lei.

Quando mio nonno aveva la mia età ha visto gli abitanti di interi villaggi palestinesi venire stipati nei camion e deportati. Mio nonno mi ha raccontato che questo gli ha spezzato il cuore, ma anche che era necessario. Quelle persone potevano essere miei amici o parte della mia famiglia. Così mi sto chiedendo cosa posso fare e quale potere io abbia per cambiare le cose qui, ed è così che mi sono risposta che ho il potere di rifiutarmi

Atalya è consapevole del fatto che disobbedire all’obbligo della leva militare non terminerà l’occupazione, ma è comunque l’inizio di qualcosa, è una presa di coscienza rispetto a quello che il suo Paese sta facendo ad un altro popolo. È attraverso la sua azione che grida la sua convinzione nella necessità di sicurezza per tutte le persone, in Israele e in Palestina, che deve essere raggiunta attraverso il cambiamento delle politiche governative e soprattutto attraverso la fine dell’occupazione dei territori palestinesi da parte dell’esercito israeliano.

Scena del documentario “Objector” – Atalya decide di non arruolarsi

L’obiezione come strumento di protesta

È proprio a causa del suo rifiuto e della sua obiezione che Atalya viene detenuta nella prigione militare e nel giugno 2017 è interrogata dal “Comitato di Coscienza” dell’IDF, che la considera “inadatta” al servizio militare a causa del suo “pessimo comportamento”. Viene così rilasciata dopo 110 giorni di detenzione.

Un’azione che non è stata del tutto vana, ma che si prospetta come il potenziale inizio di un’ondata di dissenso: nel dicembre dello stesso anno 63 studenti e studentesse delle scuole superiori hanno firmato una lettera pubblica in cui dichiarano che rifiuteranno di essere arruolati nelle IDF, continuando così a manifestare la disapprovazione nei confronti delle azioni portate avanti dal proprio governo e dal proprio esercito.

Un film che porta alla luce una lotta che dura da decenni e che ancora si concretizza nella violenza dell’occupazione israeliana. Un film che cambia punto di vista, che ci porta all’interno di una società e dà voce agli invisibili, agli obiettori e alle obiettrici, che si oppongono alla conformazione al pensiero unico, violento e colonizzatore del loro Stato di appartenenza.

Anna Toniolo

Foto di copertina: Movies That Matter

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