Covid-19, il virus che lascia in pace (quasi tutti) i bambini

“Il processo di civilizzazione dell’umanità e lo sviluppo del singolo sono entrambi anche processi vitali (…) In quello evolutivo del singolo, il programma del principio di piacere di trovare soddisfacimento attraverso la felicità resta sempre la meta principale, mentre l’inserimento in – o l’adattamento a – una comunità umana appare come una condizione alla quale, sul cammino per raggiungere questa meta di felicità, è difficile sottrarsi”. Così il padre della psicanalisi Sigmund Freud nel Il Disagio della civiltà (1929), testo che pone al centro  l’eterna lotta dell’uomo tra il bisogno di vivere con gli altri e con sé stesso.

La pandemia ha fatto emergere tutte le contraddizioni e i paradossi con i quali spesso ci dobbiamo confrontare nella vita quotidiana. La voglia di tornare a “vivere” dopo un lungo periodo di isolamento, di ritrovare il contatto umano e di socializzare è percepita da ognuno di noi, ma soprattutto da una categoria molto vulnerabile come quella delle persone con  disabilità, in particolar modo dai bambini con disturbi specifici dell’apprendimento. Questi ragazzi, mattoncino dopo mattoncino, hanno cercato di costruire intorno a loro, con l’aiuto di educatori e insegnanti, un muro di certezze e sicurezze non senza sforzi e duro lavoro. È tanto importante per loro la quotidianità quanto la comunità e il virus ha imposto un grande limite alle loro vite e a quelle delle loro famiglie.

Paolo Lommi lavora per la cooperativa sociale Emc2 onlus a Parma che si occupa di laboratori con il fine di inserimento lavorativo di persone con disabilità Ci spiega che con i loro servizi cercano di integrare nella comunità lavorativa queste persone dando loro uno scopo e strumenti per raggiungere i propri obiettivi. “Oggi cerchiamo di confrontarci con questa nuova fase 2, abbiamo cominciato a rivedere alcune di queste persone facendo passeggiate all’aperto, mentre i laboratori sono ancora in sospeso e non sappiamo quando e come potremo riaprirli”. Le famiglie hanno paura, ma allo stesso tempo cominciano a sentire il peso di questi mesi nei quali hanno dovuto convivere quotidianamente con le problematiche dei loro figli senza alcun aiuto materiale.

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Dove sono finiti i bambini?

Se la persona adulta con disabilità incorre in una serie di ostacoli nella vita quotidiana, il bambino con vari disturbi ha percepito queste difficoltà ancora più amplificate, soprattutto considerando che ormai sono quasi tre mesi che le scuole sono chiuse e una riapertura imminente sembra essere un miraggio lontano.

Elena, giovane psicologa di Firenze, prima dell’inizio della pandemia lavorava con due bambini delle elementari e due delle medie. Ci spiega che seguiva “progetti educativi: insieme ai bambini e ai genitori cerco di capire di cosa hanno bisogno, li aiuto con i compiti e li accompagno durante il  percorso che costruiamo insieme”.Il virus ha destabilizzato la loro quotidianità, li ha isolati ed esclusi da una vita so ciale della quale hanno bisogno e, come spiega Elena, ora “sono demotivati, si sentono abbandonati e soprattutto i bambini delle scuole medie sentono la mancanza degli amici, dello sport e perfino della scuola”.

Essere psicologo di questi tempi significa anche sapersi reinventare e come tutte le altre attività scolastiche, anche l’attività di sostegno è stata trasformata in videochiamate su Zoom e messaggi su WhatsApp. “Questi bambini hanno bisogno del contatto, uno di loro prima mi cercava sempre anche solo mettendomi una mano sul braccio o incrociando il mio sguardo, ora mi ritrovo a fare chiamate e a messaggiare sulle varie piattaforme, ma sento che i bambini perdono l’attenzione, che si allontanano ed è difficile stabilire un rapporto così”.

La preoccupazione più grande, soprattutto per i genitori di questi bambini, è legata alla loro condizione già di partenza più svantaggiata, che ora si ritrovano spesso da soli  e chiusi in casa e rischiano di perdere gli stimoli in questa fase della crescita. Hanno bisogno di essere seguiti, ma la distanza non dovrebbe fargli percepire le loro difficoltà. Al contrario è proprio questa distanza che evidenzia un contatto e un dialogo che sono venuti a mancare.

Claudia è invece un’insegnante di sostegno presso una scuola dell’infanzia a Firenze e segue una bambina con disabilità di cinque anni. A causa del coronavirus l’intervento di sostegno è stato sospeso. Ci racconta che “la bambina ha continuato ad essere seguita, ma non nello specifico. Ha partecipato alle lezioni online programmate per tutta la classe, ma non ha potuto avere in questo periodo il supporto individuale di cui necessita”. Claudia si occupa anche di un progetto educativo per adolescenti all’Oratorio dei Salesiani: “di solito ci recavamo nei punti di aggregazione dei ragazzi, che spesso incontrano la criminalità molto giovani, e cercavamo di costruire un rapporto con loro. Trattandosi di un progetto informale con la pandemia tutto è stato bloccato e non abbiamo avuto modo di proseguire il nostro lavoro”. Infatti, le sue occupazioni sono state sospese e ci spiega che solo gli educatori tramite cooperative del Comune sono riusciti a riprendere alcuni progetti, anche se con modalità a distanza.

Gli educatori sono preoccupati perché c’è un grande senso di insicurezza sia da un punto di vista lavorativo sia dal punto di vista della salute di questi ragazzi. Dal 18 maggio è cominciata la fase 2, ma come ci racconta Claudia “il Governo non ha ancora dato linee guida specifiche e stiamo cercando di capire se e come possiamo riaprire, abbiamo quindi stilato una serie di domande dettagliate che abbiamo inviato al Comune e ancora stiamo aspettando una risposta. Gli anni scorsi, l’Oratorio proponeva anche un centro estivo per aiutare tutte le famiglie e i bambini durante l’estate, ma quest’anno non sappiamo cosa ne sarà”.

Stiamo attraversando un lento periodo di riapertura e questo comporta una riorganizzazione non immediata delle strutture per tutelare non solo i ragazzi ma anche gli insegnanti. La questione dei centri estivi pare non sia stata valutata a fondo dal Governo, che ha, per così dire, “passato la palla” alle Regioni per ogni tipo di decisione e queste a loro volta si sono rivolte ai vari Comuni. A Firenze il sindaco Dario Nardella ha cercato di tracciare delle indicazioni molto generiche presupponendo una riapertura ravvicinata che però attualmente non si è ancora verificata, come spiega un articolo di OrizzonteScuola.it.

Le speranze per il futuro sono tante e l’intenzione di non lasciare indietro nessuno è primaria, ma spesso la volontà degli educatori e di coloro che lavorano con i bambini e i ragazzi con disabilità si scontra con una dura realtà. È importante ribadire ancora una volta che la comunità e l’integrazione sono un tassello fondamentale nella vita dell’essere umano, quanto più nella condizione di marginalità che questi bambini già vivono. È fondamentale che i loro diritti siano tutelati e ricordati, perché quelli all’educazione, alla vita e allo sviluppo sono diritti universali.

Lucrezia Quadri

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