Vivere gli spazi: l’urbanistica al tempo della pandemia

La pandemia di Covid-19 ha colpito duramente la Lombardia e i media accusano, tra gli altri fattori, la densità, l’inquinamento e il sistema dei trasporti che interconnette la Lombardia alle regioni limitrofe. La densità di Milano, infatti, ha sicuramente giocato un ruolo importante nella diffusione dell’epidemia, ma un elemento da considerazione è anche lo sprawl periurbano, cioè la presenza disordinata di piccoli-medi complessi industriali diffusi sul territorio che ha permesso al virus di circolare con facilità.

La Lombardia conta 422 abitanti per km2, e 2.063 hab./ km2 solo a Milano. Ma la densità lombarda è ben lontana da quella della regione Ile de France, che conta 1.016 abitanti per km2 e 20.755 abitanti per km2 intra-muros nella città di Parigi . Basta questa cifra per immaginarsi stipati nella metro parigina. Anche questa regione è stata duramente colpita dal virus, infatti si trova nella cosiddetta “zona rossa”. Valérie Pécresse , la presidentessa dell’Ile de France, ha avuto il difficile compito di organizzare la fine della quarantena per i 12 milioni di abitanti della regione e a partire dall’11 maggio, con l’inizio della cosiddetta “fase due” nel Paese, organizzare il distanziamento sociale è stato particolarmente complicato a causa della densità del territorio.

Di questi 12 milioni di abitanti, 7 milioni prendono ogni mattina la metropolitana e i treni regionali per recarsi al lavoro. In media nei trasporti dell’Ile de France vi sono 4 persone per m2 e per garantire la sicurezza nei trasporti bisognerebbe portare il totale di 7 milioni di viaggiatori a 2 milioni.

La città densa è considerata dagli urbanisti la migliore arma per favorire lo sviluppo economico, ridurre il consumo di suolo e favorire gli spostamenti attraverso i mezzi pubblici.  Ma questa città densa è anche resiliente? È capace di rispondere agli imperativi del distanziamento sociale? In questi ultimi anni si è parlato molto di città resilienti: la città del futuro dovrà adattarsi alle inondazioni, ai terremoti, ai picchi di caldo, e ora anche alle epidemie.

L’urbanistica del passato ha risposto ai problemi sanitari ed epidemiologici attraverso la riduzione della densità, ad esempio gli interventi di Haussmann, o il piano regolatore di Napoli del 1860, concepito per risanare la città e contrastare l’epidemia di colera. Lo schema del direttore regionale dell’Ile de France (SDRIF), invece, impone la densificazione in ogni progetto urbano, con l’obiettivo di costruire ogni anno 70.000 abitazioni. Quindi nell’hinterland parigino si costruisce e si densifica enormemente per rispondere alle necessità abitative. In molti quartieri, edifici di 4 o 5 piani, dopo gli interventi di rinnovo urbano, si trasformano in edifici di 12 o 13 piani.

Ile de France – Foto di: Valentina Sardella Gimenez

La densificazione ha, però, il grande pregio di limitare l’artificializzazione del suolo, ossia l’estensione degli edifici in altezza che permette di costruire un grande numero di abitazioni utilizzando una parte limitata di un terreno. Questo concetto è importante perché un suolo una volta costruito non è più permeabile ed è praticamente impossibile riportarlo al suo stato naturale, le inondazioni nelle città sono causate proprio dall’impermeabilizzazione dei suoli. Tuttavia, ci sono molti aspetti che non giocano a favore delle grandi densità.

Ripensare gli spazi

Le abitazioni delle città metropolitane sono pensate per una popolazione attiva che usufruisce al massimo della città e non molto della dimensione domestica. Senza la possibilità di approfittare dei divertimenti e degli spazi pubblici, la metropoli perde interesse. Le dimensioni degli appartamenti parigini sono note per la loro “ristrettezza”, e sul mercato si trovano monolocali di 8 m2 affittati per 800 euro al mese. Anche per quanto riguarda le abitazioni di nuova costruzione lo spazio è centellinato: in 70 m2 si ricavano abitualmente appartamenti con 4 spazi abitativi, un salone/cucina e tre camere. E’ evidente che questa economia di spazio porta a costruire abitazioni inadeguate, senza spazi esteriori, mal esposte e quindi mal ventilate. Infatti un altro grave problema dei grandi edifici ad uso abitativo è la ventilazione meccanica. La ventilazione unisce tutti gli appartamenti di un immobile, e un edificio a destinazione abitativa non dispone dei filtri adeguati per impedire la diffusione di virus e batteri, come succede invece per la ventilazione degli ospedali.

Il virus può quindi propagarsi facilmente anche attraverso il sistema fognario e più la città è densa, più tale sistema è sovraccaricato, infatti alcune tracce del Coronavirus sono state trovate nelle acque non potabili di Parigi. I progetti di rinnovo urbano raddoppiano la densità dei quartieri, ma il sistema fognario nella maggior parte dei casi non viene rinnovato e resta lo stesso del 1800.

Un altro dei problemi da porsi in questa fase è che la riduzione della densità degli scolari per classe porterà rapidamente alla necessità di costruire nuove strutture. La Danimarca , ad esempio, ha deciso di riaprire le scuole il 20 aprile, e la maggior parte delle attività scolastiche saranno riorganizzate all’aperto. Purtroppo, la maggior parte delle scuole (italiane e francesi) sono dotate di piccole aree esterne senza spazi verdi, è quindi impossibile trovare lo spazio per organizzarsi come in Danimarca.

Questi aspetti dovrebbero rimettere in causa il modo di pianificare e costruire. Sarebbe necessaria una riflessione sulla pianificazione a livello nazionale ed europeo, in effetti i problemi di spazio che ritroviamo nelle grandi metropoli sono il risultato di una politica nazionale che vuole concentrare il potere economico in alcuni luoghi.

Gli esperti dell’immobiliare hanno già previsto che dopo la quarantena, molti cittadini vorranno comprare una casa con giardino per non rischiare di dover passare una nuova quarantena in appartamento. Urbanisti e architetti temono uno sviluppo massivo della casa mono-famigliare in zona periurbana, che avrebbe conseguenze disastrose sull’ambiente e sulla qualità urbana stessa.  Dobbiamo impedire che sprawl urbano e città densa a qualsiasi prezzo, escano vincitori da questa situazione.

Se i quadri dirigenti lasciano la città è l’inizio di un nuovo equilibrio territoriale?

C’era bisogno di una pandemia mondiale per testare davvero il telelavoro. Anche se già si sapeva, adesso è dimostrato che la maggior parte dei lavoratori del settore terziario che non sono a contatto con il pubblico, possono lavorare a distanza senza alcun problema. L’urbanesimo è nato intorno al lavoro, a patire del diciannovesimo secolo le campagne si sono svuotate in favore delle città e del lavoro in fabbrica, mentre oggi che il lavoro è de-materializzato, siamo di fronte alla giusta occasione per creare nuovi equilibri fra i territori.

Grazie alla possibilità di lavorare a distanza, più di un milione di abitanti dell’Ile de France hanno lasciato la regione per passare la quarantena in provincia e nelle zone di campagna. Questo spostamento è stato tollerato dalle autorità, anzi è stato chiaramente lasciato il tempo agli abitanti delle capitali di spostarsi in altri dipartimenti verso le seconde case, in modo da alleggerire il carico degli ospedali delle grandi agglomerazioni.

Lavorare a distanza in mezzo al verde è certamente meglio che richiusi in un piccolo appartamento di città, dove spesso non si ha lo spazio dedicato per lavorare a domicilio. Ma è soprattutto la prospettiva di passare la quarantena senza spazi esteriori che ha spinto i Parigini che potevano permetterselo a partire. Secondo le ultime disposizioni del governo francese , chi può lavorare a distanza continuerà a farlo, in particolare per evitare di sovraccaricare il sistema dei trasporti.

Rendere perenne lo smartworking e incitare i lavoratori a lasciare le grandi città avrebbe un doppio beneficio dal punto di vista geografico: alleggerire le grandi agglomerazioni già in deficit di abitazioni, e ripopolare alcune zone depresse del territorio agricolo o montano. Ciò permetterebbe una riattivazione dell’economia locale in queste zone e la diminuzione degli spostamenti dei lavoratori nel tragitto casa-lavoro che a sua volta consentirebbe di diminuire considerabilmente l’inquinamento associato.

La maggior parte dei lavoratori a distanza sono quadri dirigenti. Uno spostamento dei quadri verso la provincia avrebbe come conseguenza una redistribuzione della ricchezza, che permetterebbe un’attivazione di servizi e commerci locali in zone agricole e montane. Il lavoro resta la principale attrattiva delle metropoli e per quanto riguarda la regione di Parigi, fra i quadri dirigenti 1 posto di lavoro su 2 è situato nell’Ile de France, con un tasso di disoccupazione del 3,8% . Il 60 % di questi lavoratori vorrebbe lasciare la regione per avere una migliore qualità di vita .

Ripensare la progettazione urbanistica

Per ritornare all’idea della città densa che sa adattarsi al contesto dell’epidemia, ciò che risulta necessario non sono tanto grandi interventi urbanistici, quanto piuttosto una riorganizzazione del mondo del lavoro, che potrà ridurre la densità degli abitanti nelle città in favore delle zone meno popolate.

La pausa obbligata che stiamo vivendo dovrebbe essere un’occasione per architetti e urbanisti per interrogarsi sulla qualità dei quartieri che si stanno costruendo ai bordi delle metropoli. Può essere che in futuro, i cittadini, in cambio dei vantaggi delle metropoli, non accetteranno più di vivere in piccoli appartamenti senza spazi esterni, né in una città senza spazi verdi.

Valentina Sardella Gimenez

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