It’s a Raid! Ozzy Osbourne – Ordinary Man (2020)

Tra tutte le cose assurde già successe quest’anno, il podio musicale credo se lo possa accaparrare a mani basse il nuovo disco di Ozzy Osbourne.
Se mi avessero chiesto, anche solo 6 mesi fa, di scommettere che avrei scritto la recensione più entusiasta dell’anno, per un disco solista di Ozzy Osbourne, o che ci sarebbe stata una pandemia globale che ci avrebbe costretto a cambiare radicalmente le nostre abitudini di vita, avrei ritenuto più probabile la pandemia.

Ops.
Insomma: questo è Ordinary Man.

 

Nel 2017, i Black Sabbath suonano l’ultimo concerto della loro carriera, in una formazione a 3+1 che prevede, oltre al batterista di Ozzy Tommy Clufetos, i tre fondatori Tony Iommi, Geezer Butler e Ozzy Osbourne. Nei mesi successivi, Ozzy annuncia un tour le cui date vengono posticipate svariate volte, fino a un annullamento definitivo a causa del morbo di Parkinson, che il cantante rivela di avere. Ozzy, però, rivela anche che pubblicherà un disco a breve, registrato nel giro di, a quanto pare, poche settimane, con una sezione ritmica totale, composta da Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers e Duff McKagan dei Guns N’Roses, e il produttore Andrew Watt alla chitarra e alle tastiere.

L’8 novembre esce il primo singolo, “Under the Graveyard”, e io resto allibito dalla potenza e dalla freschezza del pezzo: è il miglior brano di Ozzy solista dai tempi di “Crazy Train”, che usciva nel 1980 sul suo primo album solista (ovvero, con tutto il rispetto, quello a cui avrebbe dovuto limitarsi, visti i successivi). L’atmosfera che si respira, possano gli dei del doom metal perdonarmi, non si sentiva dai suoi dischi con i Black Sabbath (come dite? Sono gli unici dischi belli dei Black Sabbath? Hmm. Avete ragione. Ma l’avete detto voi, non io).

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“Parole dure. Parole dure di un uomo molto strano.”

Certo, la produzione è estremamente fredda, tipica di un disco pop, e una volta di più i poteri forti sono riusciti nell’impresa di dare un suono terribile alla batteria di Chad Smith, che offre comunque una performance stellare. Watt, poi, non è Tony Iommi, anche se le idee che ha… forse dire che non lo fa rimpiangere è eccessivo, ma di sicuro fa una buona impressione nel suo ruolo. La domanda che inevitabilmente ci poniamo è: il disco sarà all’altezza di questa fucilata?

La risposta è: .

Ordinary Man esce il 21 febbraio, ed è assolutamente perfetto sotto troppi aspetti per non dichiararlo un capolavoro. Non resterà nella storia, forse, non si inventa niente: ma che Ozzy riesca a tirare fuori un disco del genere non è solo assurdo. Dovrebbe essere impossibile.

Infatti, molto probabilmente, il disco è in larghissima parte farina del sacco di Andrew Watt, giovane produttore hip hop, vincitore di un Grammy per il suo lavoro su Invasion of Privacy di Cardi B, e collaboratore stretto di Post Malone (qui ospite su un paio di brani – a me fa un sacco ridere perchè in molti dialetti veneti malon viene spesso usato per descrivere una brutta situazione in modo sarcastico), oltre che fondatore dei California Breed con Glenn Hughes dei Deep Purple e Jason Bonham. Watt è un ottimo chitarrista, e ha la testa abbastanza nel presente per portare un tornado di idee geniali, dopo aver probabilmente trascinato il relitto di Ozzy davanti a un microfono con le istruzioni di cantare le canzoni. L’unico difetto della sua produzione è che è davvero asciutta e fredda, il che limita un po’ la potenzialità di questo disco, ma è facile passarci sopra quando le canzoni funzionano così bene. Certo, ci sono un paio di citazioni dei Black Sabbath abbastanza imbarazzanti (l’intro di “Goodbye”, che però è costruita talmente bene da riuscire a considerarla più un omaggio che un plagio), e un paio di brani tutto sommato dimenticabili (la già citata “Goodbye” e “Eat Me”, priva di quell’alone di oscurità che permea il resto del disco), ma il cardiopalma è garantito dall’inizio alla fine.

Si parte col botto con “Straight to Hell”, decisamente affine ai Sabbath (con un bell’assolo di Slash), a cui segue il più moderno inno da stadio “All My Life”. Dopo “Goodbye” c’è la ballatona che da il titolo al disco, in cui è ospite Elton John, che canta e suona il piano, e in effetti la canzone sembra una delle sue, e calza a pennello. La prima metà del disco si chiude con il turbosingolo “Under the Graveyard”, racconto degli anni di devastazione psicofisica di Ozzy in gioventù. È un pezzo assolutamente spettacolare: l’intro minacciosa eppure malinconica, il ritornello assoluto, e un bridge con assoli di chitarra folgoranti. Sembrano tornati gli anni 70. Dopo questo bel macello, purtroppo, si cala, con la già menzionata “Eat Me”, ma poi ecco un altro brano assolutamente degno dei Sabbath: la ferocemente malaugurante “Today Is the End”, uno dei due brani che aiutano a rendere questo disco una colonna sonora perfetta per la pandemia, di nuovo con un ritornello perfetto:

“The sun is black the sky is red
And it feels like today is the end
The kids are running as fast as they can
Could it be that today is the end”

“Scary Little Green Men”, che parla degli alieni che probabilmente vivono solo nella testa di Ozzy, riesce dove “Eat Me” fallisce: provvedere a un po’ di divertimento leggero senza sacrificare l’efficacia rock and roll. C’è anche Tom Morello alla chitarra. Il disco si avvia alla conclusione con la malinconicissima “Holy For Tonight”, in cui Ozzy sembra volerci dire che finisce qua, è stato bello, addio. È una ballatona riuscita, ma meno della title track. Improvvisamente, però, ecco che il disco ci regala una degna conclusione: una specie di punkaccio violentissimo, “It’s A Raid”, con di nuovo Morello, e Post Malone, in cui il nostro racconta un’autoreclusione (!) durante la quale non riesce a dormire (!!!) perché i federali lo stanno cercando (avrà dimenticato l’autocertificazione?). in realtà, scherzi sul coronavirus a parte, probabilmente (come suggerito da un utente youtube molto sagace) il brano racconta un aneddoto sulla gioventù di Ozzy. Come racconta il nostro nella sua autobiografia I Am Ozzy, una volta i giovani Black Sabbath erano in questo villone americano affittato, e Geezer schiacciò il bottone dell’assistenza del condizionatore, ma tutti erano convinti che fosse l’allarme della polizia. Così, quando il manutentore suonò il campanello, i quattro, già probabilmente strafatti, decisero di liberarsi velocemente della montagna di droga che avevano in casa. Intasarono il water con la marijuana e Ozzy non potè lasciar andare sprecata tutta quella cocaina, dunque se ne sniffò più che potè e non dormì per una settimana.

C’è anche una traccia bonus: il pezzo di Post Malone “Take What You Want” già presente sul suo Hollywood’s Bleeding, su cui Ozzy fa una comparsata. Davvero coinvolgente, con un sacco di groove e un assolo di chitarra di Watt al fulmicotone in chiusura, adattissima all’atmosfera oscura di questo disco.

Ordinary Man è un piccolo miracolo rock and roll, un disco genuinamente divertente e coinvolgente, di quelli che ti fanno fare air guitar dall’inizio alla fine, che si fa ascoltare e riascoltare senza annoiare. È opera sicuramente di Watt e dei suoi soci alla sezione ritmica, ma che senza Ozzy non si sarebbe potuto fare. Impressionante che questo settantaqualcosenne fuori di testa riesca ancora a sorprendere, e dopo dieci anni di silenzio spari questa cannonata assurda (stavo per finire l’articolo, ma inevitabilmente… MI SENTI, MAYNARD? No, non mi è ancora passata).

 

Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

 

[Immagine di copertina dal video di “Straight to Hell”]

 

 

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