Immigrati e rifugiati politici lungo la rotta balcanica ai tempi del Covid-19: l’appello del Gruppo di solidarietà Transbalcanica

“Covid-19: Nessuno è al sicuro finché non lo siamo tutti!”: con queste parole si apre la lettera del Gruppo di solidarietà Transbalcanica, un appello redatto da attivisti dell’intera regione balcanica (Macedonia del Nord, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Slovenia, Italia) da anni in lotta per i diritti delle persone migranti.

Nella regione dei Balcani la situazione è di fatto drammatica. Ancor prima della pandemia, decine di migliaia di immigrati e rifugiati politici si trovavano costretti a vivere in indegne condizioni igienico-sanitarie, in campi sovraffollati e in tendopoli fatiscenti intorno ai centri di accoglienza, vittime di abusi e violenze da parte di gruppi di neofascisti e dagli stessi organi di polizia. Con la propagazione del virus e l’irrigidimento delle politiche volte a contrastarlo, la situazione si sta aggravando ulteriormente.

Lo stato di emergenza adottato a partire da marzo 2020 dai Paesi maggiormente coinvolti nella rotta orientale si sta traducendo in un rafforzamento delle disuguaglianze sociali, avallando un sistema di repressione e di espulsione che da anni colpisce immigrati e rifugiati politici.

Che cosa s’intende con rotta balcanica

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Fonte: Border Violence Monitoring Network

La rotta balcanica è il passaggio via terra percorso da migranti e rifugiati politici per raggiungere l’Europa occidentale che, partendo dalla Turchia, e passando per l’Egeo, coinvolge principalmente Grecia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Slovenia e Italia. A spostarsi lungo la rotta non sono soltanto singoli, ma intere famiglie, compresi anziani, bambini e disabili, provenienti perlopiù da Paesi in guerra e colpiti da profonde crisi climatiche ed economiche come Afghanistan, Pakistan, Siria, Iran e Iraq. Le persone si muovono in maniera improvvisata: alcuni viaggiano da molti anni, trovando rifugio sotto tetti di fortuna.

A seguito delle tensioni in Medio Oriente a partire dalle primavere arabe del 2011, con l’avanzata dell’ISIS tra Siria e Iraq nel 2014 e le guerre civili in cui i due Paesi si sono visti coinvolti, i flussi migratori diretti in Europa hanno raggiunto un picco nel 2015, quando più di 800 mila migranti sono arrivati in Grecia in cerca di asilo. In pochi mesi è stato creato un corridoio monitorato e legalizzato, nel quale sono stati costruiti campi di transito, centri di distribuzione alimentare e cliniche mediche attraverso il supporto delle organizzazioni non governative e della società civile locale e internazionale.

Con il tempo però, molti stati europei, a partire dal Gruppo Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), hanno fatto fronte comune adottando la linea dura per arginare i flussi migratori e nel marzo del 2016, sotto le direttive di Berlino, l’Unione Europea ha siglato degli accordi con la Turchia affinché il governo di Ankara trattenesse i migranti e rifugiati politici, in cambio di sei miliardi di euro – dei quali ad oggi ne sono stati versati solo tre miliardi. Il 27 febbraio 2020, a seguito dell’uccisione di 33 soldati turchi ad Idlib – una delle roccaforti del conflitto ancora in corso – e delle inascoltate richieste avanzate alla NATO, Erdoğan ha annunciato la riapertura delle frontiere, permettendo ai migranti e rifugiati presenti in Turchia di riprendere la via verso le isole egee.

In realtà, il contenimento previsto dagli accordi non è mai stato del tutto efficace: ciò che si è visto è stato piuttosto l’aggravarsi dei traffici illegali in mano ad organizzazioni criminali, una militarizzazione rafforzata e un aumento degli abusi di potere. Immigrati e rifugiati politici hanno infatti continuato ad affrontare i pericoli di navigazione del mare Egeo; altri in transito sulla rotta si sono ritrovati bloccati nel “collo di bottiglia” tra Croazia e Bosnia nel tentativo di raggiungere i Paesi Schengen.

Dal 2018 i respingimenti illegali da parte delle autorità di confine si sono via via intensificati, tanto che lo stesso tentativo di passaggio alla frontiera bosniaco-croata è stato ribattezzato come “the game”, il gioco per l’elusione dei controlli, il terno al lotto per la vita.

A causa delle tensioni in Siria, oggi circa un milione e 300mila persone cercano di abbandonare il nordovest del paese per raggiunge i confini turchi e più di 3,6 milioni sono già presenti in loco, ammassate ai confini con la Grecia. La pandemia ha portato ad un irrigidimento delle già dure politiche in materia d’immigrazione adottate in tutta la regione dei Balcani, traducendosi in una battuta d’arresto per l’azione degli attivisti, in un’intensificazione dei respingimenti illegali e in una trasformazione dei campi ufficiali in veri e propri centri detentivi.

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Fonte: Flickr

La pandemia lungo la rotta balcanica

Attualmente decine di migliaia di rifugiati e migranti sono di fatto intrappolati nei Balcani. Non tutti risiedono nelle strutture ufficiali e coloro che non rientrano nel sistema vengono supportati esclusivamente dagli attivisti e dalla popolazione locale.

Gli inadeguati sistemi di accoglienza si traducono in una mancata assistenza di base e nella carenza di servizi minimi, quali cibo, cure mediche e igiene personale. Le condizioni psicologiche sono precarie e le tensioni frequenti. Molti finiscono nelle mani di trafficanti locali e le aggressioni da parte delle frange neofasciste sono sempre in aumento, così come i respingimenti della polizia lungo il percorso migratorio.

Con la diffusione del Covid-19, lo stato di precarietà in cui si trovano a vivere è sottoposto ad ulteriori pericoli. Come denunciato da Hilde Vochten, coordinatrice di Medici Senza Frontiere in Grecia, le misure raccomandate per prevenire il contagio, di disinfezione di acque e superfici, pulizia personale e mantenimento della debita distanza sociale, risultano impraticabili.

Come avevamo già constatato in un precedente articolo, nella sola Grecia si contano una trentina di centri di accoglienza e cinque hotspot. Sulle isole si stima la presenza di più di 42.000 richiedenti asilo, bloccati in uno stato di detenzione illegittima. Le strutture non sono sufficienti e molti si trovano costretti a vivere in campi informali nelle jungle circostanti. Il grave sovraffollamento si è tradotto in crescenti tensioni tra migranti e abitanti del luogo e in episodi di razzismo dilaganti. La polizia locale asseconda l’indifferenza delle autorità governative e la militarizzazione è sempre più massiccia. Si sono registrati degli incendi dolosi e molti giornalisti e attivisti hanno riportato di aver subito violenze e intimidazioni da parte di gruppi di neofascisti radicati sul territorio.

A destare preoccupazione, infatti, oltre all’assenza di un’unità di crisi per l’emergenza sanitaria, vi sono anche le misure adottate da parte della nuova dirigenza conservatrice di Atene, che dal 23 marzo ha decretato il blocco generale del Paese rendendo sempre più difficoltosa la circolazione di immigrati e rifugiati politici. Dal canto suo, l’Unione Europea ha avanzato l’intenzione di decongestionare i campi e di sostenere il governo greco attraverso aiuti di natura economica volti a rinforzare le strutture di accoglienza esistenti e piani di ricollocamento dei soggetti più vulnerabili.

Anche queste disposizioni non sono altro che una foglia di fico insufficiente per uscire da una crisi umanitaria di tale entità, e gli stessi finanziamenti sono destinati perlopiù al potenziamento dei controlli, piuttosto che all’assistenza minima che per legge dovrebbe essere garantita a chiunque faccia richiesta di asilo.

In Bosnia-Erzegovina il lockdown annunciato il 16 aprile ha sancito il divieto di spostamento dei migranti all’interno del paese. Anche qui Bruxelles si è impegnata a stanziare del denaro, perlopiù impiegato per l’assunzione di agenzie di sicurezza private per la vigilanza all’interno dei campi. Vi sono in totale 8 centri, 2 coordinati dal governo e i restanti 6 dalla sola IOM, Organizzazione internazionale per le migrazioni, già denunciata per la sua incapacità gestionale. Nidžara Ahmetašević, giornalista e attivista della rete Transbalkan Solidarity, sottolinea come, con l’emergenza pandemica in corso, le disposizioni impediscano ai 6000 migranti e rifugiati politici presenti nei campi di uscire e alle organizzazioni umanitarie di accedervi. Il cibo scarseggia e non esistono diete differenziate per allergie o patologie diabetiche né tantomeno nel rispetto del Ramadan. I servizi igenico-sanitari e il personale medico sono scarsi e si registra un sensibile aumento della violenza da parte del personale di sicurezza. Inoltre, con lo stato di emergenza, qualunque straniero privo di un documento di identità e di un indirizzo di residenza validi dovrà essere condotto in un centro di ricezione, senza possibilità di movimento fino a data da destinarsi. Da qui, delle migliaia di persone accampate negli squat inufficiali, molte sono state deportate a Lipa, nel cantone di Una Sana, dove è stato creato un nuovo centro temporaneo di transito. Altre, però, consapevoli che ciò comporterebbe una quarantena permanente impedendo pertanto di proseguire il viaggio lungo la rotta, sono riuscite a fuggire e a disperdersi in quei boschi dove la caccia all’uomo e la lotta per la vita sono una pratica quotidiana.

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Strada per arrivare alla fabbrica. Campo profughi non ufficiale – Giulia Pedron (Bihac_Bosnia) 25.02.2020, Fonte: Progetto Meltingpot Europa

Per quanto concerne la Croazia, a seguito delle prime forme di restrizione avviate per l’emergenza coronavirus, nei centri di accoglienza è stato permesso l’accesso soltanto al personale strettamente necessario per il normale funzionamento di tali strutture, ossia alla Croce Rossa e un’ONG internazionale, Médecins du Monde. Oltre al sovraffollamento, un’ulteriore conseguenza generata dalle misure per contrastare il Covid-19, come riporta un’altra delle attiviste di Transbalkan Solidarity, Emina Buzinkic, è quella per la quale i circuiti educativi previsti per i ragazzi in età scolare sono stati interrotti. Il governo croato, pur avendo implementato un sistema dei corsi online, non ha tuttavia tenuto in conto le difficoltà linguistiche e alcune situazioni di divario digitale.

La Serbia, dal canto suo, ha dichiarato lo stato di emergenza il 15 marzo, con un accentramento del potere nelle mani del presidente Aleksandar Vucic. Anche qui, il confinamento si è di fatto tradotto in una realtà detentiva: i migranti sono bloccati nei campi, all’interno dei quali vi sono generalmente uno, al massimo due medici e un solo supermercato con prezzi inaccessibili per chi ci vive. La situazione è tanto allarmante che, come evidenziato dall’A11* Initiative for economic and social rights, la stessa Corte europea dei diritti nell’uomo ha avviato una procedura contro il Paese, per mancanza di sostegno ai più vulnerabili nella lotta al coronavirus.

A questo quadro si somma la tragica realtà di Šid, al confine serbo-croato, dove, come denuncia l’ONG No Name Kitchen, da anni operativa sul territorio, ai frequenti pushback si sommano le aggressioni da parte delle associazioni etniche locali, dichiaratamente nazionaliste e filo-fasciste, che intimidiscono volontari e migranti presenti sul territorio. Maddalena Avon, membro del Centro studi per la pace, nel webinar del 29 aprile “Al di là delle frontiere. Lo stato di emergenza nei Balcani”, riporta come anche in Slovenia, in stato di emergenza dal 12 marzo, i respingimenti illegali siano frequenti e di come il Paese abbia di recente acquistato altri 40 km di filo spinato. Come è stato sottolineato all’incontro di Amnesty International Ancona “Rivolti ai Balcani – Le violazioni dei Diritti Umani sulla rotta balcanica”, i comportamenti illegali, le violenze e le barriere fisiche innalzate non possono essere ridotte ad una mera responsabilità nazionale, sono gli stessi trattati dell’Unione Europea in materia di respingimenti a legittimarne gli abusi e a finanziarne il personale. Torture e minacce attraverso l’uso di cani, scosse elettriche e gas lacrimogeni sono pratiche regolarizzate, che si ripropongono tanto lungo gli snodi principali della rotta quanto all’interno degli stessi campi. E questo è solo un accenno alle tantissime testimonianze che ogni giorno denunciano abusi e soprusi subiti lungo la rotta balcanica e che il Border Violence Monitoring Network cerca di diffondere con dei report a cadenza mensile.

Prospettive e appello del Gruppo di Solidarietà Transbalcanica

Denigrazione e disumanizzazione sono all’ordine del giorno sia nei campi d’accoglienza ufficiali, sia in quelli improvvisati. La militarizzazione e la sorveglianza restrittiva colpiscono anche quelli in movimento e la violenza assume forme diverse, dall’intimidazione all’abuso sessuale. Le decisioni governative sono spesso contrarie alla legge e anticostituzionali e la società civile, posta di fronte alle ostilità dei filo-fascisti e alle pressioni delle stesse potenze dell’UE, da sola non riesce a farsi tutrice dei diritti umani.

Questo quadro, già profilabile prima della pandemia, necessiterebbe di un intervento urgente, poiché le precarie vite che immigrati e rifugiati politici sono costretti a condurre non fanno che renderli soggetti ancor più vulnerabili e maggiormente esposti al contagio. Riprendendo le istanze mosse dall’appello del Gruppo di solidarietà Transbalcanica, oggi più che mai è richiesta un’immediata decongestione delle isole del Mar Egeo attraverso un’equa redistribuzione tra gli stati membri dell’Unione Europea, un ripensamento dello stesso accordo sottoscritto con la Turchia per una politica più giusta in materia di migrazione e una promozione di condizioni di accoglienza dignitose e legali in tutta Europa.

Christine Lazier

Fonte immagine di copertina: Flickr

Un pensiero su “Immigrati e rifugiati politici lungo la rotta balcanica ai tempi del Covid-19: l’appello del Gruppo di solidarietà Transbalcanica

  1. Che situazione tremenda. Non oso immaginare in che condizioni versano. Il problema adesso è che la questione immigrati è diventata una questione politica e in un certo senso ci si è dimenticato del lato umano della questione.

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