Non dimentichiamoci di Patrick Zaky. Intervista a Emanuele Russo, Amnesty International Italia

Questa pandemia sta costringendo il mondo intero a fare i conti con le varie e controverse realtà che lo compongono, ma ogni giorno c’è il rischio che per la strada qualcuno sia dimenticato. Il 7 febbraio 2020, Patrick Zaky, attivista e ricercatore egiziano presso il corso GEMMA (Studi di genere e delle Donne) dell’Università di Bologna, a soli 27 anni è stato arrestato al suo arrivo all’aeroporto del Cairo, interrogato per 17 ore, picchiato e torturato con scosse elettriche. Da tre mesi si trova in detenzione preventiva presso il carcere di Tora, in Egitto, con le accuse di “incitamento alla protesta” e “istigazione a crimini terroristici”, per le quali rischia fino a 25 anni di carcere, in attesa di un’udienza che continua ad essere rimandata a causa del Covid-19. Proprio in questi giorni è inoltre arrivata la notizia della morte di Shady Habash, giovane regista e fotografo di 22 anni, detenuto nello stesso carcere dove si trova Patrick Zaky.

Abbiamo avuto la possibilità di parlare direttamente con Emanuele Russo, presidente di Amnesty International Italia, con il quale abbiamo cercato di chiarire non solo la condizione attuale di Patrick, ma anche l’attività di Amnesty in Italia e in Egitto.

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Emanuele, il 30 aprile ricorre il primo anniversario della tua elezione a presidente di Amnesty Italia, ma sappiamo che prima di essere presidente sei stato anche un attivista di lunga data per la stessa organizzazione, quindi hai molta esperienza alle spalle sia nel toccare con mano le realtà dei vari Paesi, sia nell’organizzazione di campagne di sensibilizzazione. In questa situazione di emergenza causata dal coronavirus, come è cambiata l’attività di Amnesty? Quali sono le differenze fra il periodo pre-pandemia e la situazione attuale e le difficoltà che state attraversando?

“Essere presidenti, così come far parte del comitato direttivo, rimane comunque una posizione totalmente volontaria e non retribuita. Sicuramente rappresenta un salto in termini di impegno, ma non muta la sua natura. Fare attivismo in un momento di questo genere non è facile perché tutto ciò che è attivismo per i diritti umani ha bisogno di avere luoghi d’incontro. Questa situazione ha complicato le cose e ha fatto passare il movimento attraverso diverse fasi: una prima fase di difficoltà ad adattarsi, dove si è cercato, nel rispetto delle regole, di portare avanti le attività (assemblee, incontri, iniziative), e una seconda fase in cui si è cominciato ad organizzare momenti di scambio via telematica. Adesso cerchiamo di utilizzare al meglio il tempo che abbiamo per approfondire i vari temi ed essere pronti quando potremo uscire di nuovo. Da un punto di vista lavorativo della sezione, abbiamo un ufficio a Roma dove lavorano circa sessanta persone, molte di loro in smart working, ma è sempre rimasto operativo. Una delle nuove iniziative che si trova sul sito ufficiale è la campagna che abbiamo lanciato “NessunoEscluso”, che cerca di tutelare i diritti umani di tutti coloro che a causa del virus stanno soffrendo.” 

Il caso di Patrick Zaky ha colpito l’Italia intera, ma in particolare i suoi compagni di Bologna e l’Università stessa, che fin dall’inizio ha cercato di collaborare e di entrare in contatto con le autorità egiziane. Purtroppo, l’emergenza globale del coronavirus ha spento i riflettori sulla sua vicenda, ma sappiamo che Patrick si trova ancora rinchiuso in custodia cautelare nel carcere di Tora in Egitto sotto accusa di terrorismo e il 21 aprile per l’ennesima volta la sua udienza è stata rimandata a causa del virus (n.d.r. il 28 aprile è stata rinviata per la settima volta). Che cosa sapete al momento sulla sua condizione in carcere e con chi siete in contatto? Quali sono le prospettive di questa vicenda? Basandoti sulla tua esperienza passata, credi che questa situazione si risolverà positivamente per Patrick o c’è il rischio che possa diventare l’ennesimo caso di ingiustizia irrisolta?

“C’è una cosa importante da sottolineare: il rimandare l’udienza è un atto automatico, o meglio c’è un computer che rimanda in automatico le udienze che a causa del virus sono bloccate. Non dimentichiamoci che il lockdown nei paesi autocratici o dittatoriali come l’Egitto è un’opportunità per ridurre ulteriormente i diritti e le libertà dei cittadini. Se prima aveva un senso vedere cosa succedeva alle udienze, perché si poteva verificare se effettivamente qualcosa era cambiato a seguito delle pressioni internazionali, adesso ha poco significato perché di fatto non c’è nessuna udienza. L’ultimo atto come Amnesty, in accordo con il rettore della Facoltà di Bologna e il sindaco della città, è stato quello di inviare una lettera all’ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini, e chiedere una scarcerazione immediata per motivi di salute. La famiglia non lo sente più da inizio marzo, noi siamo in contatto con l’associazione con la quale faceva attivismo quando ancora si trovava in Egitto ovvero L’iniziativa egiziana per i diritti della persona, e con qualche amico di Patrick”.

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Fonte: La Repubblica

Patrick è purtroppo uno dei tanti prigionieri di coscienza che l’Egitto tiene nascosti nei centri di detenzione per annientare ogni tipo di rivolta e messa in discussione dello stato autoritario egiziano. Cosa significa libertà d’espressione in Egitto? Cosa rischiano i giornalisti, gli attivisti e chiunque voglia esprimersi e parlare liberamente sotto il regime di Al Sisi? Quali sono le attività di Amnesty in difesa dei diritti non solo di Patrick, ma dei molti altri detenuti?

“Quello di Al Sisi è un regime autoritario e la situazione durante il lockdown potrebbe anche essere peggiorata. Dai dati che abbiamo raccolto prima del virus, sappiamo che spariscono oltre 900 persone all’anno, una media di 2-3 al giorno: persone anche molto giovani, addirittura bambini, che scompaiono senza lasciare traccia per settimane o mesi. Patrick, nonostante la tragicità, è per così dire fortunato perché la sua sparizione è stata resa nota subito e questo ha permesso di creare fin dall’inizio un movimento nazionale e internazionale di protesta. Noi ci focalizziamo su di lui anche da un punto di vista simbolico, perché rappresenta le centinaia di persone senza volto, che però – non dimentichiamolo – un volto ce l’hanno e purtroppo non sempre le loro storie hanno modo di essere raccontate. Ci sono altri giornalisti e attivisti di cui ci occupiamo, molti dei quali rientrano tra i quattromila arresti effettuati nel corso della campagna repressiva di settembre 2019, come Alaa Abdel Fattah (popolare blogger egiziano accusato di “diffusione di notizie false” e “appartenenza a un gruppo illegale”) che ancora oggi si trovano in regime di carcere preventivo. Noi cerchiamo di seguire il maggior numero di storie per evitare che vengano dimenticate: infatti, da settembre a oggi, abbiamo denunciato l’arresto di quasi 2300 persone”.

Il 22 aprile è stato organizzato un incontro in diretta Facebook da ADI Bologna, Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia, per discutere pubblicamente del caso Zaky e dello stato repressivo di Al Sisi. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, vi ha partecipato ed è intervenuto utilizzando due parole che a suo parere definiscono chiaramente l’Egitto come uno “stato d’emergenza permanente”. Queste parole sono state “paura” e “incertezza”. A tua volta se dovessi usare due parole per descrivere le dinamiche di questo Paese pensando al suo sistema giudiziario e alla repressione militare, quali sceglieresti e perché?

“Riccardo come nostro portavoce ha usato le parole che nella lettura di Amnesty rappresentano la nostra condizione e il regime di fronte al quale ci troviamo. Noi abbiamo anni di richiesta di verità e di lotta per Giulio Regeni, conosciamo il regime con il quale abbiamo a che fare. Ma ci definiamo anche indignati e ottimisti. A volte l’ottimismo di fronte a regimi così sordi al rispetto dei diritti umani resta difficile da mantenere, ma cerchiamo sempre di rivolgere il nostro impegno affinché non si creino un silenzio e un oblio sulle vicende di queste persone. L’associazione l’anno prossimo compirà sessant’anni, io ormai ne faccio parte da venti e Riccardo dai primordi. Non dobbiamo dimenticarci che quasi tutte le settimane abbiamo la possibilità di comunicare e pubblicare anche buone notizie. Le parole di Riccardo sono le più adatte sicuramente, ma io aggiungerei comunque un ottimismo che serve per continuare la lotta. E non è un ottimismo che cancella la paura, oppure ottuso che non si rende conto della situazione: è un bisogno che ci dà speranza”.

Per concludere, Riccardo Noury ha anche parlato dei diritti umani in termini di valori universali dell’uomo. Amnesty International fonda il suo lavoro sulla Dichiarazione universale dei diritti umani e di conseguenza possiamo dire che Patrick rappresenta in un certo senso tutti noi, o almeno dovrebbe, perché quando qualcuno in una parte del mondo è privato dei propri diritti, è un affronto per il genere umano stesso. Come presidente, ma anche come attivista e come essere umano, che cosa ti aspetti dal futuro post-pandemia, quando questo stato di emergenza globale cesserà?

“Se penso agli attivisti per i diritti umani, li considero un popolo molto ampio, oltre l’organizzazione di Amnesty. Il nostro compito diventerà molto importante con l’uscita da questa situazione emergenziale, proprio perché non sarà facile uscirne. La tendenza a mantenere aspetti dell’emergenza da parte di Stati e governi c’è già e ci sarà anche in futuro. Pensiamo a Stati come il Brasile, o a quello che sta succedendo nelle Filippine, o in paesi più vicini all’Italia come la Polonia e l’Ungheria, dove esistono governi per i quali il Covid-19 è stata una manna dal cielo (s’intende che i vari paesi hanno avuto modo, grazie all’emergenza sanitaria, di usare misure più repressive ed esercitare un potere più autoritario, n.d.r.). Questa situazione può essere un’opportunità per cercare di non tornare a una certa realtà e per raggiungere un modo di vivere meno indifferente alla natura e agli altri. È nostro compito coltivare uno spirito di fratellanza per poter avere un futuro migliore. Ci dovremo scontrare con la paura che questa pandemia ha creato, come la paura di dover tornare a chiuderci nelle case e questo potrebbe facilitare l’attuazione di sistemi di controllo sulla popolazione. Dobbiamo prenderci cura delle categorie che sono rimaste ai margini, ma non solo in Egitto, parlo anche dell’Italia. Pensiamo alla violenza domestica: in questo periodo è stato registrato un aumento drammatico di denunce e questo ha fatto sì che si creasse una nuova attenzione su uno dei problemi più grandi di questo paese. Abbiamo ricevuto un segnale chiaro di un problema sociale e dobbiamo ascoltarlo. Tutti dobbiamo mettere in pratica le lezioni che abbiamo appreso, dobbiamo evitare che la paura ci paralizzi al punto da accettare violazioni di diritti umani non necessarie e far finta che andrà tutto bene, perché non andava tutto bene nemmeno prima”.

Lucrezia Quadri

Fonte immagine di copertina: Riccardo Noury su Facebook

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