Siamo lavoratori e lavoratrici, non eroi

Per un Primo maggio così diverso dal solito, abbiamo deciso di raccontare le storie di chi ha vissuto sulla propria pelle la crisi innescata dalla pandemia. Storie diverse di lavoratori e lavoratrici che sperimentano differenti forme di precarietà, in un ricatto morale tra la salute e il salario. Perché se in un momento normale avere un lavoro conta, ai tempi del Covid-19 è una vera e propria sfida. Tenersi stretto il proprio posto può costare caro in termini di salute, ma perderlo può avere conseguenze drastiche.

Le cinque testimonianze che abbiamo raccolto raccontano come lavoratori e lavoratrici si svegliano ogni mattina e affrontano alla giornata la loro sorte. Rifiutano il termine eroe: non hanno forza e poteri sovrumani, ma dubbi, incertezza e frustrazione. I tempi del Covid-19 non sono fatti per il guerriero kalòs kagathòs, bensì per un’umanità piena di spleen, malinconia e sensazione di precarietà, e alla ricerca di resilienza.

C’è chi in questi mesi ha continuato a lavorare, come Stefano, operaio nell’industria del vetro che, nonostante i pochi dispositivi di sicurezza, si è offerto volontario per mantenere in vita la fabbrica, e per assicurarsi un futuro al suo interno; o come Michela, dipendente di un supermercato, che, senza volerlo, si è ritrovata in prima linea e che ha paura che la superficialità, nei prossimi mesi, possa compromettere la salute sua e di tutti gli altri. C’è poi Claudia, dipendente di una fabbrica alimentare, che continua a lavorare e si sente fortunata, nonostante le protezioni non siano a norma e la sua salute è rischio. C’è Francesco, specializzando anestesista in Belgio che ha dovuto aumentare i suoi turni di lavoro esponendosi al rischio della malattia. E c’è Giulia, assistente personale di una ragazza con disabilità che, per tutelarne la salute, ha dovuto momentaneamente interrompere ogni rapporto con lei, e di conseguenza non sa quando potrà ricominciare.

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credit: Flickr

Stefano, operaio 

Io lavoro in una fabbrica di trasformazione del vetro, e che lavora a ciclo continuo. Contati male, siamo in 120 persone.  Le date non sono il mio forte, ma fino a pochi giorni prima del lockdown, in fabbrica non c’era molta agitazione, non per quello che riguardava il Covid-19 almeno. Il nostro pensiero era concentrato sulla vita stessa della fabbrica, che già con la crisi del 2008 aveva mostrato un gran coraggio e spirito imprenditoriale, riuscendo a far sopravvivere la nostra realtà, che, essendo qualificata come “media impresa”, deve lottare con le grandi multinazionali. È stato un periodo durissimo per tutti, ci sono stati dei tagli sofferti, ma siamo riusciti a rimetterci in piedi. Ora la nostra preoccupazione si è concentrata sulla domanda: “supereremo anche questa?”.

L’agitazione per il virus era contenuta perché fin da subito l’azienda ha cercato di mettere le mani avanti: avevamo già cominciato a diversificare le varie lavorazioni e giorno per giorno uscivano nuove direttive per il distanziamento e per evitare, dove possibile, l’assembramento. Ricordo che qualche giorno prima del lockdown erano stati esposti orari diversificati per mensa e spogliatoi. I primi segni di agitazione reale sono arrivati quando sono venute a mancare le mascherine (il nostro è un lavoro polveroso e prevede già di per sé l’uso non obbligatorio di mascherine). Cominciavamo a guardarci con sospetto, puntando il dito a chiunque starnutiva o ci si avvicinava troppo. Personalmente, il mio pensiero era tutto puntato al futuro, dell’azienda, quindi mio. 

Quando si è cominciato a parlare della certezza del lockdown, mi è venuto un brivido lungo la schiena.  Il cuore della nostra fabbrica è il forno fusorio, dove viene prodotto il vetro in forma liquida a circa 1400 gradi.  Spegnere il forno,  dall’oggi al domani, significa chiudere per sempre la fabbrica.  Sapevamo che questa chiusura sarebbe stata un altro forte colpo, dopo quello non del tutto riassorbito del 2008, che avrebbe potuto essere fatale. Sapendo questo, con la testa proiettata al futuro,  assieme a dei colleghi mi sono fatto avanti per offrirmi come “volontario” per la salvaguardia del forno, sperando che la proprietà lo mettesse in “vegliosa”, ovvero lo mantenesse in temperatura senza spegnerlo. Così è stato. Siamo stati scelti in 8. Muniti di mascherine a volte non propriamente regolari, abbiamo così, giorno dopo giorno, garantito la corretta sopravvivenza del forno. Personalmente non mi sono più lavato nelle docce dell’azienda, ho rivestito con dei sacchi l’interno della macchina, tornavo a casa, mi spogliavo mettendo gli indumenti in uno scatolone e ci spruzzavo del disinfettante sopra.

Non c’è giorno che passi senza che io mi faccia mille domande. La risposta è sempre la stessa: oggi sono qua, vediamo di dare un senso a questa giornata. Non so se la fabbrica dove lavoro da 20 anni avrà la forza di riprendersi, di sicuro io mi impegnerò perché questo accada. Per il resto, ora vado a letto, domani alle 6 comincio il turno, con mascherina (magari una nuova, che la mia ha 10-12 giorni) guanti e tanta, tanta voglia di farmi meno domande.

Michela, assistente grocery Coop alleanza 3.0

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credit: Flickr

Il mio punto vendita è lontano dal centro città e molte persone erano e sono tuttora terrorizzate dalle possibili multe e convinte di non poter andare così lontano per fare la spesa, nonostante il supermercato sia all’interno del comune. A fine febbraio, quando hanno annunciato la chiusura delle scuole ma ci si poteva ancora spostare, anche il mio punto vendita è stato preso d’assalto nel fine settimana: file lunghissime, gli scaffali della farina, dei legumi, della pasta e della carta igienica quasi completamente svuotati. Poi, con l’entrata in vigore dei decreti, l’affluenza da noi è calata. Abbiamo quindi dato molti aiuti ai supermercati di Coop alleanza che avevano più clientela da gestire. Ciononostante, il lavoro è stato comunque piuttosto impegnativo: dover usare mascherina e guanti ti mette in sicurezza ma è “soffocante”, si fa fatica a respirare soprattutto perché il lavoro è ad alto ritmo dato il bisogno di mantenere gli scaffali pieni e far trovare ai clienti tutto il necessario in tempi rapidi. Anche il modo di fare spesa è cambiato. Ci sono persone che non capiscono la situazione e vengono per della birra, del latte, o poche cose “in croce”, ma la maggior parte fa scorta e arriva quindi con carrelli belli pieni. Con i colleghi cerchiamo di ridere e scherzare come nella normalità per mantenere un bell’ambiente. Stare con la mascherina e vedere solo gente messa così è brutto, ma è ancora più brutto vedere chi non capisce e non rispetta le regole, chi per parlarti si avvicina e toglie la mascherina. Ci è capitato di ricordare a una signora di mantenere le distanze mentre chiedeva informazioni e di sentirla rispondere “sì, ma con gli altri clienti, non con voi (dipendenti, ndr)” e questo è assurdo, come se non fossimo persone anche noi o se fossimo immuni. Allo stesso tempo, però, ci sono stati anche clienti che ci hanno ringraziati: un signore ha detto a una mia collega “anche voi come medici e infermieri meritate un grazie, perché siete sempre rimasti aperti nonostante i rischi.”

I prossimi mesi? Non lo so, ho paura che la stanchezza provocata da questa situazione faccia comportare le persone in maniera più superficiale, dimenticando in fretta l’attenzione che ci vuole.

A livello di sicurezza, ci hanno fornito mascherine e guanti, anche se subito le mascherine scarseggiavano quindi inizialmente sono state date ai reparti più a rischio (cassiere e servizio a banco), poi nel giro di qualche giorno sono state consegnate anche a tutti gli altri dipendenti. Per la gestione del piano psicologico hanno attivato un numero per chi è particolarmente stressato o per chi semplicemente avesse bisogno di un sostegno dal punto di vista psicologico. Se si hanno sintomi non si può entrare a lavoro. All’ingresso, per i clienti, viene fornito materiale per igienizzare il carrello e le mani, e guanti e mascherine per chi non ne fosse dotato, che sono obbligatori per entrare all’interno. Si sta sempre attenti al mantenimento delle distanze. Come forma di aiuto è stata anche attivata la “spesa sospesa”, ovvero chi ha la facoltà può donare qualcosa che poi verrà distribuito alle famiglie in difficoltà.

Claudia, dipendente in una fabbrica alimentare

Avendo studiato biotecnologie i virus so bene cosa sono: il Coronavirus è un retrovirus, quindi diciamo che ho capito la situazione abbastanza rapidamente e all’inizio ho passato una fase di ansia. Vedevo che le persone intorno a me non avevano capito assolutamente la situazione. Quindi uno teme per la propria salute e per quella dei propri cari.

Il primo decreto è uscito l’8 marzo,  una domenica. Avendo capito la gravità della situazione mi sono quindi presentata lunedì al lavoro con guanti e mascherina. I guanti li ho presi dal nostro laboratorio, invece la mascherina l’avevo io a casa. Sono stata presa in giro sia dagli operai che da personale sopra di me. Facevano battute: “non ti si vede neanche la faccia”, “non ti si riconosce neanche”, “come va in giro”. Io me ne sono altamente fregata e ho continuato ad avere guanti e mascherina. Martedì uguale. Mercoledì si è iniziato a vedere qualche miglioramento: sono state date delle mascherine anche agli operatori in linea. Da giovedì [12 Marzo, ndr] avevano tutti guanti e mascherina. Lunedì ho chiesto al responsabile della sicurezza degli igienizzanti per le mani e per il bancone. Mi sono stati dati intorno a mercoledì e giovedì, quando più o meno tutti hanno capito la situazione.

Nella fabbrica sono state affisse delle disposizioni che indicano che dove non si possono mantenere le distanze di oltre un metro la mascherina è obbligatoria, mentre invece dove si possono mantenere le distanze la mascherina non è obbligatoria, ma viene fornita comunque se qualcuno la dovesse chiedere. Purtroppo in laboratorio un collega si rifiuta tuttora di portare sia guanti che mascherina, abbiamo litigato.

In teoria le mascherine  dovrebbero essere cambiate ogni turno, quindi durano 8 ore. All’inizio sono state fornite mascherine con filtro FFP1, che venivano distribuite col contagocce: due nel giro di due settimane, poi ovviamente sono finite e ci hanno dato sei mascherine in tessuto, lavabili, palesemente non a norma. Io non ho osato metterle perché appunto non proteggono niente. Dopodiché ci sono state fornite due mascherine metà in tessuto e metà col filtro lavabile. Dopo una settimana la lavi e si disintegra, quindi buttata. Adesso finalmente sono arrivate le mascherine col filtro FFP2, però anche quelle col contagocce, due a testa: ripeto, dovrebbero essere cambiate ogni 8 ore e noi non lo facciamo. Quindi, per non sporcare la mascherina sotto, mi metto quella in tessuto sotto e quella col filtro sopra, anche se la respirazione diventa un po’ difficile. E vado avanti così adesso, da due settimane.

Vado al lavoro, sono in contatto con un sacco di persone e rischio. Perché tra l’altro ci sono anche persone che appunto vivono nel loro mondo e non hanno capito la gravità della situazione. Non nego che anche qui ci siano stati dei casi, ma non c’è neanche la possibilità di fare tamponi, e quindi quando ritornano non si sa se sono ancora positivi. Ad oggi abbiamo circa 15-20 operai in meno perché malati. Quindi sì lavoro, però rischio. Mio fratello, che si era ammalato, fortunatamente è guarito. Poi purtroppo è venuto a mancare mio zio. Mi sono abituata a sentire mio papà e i miei nonni in videochiamata ma, anche se la tecnologia è di supporto, non potrà mai sostituire ciò che ti dà un abbraccio o vedere una persona.

Francesco, specializzando di anestesia e rianimazione in Belgio

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credit: Flickr

Sono uno specializzando di anestesia e rianimazione in Belgio, a Gent. Parlo della situazione nell’ospedale universitario di Gent e non del Belgio in generale perché la situazione Covid-19 è stata gestita in maniera diversa tra ospedale e ospedale. Mi è capitato di lavorare con pazienti Covid, perché lavorando in sala operatoria abbiamo dovuto operare anche pazienti positivi al virus, e come specializzandi e anestesisti abbiamo dovuto dare una mano in pronto soccorso e terapia intensiva per intubare, perché è una procedura ad alto rischio e deve essere fatta dal personale con più esperienza possibile, ovvero anestesisti e rianimatori. 

All’inizio non siamo stati messi del tutto nelle condizioni di lavorare in sicurezza, se si pensa a come vanno in giro i medici in Cina e in Italia c’era una grossa differenza con il Belgio. Semplicemente ci avevano fornito una mascherina extra e un paio di occhiali di protezione. Con il passare del tempo, man mano che si lavorava sempre più frequentemente con pazienti positivi, ci hanno fornito delle face shields, uno schermo per coprire completamente il viso, e altri camici. Abbiamo dovuto lavorare più del solito? Dipende. C’è stato un estremo carico di lavoro per la terapia intensiva, per cui alcuni colleghi hanno dovuto lavorare quasi ogni weekend oltre alla settimana (di solito c’è una rotazione), dall’inizio della pandemia fino ad adesso. Significa aver lavorato costantemente, con poco riposo o niente. Per facilitare le cose, la terapia intensiva dell’ospedale di Gent ha chiesto al reparto di anestesia e altri di mandare degli specializzandi per alleggerire il carico di lavoro di questi colleghi. Per questo, oltre a lavorare in sala operatoria e anestesia, ogni tanto ho dato una mano in terapia intensiva, e una notte in pronto soccorso, non solo per Covid ma anche altre patologie. 

Penso che il lavoro dei medici cambierà parecchio. L’ospedale purtroppo rimane un’azienda e come tale deve fatturare. Le operazioni sono state drasticamente ridotte a causa dell’epidemia. Questo avrà come effetto – purtroppo temo io e non solo – che quando la pandemia sarà risolta, dovremo lavorare molto di più per recuperare questa perdita economica. 

Un’ultima cosa. Non solo in Belgio, ma anche in Italia e altri Paesi, si tende a parlare a sproposito pur non sapendo assolutamente come si trasmette il virus. Vorrei dire a queste persone di tacere, se dovete iniziare frasi con “non sono un medico, ma…”, no, non parlate di ciò che non sapete. Non siete un medico. Punto.

Giulia, studentessa Unibo, assistente personale

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Giulia in uno scatto di Tommaso Mitsuhiro Suzude

Da ormai tre anni ho un contratto a tempo indeterminato come assistente personale di una persona con disabilità. Da marzo però, purtroppo, non ho più potuto lavorare perché la ragazza a cui faccio da assistente ha delle fragilità, per cui non si poteva rischiare che io la contagiassi o lei mi contagiasse. Inizialmente con la famiglia abbiamo deciso di non decidere; non solo hanno accolto l’idea che io non andassi più al lavoro, anzi, sono stati i primi a chiedermi di evitare di andare per mantenere la tranquillità in casa. Con il passare delle settimane abbiamo capito che la situazione non si sarebbe risolta velocemente e quindi per marzo e aprile non ho lavorato e non ho ricevuto lo stipendio. Siccome non sappiamo quando potrò tornare al lavoro, la famiglia mi ha fatto una doppia offerta: prendere la disoccupazione previo licenziamento, oppure continuare a mantenere in essere il contratto e accordarci in forma privata su come recuperare le ore perse in questi mesi. Ovviamente la situazione è molto complicata perché io non ho lavorato e non ho percepito nemmeno lo stipendio. L’Inps, attraverso il quale la famiglia ha istituito con me il contratto HCP (Home Care Premium), a marzo e aprile non ha pagato il contributo grazie al quale io vengo stipendiata e la famiglia stessa non sa se questo verrà erogato successivamente anche per i mesi passati o se si ripartirà da maggio o addirittura da giugno.

Sono in un limbo: non so cosa aspettarmi, la famiglia stessa non sa cosa aspettarsi, e ovviamente non abbiamo una terza parte a cui rivolgerci che ci sappia dare un’assicurazione o un prospetto sui mesi a venire. Possibile che la situazione rimanga in questa fase di stasi ancora per molto tempo. L’unica cosa di cui sono molto grata è il rapporto di dialogo e apertura che ho con la famiglia della ragazza, per cui tutti capiamo che non si tratta di una situazione facilmente risolvibile e ci aggiorniamo di settimana in settimana per poter essere tutti il più possibile tutelati dal punto di vista lavorativo e umano, e poter ricevere il trattamento migliore possibile.

Immagine di copertina: dmbosstone su Flickr 

Anna Toniolo e Alessia Biondi

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