“Con l’arte non mangio. Men che meno col resto”

Al primo sorso di caffè mi sovviene il pensiero atroce che il problema più grande sono gli ultimi quindici anni della mia vita. Sarà che nell’ultimo trasloco ho inscatolato Une histoire modèle di Queneau e mi ha sopraffatto l’idea perentoria che la storia non sia altro che l’infelicità degli uomini nell’imprevedibilità dell’universo. Un bel programma di sabotaggio della natura fra terremoti, acquazzoni e bacilli. In questi giorni di clausura straordinaria non riesco a trovare una parola che sia così calzante da riassumere la mia ciabattante condizione di apatia, noia, accettazione, speranza, felicità, euforia, inquietudine, sconforto e malinconia. Se non sapessi di offendere qualcuno direi che sono depresso. Non è la parola giusta, ma il concetto impreciso è quello. Un concetto che è il frutto degli ultimi quindici anni della mia vita. Ma è bene fare ordine e circoscrivere la faccenda. Sono senza lavoro. In un mese li ho persi tutti e tre.

Se questo fosse un interrogatorio, ammetterei di essere Giacomo Gelati, nato a Bologna nel 1988 e che gli ultimi quindici anni li ho spesi suonando per l’Italia e per il mondo: centinaia di concerti con la mia band dai tempi del liceo, Altre di B, e decine come chitarrista turnista de Lo Stato Sociale. Aggiungerei che, simultaneamente, mi sono laureato in Scienze della comunicazione, mi sono iscritto all’albo dei giornalisti, ho collaborato per 12 anni con la redazione sportiva di un quotidiano e, in contemporanea, ho lavorato 10 anni come operaio agricolo in un’azienda vinicola, trovando anche il tempo per la conduzione di due trasmissioni radiofoniche. Il mio alibi sarebbe che non ho avuto tempo di fare nient’altro che questo, s’intende. Se questo invece fosse un colloquio di lavoro direi le stesse cose ma in un altro ordine, visto che per buona parte della gente, anche nella mia cerchia di amici, la musica, l’arte, è un adorabile passatempo (e l’appiglio per chiamarti a suonare ai loro matrimoni. Gratis, s’intende). Sono senza lavoro, dunque. In un mese li ho persi tutti e tre e in queste giornate passate a scartabellare il web a caccia di un impiego, ho preso coscienza del fatto che la mia propensione (talento, attitudine, natura, sensibilità, come più vi piace) artistica, o per meglio dire culturale, non si confà a questo mercato del lavoro e alla maggior parte dei requisiti richiesti per inviare una candidatura: come me c’è uno sterminato elenco di disoccupati propendenti all’arte (uno dei quali, Mirko Bertuccioli de I Camillas, ha recentemente perso la vita a causa del virus).

Con l’arte almeno per il momento ho smesso di mangiare. E in soccorso dei tanti artisti che non hanno la possibilità di lavorare a causa dell’emergenza sanitaria, la collecting NuovoImaie, che si occupa della tutela dei diritti connessi dovuti allo sfruttamento di opere audiovisive e musicali, ha istituito un fondo speciale per gli iscritti. Ma ciò che preoccupa non è tanto la condizione corrente, quanto gli scenari che si apriranno. Quando sarà possibile rivedere gli artisti su un palcoscenico? Quali misure di sicurezza verranno adottate per la riapertura dei locali? L’emergenza e la crisi economica inficeranno sui cachet degli artisti? Ci sarà uno sgonfiamento dei prezzi? Qualche artista potrebbe pensionarsi? Chi resisterà al colpo di coda del virus?

Presa e messa da parte l’arte, c’è tutto il resto. C’è ad esempio il mondo dei collaboratori giornalistici. Spesso sottopagati, smerigliati dai contributi, in fila indiana davanti alla porta a vetri della redazione attendendo anche 12 anni per un’assunzione: virtualmente dentro, realisticamente fuori. Collaboratori che devono essere partecipativi, ché se non gli sta bene “quella è la porta” (non quella della redazione), perché quel posto è sì precario, ma pur sempre un privilegio che altri non hanno. Una professione straordinaria e imprescindibile che poggia sul terreno incerto dell’obsolescenza della carta, ma capace di stare al passo coi tempi della tecnologia nei casi più nobili, o in una stasi penosa in tutti gli altri. Una professione che diversifica chi può iscriversi a una scuola di giornalismo, e bruciare così le tappe verso l’esame di idoneità professionale, da chi non può permettersi scuole e master e per svolgere l’esame deve coprire 18 mesi di praticantato, o peggio ancora chi in 12 anni non ha maturato che un solo mese dell’agognato praticantato.

zappa terra
Foto di Giacomo Gelati

Infine c’è il mondo degli operai agricoli, del quale è facile immaginare pro e contro. Tutti i benefici del lavoro in mezzo alla natura, il prodigio dell’uva che diventa una bottiglia di vino, il profumo delle barrique, il ronzio delle api, i falchi che ciondolano sul vigneto, il borbottio del trattore a fondo valle, il rumore delle forbici in vendemmia, l’assenza di elementi umani all’orizzonte, il pittoresco, una sorta di tregua naturale dai conflitti del mondo. Incantevole. Ma ci sono anche i contratti stagionali (che se sei fortunato accumuli tanti giorni di lavoro per richiedere la disoccupazione agricola), ci sono le paghe carenti per cotanta mole di lavoro e qualche disattenzione nell’ambito della sicurezza degli operai. In tempo di crisi con l’arte non mangio, dunque, ma manco col resto.

E le domande che mi pongo diventano tanto più assillanti quanto più farmi mantenere dalla mia famiglia a 32 anni è la madre di tutte le vergogne. Ho fatto abbastanza? Mi sono impegnato a sufficienza? Ho studiato troppo poco? Il problema è mio? Il problema è del mercato del lavoro? È un problema generazionale? È un problema? Faccio bene il mio lavoro, o sono acciecato dalla presunzione di essere bravo e indispensabile? Una risposta sola non c’è. Anche perché in un sistema complessivamente meritocratico come ritengo essere questo, assunzioni e avanzamenti di carriera ci sono, potrei portare decine di esempi. Ma non è sufficiente a dar risposta alla mia attuale condizione, che altro non è che la condizione di tanti. Una condizione pacata e velatamente insidiosa: la sala d’attesa di un dentista, praticamente.

Al primo sorso di caffè mi sovviene il pensiero atroce che il problema più grande sono gli ultimi quindici anni della mia vita. Vale a dire l’uso che ho fatto del mio tempo, del mio denaro, dei miei studi, dei miei viaggi, della mia rete di conoscenze, delle competenze acquisite, del mio lavoro, dei miei tanti errori, di tutto quello che mi ha fatto vivere una vita che prima di questo caffè ritenevo svincolata e ricca, vagabonda, bella, anarchica, potente e nell’insieme migliorante, specie per un timido come me che si è dovuto dare un gran da fare per affrontare tutti i pubblici della vita, dalle recite scolastiche alle commissioni d’esame. Gli ultimi quindici anni sono il problema perché sono stati sufficienti un virus e un libro di Queneau a farmi naufragare in una tazzina di caffè. Per poi andare a mendicare dai miei genitori. È forse questo il prezzo che paga chi segue le proprie propensioni, il proprio sogno nascosto, tutto ciò per cui valga la pena scender dal letto la mattina?

Giacomo Gelati

Immagine di copertina pubblicata sulla pagina Facebook Altre di B

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