“Under the Wire”: la responsabilità di raccontare

Under the wire è un documentario crudo, atroce ed estremamente sconvolgente.

È il 2012 quando il fotogiornalista Paul Conroy e la corrispondente di guerra del Sunday Times Marie Colvin entrano clandestinamente in Siria per testimoniare il massacro che il regime di Bashar al-Assad sta mettendo in atto contro il proprio paese e la propria popolazione. Il loro obiettivo è quello di documentare la profonda tragedia vissuta dai civili della città di Homs: intrappolati nella distruzione, assediati dall’esercito siriano, completamente isolati dal conflitto. Marie perde la vita il 22 febbraio dello stesso anno, in piena missione, durante un attacco al media centre informale allestito dagli attivisti anti-regime dove lei e Paul si trovavano, mentre il fotogiornalista rimane gravemente ferito ad una gamba. Under the Wire racconta, avvalendosi di video ed immagini inedite, quella che fu una delle esperienze più dure e segnanti della carriera di Colvin e Conroy, scandita dalla testimonianza di giornalisti che hanno collaborato con loro durante la loro immersione nel conflitto siriano.

Un documentario necessario per dare voce al silenzio

Nel febbraio del 2012, poco dopo lo scoppio della guerra civile in Siria, l’esercito siriano inizia un’offensiva contro la città di Homs, roccaforte ribelle del paese, che terminerà con un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite nell’aprile dello stesso anno.

Decisi ad entrare nel paese, dopo diversi giorni trascorsi a Beirut, Conroy e Colvin riescono ad attraversare le montagne tra il Libano e la Siria e, grazie al sostegno di alcuni attivisti, raggiungono la città di Homs e il quartiere di Baba Amr, uno dei più gravemente bombardati durante il regime di Bashar al-Assad. Evitano insperatamente i campi minati, passando attraverso un tunnel che in quella situazione rappresentava una delle poche opzioni ancora praticabili per infiltrarsi nel paese, e cominciano a narrare la spietata realtà di una città sistematicamente vittima di un massacro crudele. I rischi sono altissimi: diversi informatori avevano avvertito preventivamente Conroy e Colvin che il regime di Assad sarebbe stato pronto ad uccidere qualsiasi operatore dell’informazione pur di non far percepire all’esterno la distruzione che stava avvenendo in Siria.

In una situazione estrema di orrore e morte, a cui i giornalisti occidentali partecipavano al prezzo di terribili rischi, Conroy e Colvin decidono di mettere la loro vita sul filo del rasoio per testimoniare le barbarie che si stavano perpetrando. “Non era la guerra come la  conoscevamo: era un massacro”: così Conroy nel documentario definisce il conflitto che si svolgeva davanti ai suoi occhi. Si può parlare di una situazione crudelmente paradossale, in cui bombardamenti continui colpivano la popolazione civile, rendendola ostaggio di condizioni disumane e non rispettose dei diritti fondamentali dell’uomo, mentre il regime dichiarava ostentatamente alla comunità internazionale che ciò che stava accadendo non era affatto una guerra e che nulla stava turbando la quotidianità dei civili.

La decisione dei due reporter di raccontare la carneficina in Siria è spesso definita all’interno del documentario come una responsabilità etica: un’urgenza impellente di raccontare le inesprimibili sofferenze e la quotidiana tragedia dei civili, di diventare gli occhi di un intero mondo inconsapevole. È lo stesso Conroy a ribadire l’importanza di trasmettere a qualunque costo le storie delle persone che stavano vivendo immerse nell’orrore: un vero e proprio obbligo morale implicato nella sua stessa presenza in Siria.

Ma protagonista indiscussa del lungometraggio è Marie Colvin, ricordata come una donna straordinaria, “più unica che rara” come ripete spesso il fotoreporter. Una donna che doveva raccontare, una donna che sarebbe potuta tornare indietro, che avrebbe potuto salvarsi, ma “perché avrebbe dovuto farlo, se ad altri non era concesso farlo?”. La sua vocazione era quella di dare voce alle vite martoriate delle persone, di esserne testimone e messaggera, per poter poi rivelare e ricordare al mondo intero ciò che i suoi occhi vedevano.

Il mestiere del giornalista può fare la differenza

Under the Wire” è un documentario intenso e necessario; fondamentale per dare una voce ancora più concreta alla storia di una guerra per lungo tempo ignorata: non soltanto una storia di vite umane stroncate dalle bombe e dai cecchini, ma di un regime che ignora completamente i diritti della propria popolazione. Un documentario importante anche per dimostrare l’ancora attuale e fondamentale ruolo giocato dai giornalisti presenti sulle zone di conflitto, impegnati a raccontare realtà soffocate che altrimenti l’opinione pubblica occidentale ignorerebbe, mettendo spesso a repentaglio la propria incolumità e la propria vita per completare la propria missione.

Come dichiara Reporters sans Frontieres, l’organizzazione non governativa che protegge e difende la libertà e il diritto di stampa, nelle zone di guerra la legislazione internazionale è purtroppo ancora insufficiente per proteggere efficacemente i giornalisti, che continuano ad essere uccisi o ad essere oggetto di violenze, minacce e intimidazioni.

Persone come Marie Colvin, Paul Conroy e altri giornalisti che sono morti o hanno rischiato la vita in aree di conflitto, sono necessarie per dimostrare come questo mestiere possa ancora “fare la differenza e non sia vano”, e quanto la responsabilità dei giornalisti non finisca con il loro ritorno a casa, ma continui a pesare sulla loro coscienza, imponendogli di divenire testimoni delle persone e delle storie che incontrano, che non chiedono altro se non di essere raccontate.

 

Anna Toniolo

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