Cosa resterà di questo Friday for Future?

Forse sono finalmente finiti i tempi della cieca fiducia nell’infinitezza delle risorse: la favola capitalista per la quale tutti acquistano tutto, a più non posso e a prezzi sempre più bassi si è rivelata per quello che è: una favola, appunto. E senza nemmeno un gran lieto fine. Oltretutto se questo modello poteva risultare (quasi) sostenibile finché interessava solo la parte di mondo per così dire “ricca” (Europa e Nord America in primis), oggi esso viene adottato sempre di più anche in altre zone del mondo in rapido sviluppo. Il successo dello sciopero del 15 marzo scorso ha mostrato abbastanza chiaramente come le nuove generazioni sembrino tuttavia più attente e consapevoli delle conseguenze tragiche che il nostro attuale modello di sviluppo e consumo sta causando.

L’iniziativa del 15 marzo non può – e non deve – essere vista però come l’iniziativa isolata portata avanti da un’appassionata adolescente. Soltanto negli ultimi mesi, ad esempio, il pubblico bolognese ha avuto modo di vedere due documentari made in Italy, in fondo abbastanza simili come tematiche e messaggio: The Milk System di Andreas Pichler e Soyalism di Stefano Liberti. Il successo di pubblico di entrambe le proiezioni – rispettivamente presso il Cinema Galliera in ottobre e poi gennaio e presso il Cinema Lumière a marzo – è un segnale che va interpretato positivamente, come un maggior interesse e forse anche consapevolezza verso quello che è lo sfruttamento delle risorse a scopo alimentare.

Un viaggio nei sistemi produttivi di latte e carne: tra globalizzazione e sfruttamento delle risorse

Il primo film infatti (come si intuisce facilmente dal titolo) è una sorta di viaggio in quella che è la produzione del latte, vista in prospettiva sociale, economica, etica e in parte anche storica. Chiedendosi come sia successo che l’industria casearia sia diventata così importante nelle nostre economie, ma soprattutto come sia avvenuta la vera e propria globalizzazione della suddetta industria, dato che latte e formaggi coprono un ruolo sempre maggiore nelle alimentazioni anche di Paesi  lontanissimi e che tradizionalmente non consumavano tali prodotti (in primis la Cina). La risposta data da alcuni contadini tedeschi intervistati nel documentario – e che oggi sono schiacciati dalla concorrenza asiatica, che sta portando il prezzo del latte a scendere, insieme con le loro possibilità di guadagno – è di una “precisa volontà politica”. Soprattutto da parte dell’UE, dato che questa avrebbe ignorato ogni protesta da parte di agricoltori e allevatori, favorendo di fatto le grandi lobby. Il documentario analizza anche quella che è la realtà degli allevamenti intensivi di mucche da latte in Europa: i mangimi utilizzati (a base di soia OGM), il problema dello smaltimento degli scarti degli animali e come questa produzione sia effettivamente ormai nelle mani di poche lobby potenti.

Soyalism è la storia di un altro viaggio, in realtà molto simile, questa volta sulle tracce della soia utilizzata per un diverso tipo di allevamento intensivo: non più di mucche da latte ma di maiali, non più europeo ma statunitense. Anche se alla fine la sostanza cambia poco: la globalizzazione è anche questo, analizzare i problemi del North Carolina per poi accorgersi che nella “nostra” Pianura Padana (come ha affermato lo stesso Liberti alla presentazione bolognese del suo film e nell’intervista rilasciata a TBU) le cose non sono troppo dissimili. La globalizzazione e industrializzazione del sistema latte e di quello dei suini hanno un impatto a livello mondiale: le tonnellate di soia che servono a nutrire gli animali degli allevamenti intensivi odierni arrivano soprattutto dal Brasile, dove ettari ed ettari di Amazzonia vengono disboscati e lottizzati a questo proposito, danneggiando profondamente le popolazioni locali. Per poi arrivare negli allevamenti intensivi di quelle aree del mondo più, per così dire, sviluppate. – tra cui sempre più spesso anche la Cina, dove, abbastanza curiosamente, la soia sarebbe anche coltivata da anni per il consumo diretto dell’uomo, ma avendo essa un prezzo più alto di quella sudamericana, gli allevatori preferiscono – ancora una volta! –  l’importazione all’utilizzo di risorse locali. Tali allevamenti sono essi stessi causa di disastri ambientali notevoli, vista la quantità enorme di feci e liquami prodotte dagli animali. Mentre le lobby e le multinazionali cannibalizzano completamente la produzione agroalimentare, spingendola sempre più verso quel modello industrializzato e “di massa” che comunque è necessario per poter garantire a miliardi di abitanti del pianeta (inclusi appunto quelli dei Paesi che adesso si vorrebbero adeguare all’alimentazione occidentale) un’alimentazione così improntata sul consumo di alimenti di origine animale a basso costo.

Le immagini di quei (pochi) allevamenti biologici indipendenti dalle grandi lobby e diversi nel sistema di produzione – che ad esempio non utilizzano i mangimi importati dal Brasile ma fanno pascolare realmente le mucche  le mucche a pascolare realmente – che sembrano  sopravvivere e non farsi stritolare dal sistema produttivo donano un po’ di speranza allo spettatore: la possibilità concreta di una piccola rivoluzione verde e consapevole. Così come la vittoria – raccontata in Soyalism – dei contadini del Mozambico che si erano opposti alla trasformazione dei propri territori in colture di soia, anche grazie al supporto ricevuto da tutto il mondo. Questo dimostra che la globalizzazione non è solo sfruttamento e rapporti asimmetrici di potere, ma può essere anche  il fare fronte comune in lotte e proteste contro problematiche condivise, in un mondo ormai sempre più interconnesso.

Verso (finalmente) una nuova consapevolezza?

Senza nulla togliere alle opere qui menzionate, non è però azzardato affermare che queste non raccontino nulla di completamente nuovo: circolano infatti da più di dieci anni rapporti della FAO a proposito dell’impatto drammatico degli allevamenti sul nostro pianeta, così come film quali Food Inc del 2008 e il popolare Cowspiracy (prodotto da Leonardo di Caprio nel 2014) avevano già affrontato questa tematica. Eppure, le abitudini alimentari della maggior parte di noi sembrano difficili da cambiare veramente. Vi è, per citare ancora una volta Liberti, una “distanza fisica che diventa anche una distanza cognitiva tra ciò che sappiamo e ciò che mangiamo”, una distanza tra l’uomo e il cibo che consuma e che spesso sembra impedire un reale cambiamento: la favola consumistica di cui sopra ha illuso tutti che carne e latte a basso prezzo siano un diritto inalienabile e un qualcosa di irrinunciabile. Certamente la circolazione di documentari come quelli qui citati, il loro successo di pubblico e iniziative come lo sciopero del 15 marzo hanno il grande merito di portare all’attenzione di molti tematiche di così grande importanza. Ma sta poi effettivamente al consumatore decidere consapevolmente cosa consumare e cosa no, se essere parte di questo sistema o meno.

A distanza di due mesi dal primo Friday for Future viene da chiedersi: cosa resterà di questa nuova ondata ecologista? Si tratterà di una moda passeggera o riusciremo effettivamente a cambiare la storia del nostro Pianeta e delle sue risorse?

Mara Carella

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