EuroTrump

EuroTrump (2017) di Stephen Robert Morse e Nicholas Hampson affronta ed esplora, come suggerito dal titolo, la manifestazione di un’ondata populista che, partendo dalla Brexit e dall’elezione di Donald Trump negli USA, sembra si stia attualmente abbattendo anche su quei paesi dell’Unione Europea fino a questo momento considerati più apertamente democratici.

Il Trump europeo evocato dal titolo è Geert Wilders, leader del Partito della Libertà nei Paesi Bassi: attualmente il secondo partito nazionale con 20 seggi, dietro i liberal-conservatori di Mark Rutte, l’attuale Primo Ministro.

Noto alla stampa internazionale da qualche anno per le sue posizioni anti-islamiche, diventate molto popolari dopo gli attacchi terroristici in Europa degli ultimi anni, Geert Wilders è in realtà un personaggio estremamente diverso da Trump. Certamente, i due condividono alcuni aspetti in comune: un atteggiamento aggressivo verso la stampa, spesso manifestato attraverso i social network (Twitter in particolare), e una serie di posizioni tutto sommato condivise sulle politiche migratorie. Qui però si interrompono le affinità. Wilders, a differenza del Presidente degli Stati Uniti, è un politico di lungo corso, che ha militato a lungo nel partito liberal-conservatore (VVD) ora alla guida del Paese. Sarebbe stato proprio Wilders ad “iniziare” alla politica parlamentare l’attuale Primo Ministro Mark Rutte. Inoltre, e in questo la differenza si fa marcata anche con i populisti europei (Salvini e LePen in testa), il partito di Wilders è, nonostante la sua natura più contraddittoria, molto meno ambiguo nelle sue manifestazioni rispetto ad un’entità politica come la Lega di Salvini, per fare un esempio a noi vicino. Per esempio, le posizioni anti-islamiche sono bene più radicali in Wilders e, da questo punto di vista, si può affermare che sia certamente un punto di riferimento per la destra xenofoba. Tuttavia, il Partito della Libertà non offre sponde esplicite ai movimenti di estrema destra. Secondo Wilders, infatti, il problema dell’Islam sarebbe proprio la sua somiglianza con le ideologie totalitarie del Ventesimo secolo, come fascismo, nazismo e comunismo. Proprio per queste ragioni, l’Islam non sarebbe compatibile con i valori europei di libertà e tolleranza.

A differenza di molti leader della nuova alt-right mondiale (se mi è concesso questo tipo di definizione, forse impropria), l’azione politica di Wilder si presenta più come un lavoro di prospettiva, piuttosto che come un semplice momentum estremista generato dall’insoddisfazione economica e dalla generalizzata paura sociale. Da circa quindici anni, da quando ha fondato il Partito della Libertà, Wilders ha prima proposto e poi imposto un dibattito apertamente xenofobo in un Paese che oggi vede la sua economia in crescita, la disoccupazione sempre in calo ed un tasso di criminalità talmente basso da spingere il governo a chiudere le carceri (o a riconvertirle in altre attività). A conti fatti, Wilders sembra aver compiuto – in direzione opposta – quello che Sanders ha fatto negli USA: è riuscito a dare sostanza politica a idee e posizioni che fino ad oggi sono sempre state considerate estreme e impraticabili, talvolta persino pericolose.

Il documentario si concentra sull’immagine di Wilders e prova a delinearne un’identità più chiara, spesso lasciandolo parlare direttamente. Il risultato è una biografia estremamente complessa e interessante. Fervente filo-israeliano, fin dal 2001 comincia a prendere posizioni contro il radicalismo islamico: posizioni inizialmente moderate, poi rapidamente mutate in una chiusura totale. Nel 2004, dopo l’omicidio di Theo Van Gogh, regista famoso per le sue posizioni anti-islam e anti-politically correct, ad opera di Mohammed Bouyeri, Geert Wilders viene inserito in un programma di protezione speciale. Da allora vive a regime di libertà ridotta e sotto scorta continua. Questo aspetto della sua vita ha attirato l’attenzione di  Morse e Hampson (i registi), che hanno deciso di analizzarlo più profondamente. Il documentario, infatti, prova a ragionare sull’influenza della sua imposta semilibertà sulle sue posizioni anti-islamiche, fattesi progressivamente sempre più radicali. Lo stesso Wilders, rispondendo alla domanda se fosse in grado di pensare di ricominciare una vita normale, ammette di non ricordare più la condizione di libertà e di non essere certo della sua capacità a riadattarsi ad una vita normale, dopo la lunga esperienza sotto scorta.

Dove il documentario fallisce è nell’accostare figure che sono imparagonabili, come accennato in precedenza. Wilders non è il Trump olandese, nè un Salvini dei Paesi Bassi. Si tratta di un personaggio molto più complesso e, perdonatemi l’espressione, raffinato, almeno da un punto di vista politico. Aperto alla diversità e tipicamente olandese nella sua tolleranza verso omosessualità, colore della pelle, droghe leggere, Wilders è sotto molti punti di vista l’antitesi dell’attuale Ministro degli Interni italiano. Questo rende la figura di Wilders estremamente complicata da etichettare e il suo attivismo anti-islamico è un aspetto peculiare che fatica ad essere ricondotto ad elementi razzisti. La sua identificazione dell’Islam con un’ideologia totalitaria è una visione che non tutta la destra xenofoba condivide (anche perchè spesso, la destra xenofoba con l’ideologia totalitaria ha un debito di esistenza con cui tenta il più possibile di non confrontarsi).

Un altro elemento critico di questo documentario è l’assenza di un approfondimento adeguato sul tema dell’Islam in Europa e del rapporto tra fede e fedeli nei Paesi Bassi, così come una discussione approfondita sul rapporto degli olandesi con i loro connazionali di fede musulmana. La discussione viene plasmata unicamente dalle opinioni di Wilders, commentate da sostenitori e avversari, senza un’autentica messa alla prova che possa controbilanciarne le ideologie sottostanti. Peggio, viene mostrata una rappresentazione solo parziale dell’intolleranza anti-islamica e, allo stesso tempo, dell’isteria generata da Wilders tra gli islamici più radicali. Le dichiarazioni violente e le manifestazioni di odio generatesi all’interno della comunità islamica che vengono illustrate nel documentario sono successe, e senza dubbio rappresentano una parte delle realtà; tuttavia, non possono essere prese come esempio lapidario di un fenomeno estremista presente e rappresentativo della totalità dei comportamenti della comunità islamica all’interno della società olandese.

Nel complesso, EuroTrump è un’opera importante e sicuramente propone ottimi spunti di discussione, fondamentali per l’apertura di un discorso di portata più globale: è un documentario che fa luce su uno dei politici più influenti d’Europa, che ha saputo imporre nella storicamente tollerante Olanda una posizione estremista e apertamente provocatoria. Il ritratto di Geert Wilders, un politico che ha nulla a che vedere con la nuova generazione della politica italiana e poco da spartire con la destra europea, fa riflettere su un personaggio sicuramente complesso e la cui ideologia aiuta far luce su molti aspetti della società contemporanea all’interno del contesto europeo.

EuroTrump sarà proiettato al Cinema Europa il 20 maggio. Per tutti, è un’occasione ed uno strumento in più da non perdere per capire la situazione politica attuale e, almeno a mio parere, per contrastarla.

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